«Quello che nel maggio 1920 era un sogno così ardito da apparire quasi temerario,

in questo maggio 1934 è divenuto bella, feconda, gloriosa realtà».

Così scrisse “L’Avvenire d’Italia” il 17 maggio 1934, pochi giorni dopo l’inaugurazione della nuova parrocchia del sacro Cuore di Cristo Re di viale Mazzini, edificio progettato dall’architetto Marcello Piacentini insieme ai fratelli ingegneri Ezio e Achille Panni.

L’edificio fu fortemente voluto da padre Leone Dehon, prelato francese fondatore della Congregazione dei Sacerdoti del sacro Cuore (Dehoniani), personalità che si prodigò non poco nella ricerca assidua e ininterrotta dei fondi per portare a compimento l’imponente progetto; in occasione della posa della prima pietra, avvenuta il 18 maggio 1920, egli pronunciò un sentito discorso augurale.  Nemmeno qualche mese prima, il 6 ottobre 1919, padre Dehon aveva assistito alla consacrazione della basilica del sacro Cuore di Montmartre a Parigi, edificio oggi noto ai più grazie anche alla favorevole posizione dominante rispetto alla Ville lumière

 

I progetti

I primi progetti dell’arch. Piacentini mostrano una basilica ancorata alla tradizione ottocentesca; i disegni del 1918 riflettono echi lontani, oltre oceanici, legati alle chiese cinquecentesche che gli spagnoli costruiscono nel nuovo mondo, mentre il secondo e il terzo progetto fondono insieme caratteristiche romaniche e rinascimentali italiane. Eclettismo delle forme e horror vacui decorativo, “orpelli barocchi” e facciate timpanate caratterizzate da eccessivi spioventi.

Il quarto modellino presentato alla committenza a inizio 1920 è una basilica a pianta centrale preceduta da un esonartece e da un endonartece; varcato l’ingresso, l’attenzione è catturata dell’alta cupola, con calotta interna totalmente affrescata ribassata rispetto al profilo esterno. Osservando questi progetti i richiami a Santa Maria di Loreto di Antonio da Sangallo il Giovane e alla Salute veneziana di Baldassare Longhena sono palesi; se la pianta è una commistione delle due chiese, la facciata coniuga l’aggetto profondo del timpano veneziano sormontato da colossali statue con la trabeazione continua sangallesca. Infine, i contrafforti che reggono il tamburo circolare della cupola sono sormontati da statue a tutto tondo, caratteristica tanto romana quanto affine all’edificio lagunare.
Il progetto che approderà alla fase cantieristica presenta un carattere severo, complice anche la maggior mole dell’edificio, ampliato per poter accogliere al suo interno circa 4.000 persone. La facciata, definita da tre portoni che alludono alla corrispondente scansione interna in triplice navata, ha i pilastri decorati da altorilievi e sculture a tutto tondo inserite in profonde nicchie, mentre la liscia superficie del timpano superiore è interrotta dalla statua del Cristo, con in mano il sacro Cuore inserito in una piccola esedra semicircolare. Il fornice centrale di ingresso è una citazione colta della facciata del Tempio Malatestiano di Rimini, definito dal timpano del portone d’ingresso inquadrato da un arco a tutto sesto sovradimensionato.

Ponendo attenzione alla pianta, i modelli di riferimento di questo progetto storicista sono la basilica barocca di Sant’Andrea della Valle, pianta longitudinale a croce latina a navata unica con cappelle laterali concatenate, e Sant’Agnese in Agone, chiesa a pianta centrale a croce greca caratterizzata da un forte verticalismo; questi due sistemi planimetrici vengono ibridati, creando uno spazio liturgico ampio che permette però di inquadrare fin dall’ingresso la possente cupola in cemento armato che interrompe la ritmica scansione dei pilastri. Questi forti richiami alla tradizione, sia a livello liturgico che spaziale, sono le dirette conseguenze della formazione dei giovani architetti di inizio secolo, personalità legate ai saperi dei maestri ottocenteschi.

Una volta iniziato il cantiere, Piacentini continuerà a rivedere in corso d’opera i dettagli e le caratterizzazioni della costruzione, fino all’arresto momentaneo dei lavori avvenuto  nel 1929 a causa dell’improvvisa morte di padre Ottavio Gasparri. La figura di questo religioso aveva voluto espressamente il nuovo luogo di culto come riferimento simbolico alla pace internazionale nel quartiere di Piazza d’Armi che si andava sempre più definendo.

 

Il progetto definitivo

Padre Gasparri era diventato la voce stessa dell’imponente impresa, venuta a mancare la sua figura la battuta di arresto è stata inevitabile, per quanto le murature avessero già raggiunto  i 17 metri di altezza; alla ripresa dei lavori, nel 1931, l’arch. decise di spogliare di ogni orpello plastico e stilistico le murature, optando per un’esaltazione della pura struttura, degli angoli netti, dei forti chiaroscuri, della luce radente.

Fotografie del cantiere, 1932-33. Credits@Il Cristo Re di Piacentini, Arrighini, Conforti. jpg

La pianta della basilica. Credits@Il Cristo Re di Piacentini, Arrighini, Conforti

Sezione longitudinale. Credits@archidiap

Si tratta della svolta razionalista della carriera lavorativa di Piacentini, maturazione artistica sviluppatasi a poco a poco lungo gli anni ’20; autarchia e razionalismo trovano qui una curiosa commistione, complice la tortuosa vicissitudine del cantiere.

La facciata, eccessivamente rettangolare, viene incorniciata da due campanili gemelli, parallelepipedi leggermente arretrati ed esclusi dall’antistante scalinata in travertino bianco di Tivoli che conduce ai tre portali di ingresso; la profonda strombatura degli archi dei portoni mette in risalto tre sculture e tre scritte in travertino. TIBI GLORIA, TIBI REGNUM sopra i portali laterali e AVE REX NOSTER, in corrispondenza di quello principale, sono tre frammenti di testi variamente in uso nella solennità di Cristo Re e nella Domenica delle Palme; l’altorilievo del “Cristo” è una squisita scultura di Arturo Martini, realizzato a mezzo busto in atto benedicente con il sacro Cuore in vista in mezzo al panneggio delle vesti in ossequio alla tradizionale iconografia sorta a partire dal XVII secolo. Sopra i due portoni laterali trovano posto i simboli in ferro battuto dell’araldica di Pio XII Pacelli e dell’ordine del sacro Cuore, entrambi realizzati da Isnaldo Petrassi.

Le superfici esterne sono caratterizzate da una cortina composta da laterizi disposti a tre filari alternati a due leggermente arretrati, tessitura che accentua la forte orizzontalità dei volumi.

L’interno presenta delle lisce pareti tinteggiate di grigio chiaro, colore che entra in forte contrasto con il rosso scuro delle lastre marmoree della pavimentazione in porfirico del tipo di Verzegnis: la totale asetticità cromatica delle superfici verticali è interrotta tanto da un zoccolo alto 2 metri in travertino lucidato quanto dagli altari, sia di quello maggiore che di quelli del transetto. Le balaustrate, il pulpito e l’attuale fonte battesimale sono elementi rivestiti di marmo verde di Carrara, al quale viene accostato un bianco screziato da profonde venature nere.

La liscia copertura della navata centrale, lunga quasi 70 m, all’incrocio con il transetto lascia il posto a una cupola a sesto ribassato totalmente diafana alta 36 m con un diametro di 23 m; i triplici anelli concentrici dell’imposta della cupola si appoggiano su un ottagono di cemento costituito da quattro travi e da quattro pilastri, traforati al piano di calpestio, per permettere una continuità delle navate laterali fino alla zona absidale. Arditezza strutturale e netta giustapposizione di elementi archiettonici sono alcuni degli espedienti resi possibili dalle moderne tecnologie, prime fra tutte le strutture portanti in cemento armato.

L’apparato decorativo risulta quindi fortemente minimalista, a eccezione dei dipinti della parete semicircolare dell’abside e dei quattro pilastri centrali della cupola, opere di Achille Funi.

Il “Cristo Re” dell’abside, posto a conclusione della navata centrale e fulcro convergente dell’intera aula liturgica, è una ieratica figura di Pantocrator in trono, benedicente, affiancata da due angeli recanti i simboli del potere reale, la corona immagine chiara della sovranità per eccellenza  e dello scettro, emblema di autorità nelle mani del sovrano. Con l’encilica Quas primas (11 dicembre 1925) Pio XI ratificava ed estendeva a tutta la Chiesa la festa di Gesù Cristo, Re dell’universo (secondo la titolatura attuale); da qui si capisce la composizione del dipinto, la dedica della Chiesa, la didascalia absidale e le iscrizioni che decorano l’esterno; i tre corpi si stagliano su di un plumbeo cielo monocromatico sopra il quale una bardatura dorata racchiude la scritta REX SVM EGO (Gv 18,37). Dettaglio inusuale, di piacentiniana invenzione, è l’inserimento di un nuovo volume, una cupola a sesto ribassato al posto di un catino absidale.

I quattro “Evangelisti” dei pilastri, opera dello stesso Funi, sono realizzati sospesi in cielo, avulsi da qualsiasi realtà terrena, simmetricamente librati in aria; il rosso pompeiano è l’unico colore utilizzato per la loro realizzazione, caratteristica che pone le quattro figure in una dimensione immateriale, metafisica. La luce naturale proveniente dalla cupola rende ancor più bidimensionali queste bizantineggianti figure, nonostante le forte lumeggiature date dal pittore agli incarnati e ai panneggi delle vesti.

La zona absidale. Credits@luciobove