Ideata e prodotta dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, in collaborazione con il Polo Museale dell’Emilia-Romagna e curata dallo storico dell’arte Mario Scalini, la mostra racchiude armature, armi da fuoco, armi da offesa e difesa, balestre ed elmetti di raro pregio. Si tratta di 160 pezzi unici, la cui storia parte da lontano. E più precisamente dalla morte del principe romano Ladislao Odescalchi – grande collezionista e con la passione per l’armeria antica – che nel 1959 lascia in eredità al nipote Innocenzo un tesoretto di oltre duemila pezzi. Parte di questa collezione, nata dalla passione del principe, diventa elemento preponderante dell’esposizione, nutrendola e arricchendola.

Da sempre strumento di guerra, le armature acquistano qui un valore diverso, messo in rilievo dalla mostra che vuole rivelare e porre sotto una diversa luce queste “coperture d’acciaio” elette a simbolo di potere. Messe a punto a partire dal Quattrocento, dominano i campi di battaglia durante tutto un secolo, terminato il quale rimarranno a lungo nell’uso militare e principesco, specie come oggetti da parata.

Roma, Museo Nazionale del Palazzo di Venezia. Photo credit: Francesca Cicinelli

A partire dai primi anni del Cinquecento la cavalleria si rifugia nel sogno delle corti, delle giostre e dei tornei. Già nella prima metà del XIII secolo si pratica “l’andare a bersaglio” contro un assito, con l’asta provvista solo di una ghiera al termine. Allenamenti ed esercizi di stile, questi, che depauperarono del suo valore intrinseco l’armatura, rendendola un guscio dorato del potere dei re nelle parate e nelle cerimonie funebri.
Divenuto un oggetto di scena che va ben oltre il suo concreto utilizzo, rispecchia via via un sistema di valori: diventa simbolo di sfarzo, potere e rilievo sociale.

Roma, Museo Nazionale del Palazzo di Venezia. Photo credit: Francesca Cicinelli

Un “abito” che risponde al rango di chi lo indossa. Un lusso che diventa, nel rinascimento, oggetto d’arte. Proprio su questo binomio si aprono le prime sale dell’esposizione: capi preziosi presi in prestito dalla Fondazione Cerratelli creata nel 1916 dal baritono Arturo Cerratelli e il cui archivio ha saputo accogliere e preservare tutta la storia del cinema e del teatro del Novecento, custodendo costumi di scena della sua epoca, di registi e scenografi quali Edoardo de Filippo, Giorgio Strehler, Luchino Visconti.

Elisabetta I d’Inghilterra. Dall’opera teatrale Maria Stuarda, regia di Franco Zeffirelli (1983). Photo Credit: Francesca Cicinelli

Gli abiti di Lorenzo il Magnifico, Giovanna d’Arco, Isabella d’Este o la Maria Stuarda di Franco Zeffirelli sono accostati alle antiche armature, rendendo quest’ultime “maschere”, oggetti di scena, la cui preparazione lunga e difficile è sempre stata “su misura”. Manufatti su cui hanno lavorato importanti artisti tra cui Erculis Fidelis, il più grande degli incisori ferraresi della corte degli Este, il cui vero nome è Salomone da Sesso, personaggio famoso alle cronache soprattutto per aver realizzato la dagona a cinquedea di Cesare Borgia insieme al suo fodero per il matrimonio con Carlotta d’Arbrert.

Battista da Merate (?), Resti di una piccola guarnitura da pompa, da piede e da ‘a cavallo’, di Cosimo I de’ Medici, Firenze e Milano 1555 circa. Photo credit: Francesca Cicinelli

Un’arte, quella delle armi, che si estende nei secoli allo studio stesso della guerra, la strategia. Il comando militare è una scienza antica, indagata da grandi personaggi come Leonardo da Vinci, che progetta macchine e armi visionarie, o l’architetto Martino Longhi il vecchio, che realizza importanti fortificazioni. Al suo studio contribuiscono anche illustri letterati come Niccolò Machiavelli e la sua opera Dell’arte della guerra. Tra i primi studiosi di certo è da ricordare Federico da Montefeltro. A lui appartiene una delle copie del lavoro dedicato a Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini dal 1432 e grande condottiero. Questo testo è considerato una pietra miliare: si tratta di un incunabolo (libro stampato con la tecnica a caratteri mobili) della nuova scienza militare, il De re militari di Roberto Valturio, uscito dai torchi di Verona nel 1472. Il suo lavoro racconta delle esperienze e dei progressi che vedono il modificarsi delle artiglierie nel tempo grazie all’opera e alla sperimentazione di maestri fonditori d’eccezione.

Roma, Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo. Photo credit: Francesca Cicinelli

Di queste antiche “vesti” non resta che frammenti di ricordi ripresi da artisti e stilisti nell’alta moda. Così come in antichità le armature hanno perso il loro uso diventando “oggetti di scena” e simboli di potere e sfarzo, anche oggi ne vengono riprese le linee, ridisegnati i tratti per creare abiti all’avanguardia e realizzare vere e proprie opere d’arte.