Rimini (Ariminum) fu fondata come colonia di diritto latino nel 268 a.C, quando circa 10.000 coloni proveniente dal centro dell’attuale Lazio si stanziarono fra i fiumi Aprusa e Ariminus (attuali Ausa e Marecchia): la sua fondazione segnò l’importante avvio della romanizzazione a nord dell’Appennino.

In poco più di un secolo divenne uno snodo di importanti vie consolari, quali la via Flaminia (220 a.C.), la via Aemilia (187 a.C.) e la via Popilia (132 a.C.): promossa a municipio verso il 90 a.C., aumentò costantemente la sua importanza a livello commerciale, militare e politico grazie alla posizione strategica lungo le coste adriatiche, ruolo pienamente riconosciutole ai tempi di Augusto.

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Durante il periodo della pax romana augustea -pace proclamata nel 31 a.C dopo la sconfitta di Marco Antonio nella battaglia di Azio- si aprì una nuova, fiorente, stagione per la cittadina del nord Italia: l’architettura stessa ci ha lasciato due importanti testimoniante, uniche nel loro genere sia per la mole che per lo stato di conservazione: l’arco d’Augusto (27 a.C.) e il ponte di Tiberio (14-21 d.C.).

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L’arco d’Augusto fu eretto dal senato romano come porta urbica cittadina con un fine prettamente propagandistico: onorare la figura politica di Ottaviano Augusto. La struttura, rivestita da pietra aurisina, è composta da un unico grande fornice inquadrato da due semicolonne corinzie scanalate sormontate da un timpano triangolare aggettante.

Accanto ai capitelli troviamo quattro clipei con i bassorilievi dei volti delle quattro divinità protettrici della città: lato via Flaminia abbiamo Giove e Apollo – il primo identificabile con una folgore e il secondo con un pavone-, mentre verso la città troviamo Nettuno e Roma – tridente e un delfino il primo, armatura e gladio- la seconda.

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Sopra il timpano fu posta la scritta dedicatoria che così recita:

SENATUS POPVLVSQVE ROMANVS

IMPERATORI CAESARI DIVI IVLIO FILIO AVGVSTO IMPERATORI SEPTEM

CONSOLI SEPTEM DESIGNATO OCTAVOM VIA FLAMINIA ET RELIQVEIS

CELEBERRIMEIS ITALIAE VIEIS ET AVCTORITATE EIVS MVNITEIS

“Il Senato e il popolo romano (dedicarono) all’imperatore Cesare, figlio del divino Giulio, Augusto, imperatore per la settima volta, console per la settima volta designato per l’ottava, essendo state restaurate per Sua decisione e autorità la via Flaminia e le altre più importanti vie dell’Italia.”

Dove una volta, a coronamento della struttura, era presente, verosimilmente, una statua a cavallo o una quadriga con Ottaviano, nel corso del medioevo (X sec.) vennero poste delle merlature ghibelline, dal momento che l’arco venne inglobato nel circuito delle mura urbiche: la nuova funzione militare ne ha stravolto l’aspetto estetico, facendo arrivare l’arco fino ai giorni nostri proprio con questa commistione di elementi.

Imboccato dall’arco quello che una volta il cardo massimo e superato l’ex  foro romano -oggi piazza Tre Martiri- con i suoi lacerti stradali del I sec. d.C., si raggiunge l’altro monumento simbolo di questa fase edilizia: il ponte di Tiberio.

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L’iscrizione presente al centro delle due fronti interne dei parapetti recita:

IMP. CA(E)SAR DIVI F(ILIUS) AUGUSTUS, PONTIFEX MAXIM(US), CO(N)S(UL) XIII, IMP(ERATOR) XX, TRIBUNIC(IA) POTEST(ATE) XXXVII, P(ATER) P(ATRIAE); TI (BERIUS) CAESAR DIVI AUGUSTI F(ILIUS),DIVI IULI N(EPOS), AUGUST(US), PONTIF(EX) MAXIM(US), CO(N)S(UL) III, IMP(ERATOR)  VIII, TRIB(UNUCIA) POTEST(ATE) XXII DEDERE.

“L’imperatore Cesare Augusto figlio del divino Cesare ,pontefice massimo, console per tredici volte, imperatore per venti volte, tribuno per trentasette volte, padre della patria; Tiberio Cesare figlio del divino Augusto, nipote del divino Cesare, Augusto, pontefice massimo, console per la terza volta, imperatore per l’ottava volta, tribuno per ventidue volte, donarono.”

Come recita la dedicatoria, il ponte venne iniziato dal Divo Augusto verso la fine del suo principato, per poi essere completato e inaugurato dal successore Tiberio, nel 21 d.C.: rivestito in pietra aurisina come l’arco, si sviluppa mediante cinque arcate per una lunghezza di circa 70m. Fra un’arcata a tutto sesto e l’altra sono disposte tre edicole cieche: l’apparato decorativo è molto sobrio e semplificato, con elementi rappresentativi del potere civile (la corona d’alloro e lo scudo) e religioso (il lituo – bastone sacerdotale-, la brocca e la patera per i sacrifici).

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Degno di nota è anche l’anfiteatro, sede dei ludi gladiatori, edificato sotto Adriano durante il II sec d.C.: si sono conservate solo le strutture nord-orientali dell’edificio, costituite da murature in opera cementizia rivestita da paramenti in laterizio, ma tanto basta per ricostruirne la mole; due ordini sovrapposti di 60 arcate per un’altezza di circa 15 m si snodavano lungo il perimetro dell’ellisse, al centro del quale l’arena, in terra battuta, aveva un’ampiezza di poco inferiore a quella del Colosseo.

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Rimini, durante Seconda Guerra Mondiale, fu l’ultimo baluardo difensivo tedesco dislocato lungo la linea Gotica sul versante adriatico: a causa di questa sua posizione strategica subì pesanti e numerosi bombardamenti da parte degli alleati, azioni che portarono alla perdita di oltre l’82% del suo patrimonio edilizio. Nel tentativo di riconfigurare l’assetto urbano, durante i lavori che si susseguirono, frenetici, nei decenni successivi alla fine del conflitto venne alla luce un patrimonio storico-archeologico corposo e unico nel suo genere: intere domus romane databili fra il I sec a.C. e il V sec d.C., lacerti murari affrescati, apparati musivi geometrici monocromi e policromi, nonché elaborate figure di animali, divinità e scene di vita quotidiana. Degni di nota, il grande mosaico pavimentale di palazzo Diotallevi con al centro la figura di Ercole e su un lato un’originale scena con tre barche che stanno per raggiungere il porto (metà II sec. d.C.),  il ricco opus sectile marmoreo policromo del triclinio di palazzo Fabbri e i mosaici della cosiddetta domus “del chirurgo”.

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Probabilmente distrutta da un incendio causato dalle prime scorrerie barbariche – siamo nella metà III sec. d.C.-, la domus del chirurgo si è conservata interamente proprio grazie al fatto che il primo piano collassò, preservando per oltre 1700 anni le strutture, le decorazioni e tutti gli utensili domestici del piano terra: la pianta si estende su una superficie di 200 mq e, oltre ai ricchi mosaici del triclinium, del cubiculum e della taberna maedica, l’unicità di questo sito è data dal ritrovamento de “il più ricco e completo corredo medico conservatosi dall’età romana” (J. Ortalli); si tratta di oltre 150 utensili chirurgici e oggetti utilizzati per la farmacia dell’epoca, fra i quali numerosi mortai di varie dimensione, lucerne e una particolare “borsa dell’acqua calda” in terracotta a forma di piede.

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Eutyches -nome del proprietario graffiato sul muro nel cubiculum da un paziente  che era ricoverato dentro la casa del chirurgo- possedeva un’attrezzatura particolare, priva di strumenti ginecologici, in larga parte destinata a traumi ossei nella quale è presente  un utensile  utilizzato per estrarre le punte di frecce dalle carni, il cucchiaio di Diocle. Non ne esistono altri esemplari al mondo, l’unico modo per vederlo è quello di recarsi al Museo della città di Rimini. (nella foto sottostante, è quello identificato con il cartellino n 11).

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Rimini ha un cuore antico, e batte ancora forte.