Numerosi gli artisti internazionali che hanno partecipato a questo cantiere di ricerca e sperimentazione intorno all’arte contemporanea, tra di loro: Aaajiao, Gianfranco Baruchello, Christian Boltanski, Maurizio Cattelan, Claire Fontaine, Patrizio Di Massimo, Andrea Fraser, Felix Gonzalez-Torres, Felice Levini, Rivane Neuenschwander, Yoko Ono, Luigi Ontani, Cesare Pietroiusti, Francesco Vezzoli e Franz West.

Andrea Fraser. Photo credit: Simone Gramegna


Take Me (I’m yours)
incorpora la mostra annuale del ciclo LORO in residenza all’Accademia di Francia a Roma. Un laboratorio nel quale tutto si rimescola, lo stesso concetto di esposizione è ribaltato cosicché lo spettatore può comportarsi al suo interno come normalmente è vietato; la mostra suggerisce ciò che la norma proibisce: giocare, assaporare, portare e prendere con sé le opere esposte, dalle cartoline pubblicitarie e mitologiche di Felice Levini, alle spille di Luigi Ontani ai poster di Maurizio Cattelan. Si tratta di un format concepito nel 1995 da Christian Boltanski e Hans Ulrich Obrist per la Serpentine Gallery di Londra; una prima riedizione si è svolta 20 anni dopo alla Monnaie de Paris, riproposta poi, alla Kunsthalle Charlottenborg di Copenhagen e al Jewish Museum a New York.

Christian Boltanski, Dispersion è amiable. Fonte: www.arte.it

Nel 2017 poi, Take Me (I’m yours) ha fatto parte di Bienalsur, la Biennale d’arte contemporanea che si svolge in America del Sud, ed è stata presentata all’Hangar-Bicocca di Milano ed è infine approdata a Villa Medici, fortemente voluta dalla direttrice Muriel Mayette-Holtz.

Una mostra insolita quindi, la cui durata è fissata fino ad esaurimento delle opere stesse. I progetti si snodano attraverso gli ambienti di Villa Medici: dalle antiche Gallerie dei Cavalli alla Cisterna romana, dall’Atelier Balthus al giardino. Installazioni che si appropriano degli spazi, ingombrando e occupando senza contenersi, partendo dai messaggi in bottiglia di Gianfranco Baruchello, alle cartoline d’artista di Claire Fontaine, agli abiti usati accatastati di Christian Boltanski nell’opera Dispersion à l’amiable, ma anche dando vita a momenti interattivi e di coinvolgimento come il laboratorio di ceramica o i ritratti cartoon nell’atelier Balthus di paolo Orlandi che presta la mano a Francesco Vezzoli, quindi la possibilità di segnare sui muri nell’opera 404 dell’artista cinese Aaajiao così come quella di ritrarre l’artista Patrizio Di Massimo vestito in armatura come in un accademia d’arte.

Patrizio Di Massimo. Photo credit: Simone Gramegna

Una collettiva concepita per creare un dialogo, partendo da altri presupposti: un’arte politica, sociale, dove il pubblico è partecipe alla creazione dell’opera stessa. Il processo in atto è quello di un abbandono della produzione di manufatti cosiddetti artistici, che rispecchino i canoni estetici oggettivamente riconosciuti. L’artista oggi si adopera per creare installazioni composte da oggetti d’uso comune: poster, spille, cartoline, abiti usati, strumenti d’interazione con il pubblico per stimolarne la creatività. Artista e opera convivono nella figura dello spettatore. Una nuova arte concettuale che viene definita dal famoso curatore Nicolas Bourriaud: Arte Relazionale. Utilizzando oggetti, figure, installazioni come dispositivi per l’osservatore e non come mera esposizione da contemplare.

Felix Gonzales Torres. Photo credit: Simone Gramegna

Primo esempio di questa nuova pratica si scorge  nell’artista Maria Lai che con Legarsi alla montagna realizza la prima opera di Arte Relazionale a livello internazionale. Legarsi alla montagna è una nota operazione artistica realizzata su scala urbana ad Ulassai, paese della Sardegna che vuole reinterpretare un’antica leggenda del posto. La Lai insieme agli stessi abitanti decora tutte le porte, le vie e le case con nastri di stoffa celeste. Coinvolgendo donne, bambini, pastori e anziani. L’evento artistico viene decontestualizzato ergendosi esso stesso ad elemento primario: a opera d’arte. Un importante contributo del neo movimento viene dato, anche, dalla scuola di Piombino (corrente artistica italiana che ha operato dal 1984 al 1991) di cui Cesare Pietroiusti – artista in mostra a Villa Medici – ha fatto parte. Questo tipo di sperimentazione conduce a esperienze imprevedibili, inaspettate, nuove. Il mondo artistico oggi assume nuove forme e prospettive. Difficile definirne i limiti laddove il tentativo è di spostare i confini sfumando i bordi fino a farli svanire. Questa mostra rappresenta le nuove e continue reincarnazioni dell’arte, come un momento di condivisione, di continue domande e di nuove sfide che si dipanano tra doni, dispersione, scambio e partecipazione attiva. Certo è che la cultura sempre rispecchia il mondo cui appartiene e se questo fosse chiaro, l’arte non esisterebbe.

Vista villa medici. Photo credit: Simone Gramegna