Il concetto di spazio pubblico si è radicalmente trasformato negli ultimi decenni. L’ambiguità che ne è derivata è emersa dalla scissione fra la proprietà e l’uso dello spazio condiviso. I fenomeni che hanno investito la città contemporanea, dalla privatizzazione dello spazio pubblico alla progressiva densificazione delle grandi città, sono fra le ragioni di questo spostamento. Lo spazio condiviso ha assunto nel tempo una valenza politica, spesso divenendo emblema per la collettività che vi si è riconosciuta e che ne ha rivendicato il diritto all’uso. Di conseguenza, è questo il terreno privilegiato in cui si attuano il conflitto, la negoziazione o la mediazione, e quindi il diritto alla città, per dirla con le parole di Henri Lefebvre. In questi contesti, le arti e l’architettura hanno avuto un ruolo sostanziale nella riappropriazione dello spazio urbanizzato da parte dei suoi abitanti e frequentatori. Cosa fare però quando tale fenomeno ha luogo non più fisicamente in una città ma in un non-luogo come un campo profughi o una tendopoli?

La sensibilità al tema del disagio ha incoraggiato lo studio italiano ABVM a  promuovere la realizzazione di uno spazio pubblico al coperto all’interno del campo profughi di Ritsona, in Grecia. Qui sono raccolte centinaia di persone in fuga dalla guerra, dalla fame e dalla povertà, in attesa di una destinazione che offra loro un futuro migliore. In questo genere di insediamenti temporanei non esistono veri e propri spazi di aggregazione e socializzazione: le famiglie restano spesso all’interno delle loro tende in attesa di un evento che lenisca il loro senso di smarrimento e di incertezza.

La Maidan Tent vuole offrire l’occasione per spezzare una tanto tormentata routine, dando ai residenti del campo uno spazio dove potersi incontrare, conoscere e condividere le proprie esperienze. La prima fase progettuale ha richiesto vari sopralluoghi del campo, non solo per acquisire nozioni tecniche, quanto per definire e capire la dimensione psicologica dei rifugiati e sviluppare successivamente un’architettura adeguata.

Maidan Tent © ABVM

La struttura si configura come un fiore leggero che sboccia nel campo: su un basamento in cemento si solleva a ombrello una copertura in tessuto, sorretta da supporti metallici e, sul perimetro, da elementi ad arco. La forma circolare e aperta su tutti i lati è un invito a entrare nella piazza – questo è il significato di Maidan in arabo – e, allo stesso tempo, la suddivisione in spicchi determinati dalle pieghe del tetto individua spazi singoli che possono essere adoperati per usi specifici. Di 19,5 metri di diametro e con una superficie collettiva di 200 metri quadrati, la tenda è completamente smontabile e facilmente replicabile. Le aperture laterali e l’occhio centrale garantiscono inoltre un’eccellente areazione naturale evitando il surriscaldamento della “piazza”.

Il progetto è stato sostenuto dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), che ha individuato il campo di Ritsona per iniziare la sperimentazione dell’opera. Parte delle risorse necessarie alla realizzazione sono state reperite attraverso il crowdfunding.

Maidan Tent © ABVM

“Il nostro intento non è creare solo un rifugio, ma uno spazio pubblico. Noi crediamo che uno spazio comunitario abbia bisogno di una forma appropriata con precise caratteristiche psicologiche ed estetiche”, queste le parole del duo italiano, auspicando che il progetto possa essere il primo di una serie di interventi in questi non-luoghi ancora considerati distopici ma che ormai altro non sono che realtà.