Sono circa duecento i siti rimasti aperti straordinariamente sabato 12 e domenica 13 maggio a Roma in occasione della VII edizione di Open House Roma dedicata al “FATTORE UMANO”.

(CHE COS’È OPEN HOUSE?)

Ville, musei, residenze, palazzi storici, accademie, laboratori e studi di architettura. Tantissime e diverse le realtà che decine di migliaia di persone hanno avuto l’occasione di scoprire e visitare, alcune per la prima volta in assoluto, lo scorso weekend nella capitale.
Anche noi siamo andati alla scoperta dei siti e dei luoghi più significativi di questa edizione (qui i percorsi che vi avevamo consigliato per questo OH2018), e fra questi ce n’è uno in particolare, meno conosciuto rispetto ad altri, che ci ha fortemente colpito e che, quindi, merita di essere segnalato e diffuso al grande publico: stiamo parlando della sede storica dell’Inail di via IV Novembre.

La facciata attuale del palazzo dell’Inail di via IV Novembre

LA STORIA

Il lotto di terreno su cui oggi sorge il palazzo dell’Inail a via IV Novembre fu, per la sua posizione strategica, oggetto di diversi interessi e fonte di molte controversie.

Nel 1886, al termine di una di queste, si decise di costruirvi il Teatro Drammatico Nazionale. Ma le polemiche ripresero non appena furono tolte le impalcature e inaugurata la costruzione.
I giornali dell’epoca, infatti, criticarono duramente forme e proporzioni dell’edificio realizzato su progetto del già famoso e apprezzato architetto Francesco Azzurri. In particolare non piaceva il disegno in un incerto stile eclettico. Gabriele D’Annunzio, fra gli altri, accusò la facciata di essere pretenziosa e volgare e la tettoia in vetri orribile “perché è una cosa industriale, brutta, meschina, comprata un tanto al metro, appiccicata là a far testimonianza alla taccagneria che ha presieduto al compimento di tutta la parte ornamentale”.

Il Teatro Drammatico Nazionale di Roma, oggi scomparso, in una foto del 1910

Alle critiche si aggiunse poi il tracollo economico del teatro che non riuscì, nonostante la sua posizione centralissima e l’esecuzione di alcuni spettacoli notevoli con interpreti di valore, a chiudere i conti in pareggio. Già nel 1926 ne venne prevista la demolizione con un progetto di Marcello Piacentini che propose di scavare un tunnel per collegare velocemente piazza Venezia con via Nazionale e, quindi, la stazione Termini. La demolizione avvenne tre anni dopo, ma con un progetto di ricostruzione più semplice, affidato dalla Cassa Infortuni al Brasini, che condivise l’incarico con l’ingegner Guido Zevi. Brasini, in particolare, si occupò della parte artistica del progetto, mentre a Zevi spettò il compito di curarne la parte tecnica e costruttiva.

Armando Brasini è in quel momento uno degli architetti più in voga a Roma, insieme con Marcello Piacentini e Cesare Bazzani.
Il motivo del successo professionale va ricercato nel suo carattere affabile e salottiero e nel suo tradizionalismo architettonico, aperto a suggestioni romantiche.
Brasini è, infatti, insensibile a qualunque apertura all’architettura moderna, che disprezza, e persegue una poetica che si rifà esplicitamente al barocco visto attraverso il titanismo michelangiolesco e il monumentalismo di Piranesi. L’architettura di Brasini incontra anche l’appoggio del Duce, Benito Mussolini, che ha da poco preso il potere e sogna di ridisegnare il volto della capitale. Mussolini però, pur apprezzando l’opulento tradizionalismo del Brasini e dei suoi colleghi, sostiene con maggior convinzione i giovani rappresentanti dell’architettura contemporanea capitanati da Terragni e Pagano, che con le loro architetture astratte, razionaliste, senza decorazioni e ornamenti incarnano al meglio l’ideale rivoluzionario e di apertura al nuovo rivendicato dal Fascismo.

La vista su via IV Novembre dal palazzo / Credit: @stefanino66 su Instagram

Quando nel 1932 il palazzo di via IV Novembre è terminato e si riaprono le polemiche, lo stesso Mussolini interverrà criticando Brasini per il progetto. Alla Camera dei Senatori, il 28 marzo 1932 dichiarerà che il palazzo realizzato è “un autentico infortunio capitato proprio alle Assicurazioni agli Infortuni”. Ma il giudizio negativo de Duce non gli impedirà comunque di ottenere altri incarichi prestigiosi: dal Palazzo dell’Inps a Napoli all’Istituto forestale Alessandro Mussolini all’ Eur.

È, invece, a partire dalla caduta del Fascismo, che Brasini viene relegato sempre più in secondo piano sino a subire una sorta di damnatio memoriae che è durata praticamente sino a oggi. Prova ne è il fatto che il suo nome non è menzionato neanche nell’enciclopedia dell’Arte della Garzanti. Un destino crudele e immeritato per un architetto che, solo per citare alcune opere, a Roma ha realizzato l’ingresso al giardino zoologico, il museo del Risorgimento, la chiesa di piazza Euclide, il viadotto di corso Francia, la Villa Flaminia presso ponte Milvio e l’edificio del Buon Pastore su via Bravetta e che fuori Roma ha progettato, tra le altre, l’Accademia aeronautica a Capo di Chino, il Palazzo del Potestà a Foggia, il Comando dell’Idroscalo e il Palazzo del Governo a Taranto.

Complesso Monumentale del Buon Pastore, Roma. Credit ©Foto storica tratta da L.Brasini, “L’opera architettonica”, Roma, 1979

È solo da qualche anno che alcuni critici stanno tentando di rivalutare il personaggio, perdonandogli i suoi due più vistosi peccati: la retorica classicista e il ritardo rispetto ai tempi.

 

IL PALAZZO

Rispetto alle sue due opere più riuscite, e cioè la Villa Flaminia e l’Edificio del Buon Pastore, caratterizzate da un gusto barocco monumentale ma trasognato e quasi metafisico, il palazzo dell’Inail non può sicuramente essere considerato un capolavoro, soprattutto rispetto alla migliore produzione contemporanea (fra il 1928 e il 1932 si realizzarono in Europa e negli Stati Uniti alcuni tra i massimi capolavori dell’architettura moderna).
Nonostante questo, l’edificio di via IV Novembre ha delle caratteristiche e delle soluzioni spaziali che lo rendono particolarmente interessante, soprattutto in relazione alla difficoltà del contesto nella quale si inserisce.

L’edificio monumentale si estende su una superficie di circa 2.700 metri quadrati a metà strada tra il complesso del Quirinale e il Campidoglio, un’area di Roma caratterizzata da luoghi di alto significato politico e simbolico che nei secoli più recenti ha subito profonde modifiche, attraverso le pianificazioni dell’urbanistica postunitaria.

Il palazzo risolve, attraverso il basamento e un sistema di scale armoniosamente integrati agli spazi interni, il dislivello tra l’ingresso e il colle Quirinale, creando una forte continuità architettonica con gli edifici circostanti, soprattutto villa Colonna, attraverso i riferimenti formali e l’uso dei materiali.

Il cortile interno del palazzo immortalato dal basso / Credit: James Turrell 

Tre le brillanti soluzioni del Brasini che possiamo citare: la prima è curvatura concava dei primi due piani che invita il visitatore a varcare il portone d’ingresso, accogliendolo quasi con un abbraccio e che, allo stesso tempo, chiude scenograficamente la prospettiva della strada che si diparte da piazza Venezia. La seconda riguarda la soluzione nell’organizzare i setti piani in altezza dell’edificio. Due fanno parte del corpo d’ingresso e sono inquadrati da colonne giganti di ordine dorico, altri quattro sono leggermente arretrati e sono anch’essi inquadrati da colonne giganti di stile corinzio; l’ultimo piano è ancora più arretrato e, accanto a questo, svetta più alta una torre. L’utilizzo di colonne così gigantesche ha un duplice obiettivo: garantire un forte effetto plastico che permette anche da lontano la leggibilità dell’edificio e lega in insiemi organici finestre che altrimenti avrebbero frammentato l’unità del prospetto.

Inoltre l’edificio, una volta spezzato in tre (anzi in quattro, se consideriamo la torre) diventa più leggero: suggerisce una progressione verso l’alto, che lo slancia al di sopra degli edifici adiacenti.

Lo scalone monumentale del palazzo / Credit: @martinacamposano su Instagram

La terza soluzione, che è forse la più straordinaria, visivamente parlando, riguarda lo scalone monumentale, oggi decorato da una serie di lampade moderne, che gli conferiscono un’aura misteriosa, quasi metafisica. L’influenza del barocco borrominiano è evidente nella struttura elicoidale dello scalone che conduce l’occhio del visitatore verso l’alto, dove tende l’edificio con tutta la sua tensione plastica.

All’interno del palazzo, durante la visita, è stato possibile visitare anche il cosiddetto Parlamentino, per via della sua forma e funzione che ricordano vagamente quelle del più celebre Parlamento italiano, decorato sul soffitto con stucchi che riproducono i segni zodiacali, e un’altra sale di rappresentanza dove, attraverso un vetro trasparente, è possibile ammirare ancora oggi i resti di una parte delle Mura Serviane, perfettamente conservate.

Ma la vera sorpresa di questo edificio risiede nella vista mozzafiato che si può ammirare dalla terrazza e, ancora più in alto, dalla torre che svetta dal palazzo. Grazie alla sua posizione privilegiata, infatti, la sede dell’Inail, permette una vista a 360 gradi sul centro di Roma (ma non solo: si pensi che è addirittura possibile scorgere in lontananza il Palazzo della Civiltà Italian dell’EUR!), che non ha paragoni. I Fori Imperiali, l’Altare della Patria, il Campidoglio, il Pantheon, la Basilica di San Pietro, Villa Medici e tutti gli altri monumenti e palazzi simbolo di Roma non vi saranno mai sembrate così vicini, tanto che sembra di poterli toccare con un dito!

Purtroppo l’accesso alla terrazza non è solitamente aperto al pubblico, ma non disperate: se non siete stati riusciti a partecipare a OHR2018, avrete sempre il prossimo anno per ammirare tutte le bellezze nascoste della capitale!