di Biagio Marco Barra & Morgana Angélique Forconi

Attraversare a piedi la città di Roma significa imbattersi in una serie di luoghi, spazi e ambienti diversi, immersi nel caos metropolitano, fatto di persone e rumore. Come punti focali su di una mappa, pieni (edifici) e vuoti (piazze, piazzali e slarghi) si alternano in una sequenza apparentemente casuale, lasciando intuire la loro unicità spaziale. Oggi purtroppo molti di questi spazi, interni ed esterni, sono inutilizzati o addirittura abbandonati. Restano espressione di un valore mancato per la città, sebbene possano ancora trasformarsi in una grande opportunità per i cittadini romani.

Cosa accadrebbe se ogni punto vuoto della mappa fosse valorizzato e trasformato in risorsa collettiva accessibile a tutti? E se questa risorsa cambiasse funzione sulla base delle richieste e delle necessità degli utenti? Per molti lettori, questa soluzione potrà sembrare banale: è piuttosto facile immaginare un luogo simile. Basti pensare al concetto su cui si basano le caffetterie Starbucks, locali concepiti per consumare, ma anche per condividere e lavorare. Tuttavia, in una città come Roma non è poi così scontato godere di uno spazio, all’aperto o al chiuso, che sia idoneo a convogliare in un’unica destinazione le più disparate esigenze dei cittadini.

Il presente articolo non si propone di effettuare un’analisi compositivo-architettonica. L’intento è quello di parlare, con qualche spunto critico, degli spazi pubblici interni ed esterni presenti nel territorio della città di Roma, delle motivazioni per cui essi sono stati realizzati, del loro mancato utilizzo (possiamo azzardare) intelligente, nonché delle loro reali potenzialità, nella prospettiva di stimolare una riflessione su un uso socialmente appropriato di tali spazi. Parliamo di spazi vissuti limitatamente da chi li frequenta, enormi superfici di edifici, di infrastrutture pubbliche, o a cielo aperto, caratterizzate soltanto dalle mura che le circondano e che non hanno una loro identità ben definita: talvolta spazi vuoti, talvolta spazi piegati all’uso desiderato dal gestore, e tuttavia, come detto, non necessariamente quello maggiormente conforme ai bisogni di chi li utilizza.

Roma Spazi Abbandoni Riusi

La stazione di Valle Aurelia – copyright © Morgana Angélique Forconi

È doveroso porsi inizialmente delle domande: che cosa significa spazio? Che cosa vuol dire concepire e realizzare uno spazio in maniera intelligente? Facciamo chiarezza.

Possiamo avvalerci delle considerazioni del critico d’architettura Bruno Zevi per capire il significato dello spazio legato a quello di architettura e di interno urbano (1948: 27,28): “La definizione più precisa che si può dar oggi dell’architettura è quella che tien conto dello spazio interno. L’architettura bella sarà l’architettura che ha uno spazio interno che ci attrae, ci eleva, ci soggioga spiritualmente; l’architettura brutta sarà quella che ha uno spazio interno che ci infastidisce e ci repelle. Ma la cosa importate è stabilire che tutto ciò che non ha spazio interno non è architettura. […] L’esperienza spaziale propria dell’architettura si prolunga nella città, nelle strade e nelle piazze, nei vicoli e nei parchi, negli stadi e nei giardini, dovunque l’opera dell’uomo ha limitato dei “vuoti”, ha ciò creato degli spazi racchiusi.” 1

Da queste parole si può desumere, in risposta al secondo quesito, l’importanza dello spazio nell’architettura, nonché il motivo per il quale è necessario progettare tale spazio con consapevolezza nelle dimensioni urbanistica e architettonica. Esso, infatti, non è altro che il contesto in cui viviamo, e quindi fattore che influisce sulla qualità della nostra vita. Tuttavia è ugualmente importante, nell’era della condivisione, in cui la progettazione deve assecondare anche il progresso tecnologico e sociale, che un luogo sia flessibile e capace di conformarsi a diverse esigenze, prestandosi a funzioni diverse, allo scopo di essere, appunto, condiviso da tante persone. In questa prospettiva, realizzare spazi intelligenti significa progettare sulla base di una corretta analisi del contesto sociale, ambientale e urbanistico per dare vita ad un prodotto architettonico, che soddisfi le esigenze delle persone sul piano funzionale, ma anche su quello estetico.

Roma Spazi Abbandoni Riusi

MAXXI – copyright © Biagio Marco Barra

Gli spazi cui si fa rifermento differiscono tra loro per tipologia e stato di fatto: infrastrutture ed edifici pubblici funzionanti ma inutilizzati oppure abbandonati. Elemento comune è la completa perdita del Genius loci, ossia del carattere di luogo piacevole e accogliente che acquisisce per i suoi utenti un valore emotivo e soggettivo. Questa dinamica è drammatica perché l’esperienza quotidiana non fa che attestare che il rapporto dell’uomo con lo spazio non può essere neutrale; che molto di ciò che l’uomo sente e pensa pare essergli ispirato proprio dalla porzione di spazio vissuto in cui sente e pensa, dalle qualità espressive e atmosferiche come odori, luci, colori, suoni e forme. Siamo ormai invasi di posti anonimi, privi di qualsiasi valenza espressiva e sintomi di una dilagante impersonalità stilistica e funzionale.

Analizzando alcuni casi esemplificativi nel contesto romano, possiamo comprendere meglio gli spazi a cui si fa riferimento. Ad esempio tra gli spazi pubblici possono essere individuati facilmente spazi funzionanti, ma trascurati e inutilizzati, oppure spazi completamente abbandonati per l’incapacità da parte delle amministrazioni di gestire i servizi di manutenzione e valorizzazione del loro potenziale: ci troviamo davanti a luoghi dal mancato utilizzo intelligente.

ABBANDONI

Valle Aurelia – Timelapse copyright © Morgana Angélique Forconi
Music copyright © Max Cooper & Tom Hodge – Symmetry 

La stazione di Valle Aurelia, completata nel 2000, è oggi nodo di scambio per oltre dieci mila persone al giorno che fanno uso di metropolitane, treni e autobus. Si immerge tra le alte palazzine dell’omonimo quartiere e presenta le caratteristiche di un tipico nonluogo. Come definito da Marc Augé, nel suo scritto “Nonluoghi”, il nonluogo è uno spazio concepito unicamente per lo spostamento e il consumo delle persone, ma spesso è privo di una identità e di un valore architettonico. Come in ogni nonluogo, a Valle Aurelia non esistono relazioni umane e il rumore provocato dai flussi delle persone si alterna ai vuoti e ai silenzi che sottolineano l’enormità di questi spazi inutilizzati. Nessuno ha il privilegio di godersi l’attesa dei mezzi di servizio in questi spazi che cedono invece al più completo degrado. Ciò che inizialmente voleva essere una stazione moderna, ampia e luminosa, oggi si riduce ad una serie verticale di spazi terrazzati vuoti e freddi che non hanno né una funzione definita e utile a chi li attraversa, né il decoro che meriterebbero. Eppure è facile immaginarsi questi spazi convertiti in ambienti d’attesa piacevoli, con sedute, comfort e servizi appropriati, che ne definiscano una nuova identità: non solo nodo di scambio metropolitano, ma punto d’incontro tra le persone.

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Il Palazzo Canevari – copyright © Morgana Angélique Forconi

Palazzo Canevari, meglio noto come l’Ufficio Geologico, è l’esempio calzante di abbandono di patrimonio storico-artistico. Realizzato nel 1879 ospitava collezioni di reperti geologici di vario genere e provenienza, ma oggi versa in uno stato di degrado totale. Eppure, per struttura, posizione (siamo in centro, a pochi passi da Piazza della Repubblica) e valore storico, potrebbe facilmente essere rivalorizzato e riconvertito a beneficio dei cittadini. Le sue ampie vetrate liberty potrebbero donare luce ad ambienti di valore capaci di accogliere ogni tipo di funzione che possa soddisfare le più disparate esigenze di chi vive e transita in quel quartiere. Per il momento il destino di Palazzo Canevari resta incerto: soggetto, come tanti altri edifici di Roma, a scavi di reperti archeologici d’epoca romana che ora gli impediscono di svolgere una qualsivoglia funzione, rinchiudendolo tra le reti di un cantiere bloccato.

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Auditorium Albergati – copyright © Biagio Marco Barra

Questa è una delle strutture che hanno avuto la storia più travagliata a Roma, in perfetto stile Città dello Sport. Iniziato nel 2005, a seguito di un progetto per un bando provinciale risalente al 2003, l’auditorium di Via Albergotti non è mai stato inaugurato (il Campidoglio denunciava scarsità di fondi), e anzi durante questi ultimi 14 anni è stato teatro di diverse scorrerie, prestando le proprie mura e i propri spazi a senzatetto, festini abusivi e writers. Il vero dramma, tuttavia, sta però nella sua incompiutezza: quasi due milioni di euro spesi per lasciare un’opera incompiuta ai cittadini che, insoddisfatti, rivendicano tuttora uno spazio come questo: locale multifunzionale dotato di 200 posti, di un’ottima acustica e di spazi esterni, e destinato ad ospitare eventi musicali e teatrali con servizi annessi. Mentre a dicembre 2016 si discuteva se darlo in concessione ai privati per terminare parte delle opere edili e metterlo in funzione, l’auditorium è andato accidentalmente a fuoco durante un’opera di manutenzione portandosi via la speranza di consegnare ai romani uno spazio pubblico intelligente.

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Ex mattatoio Testaccio – copyright © Biagio Marco Barra

Progettato verso la fine del XIX secolo dall’architetto Gioacchino Ersoch, questo esempio di archeologia industriale si estende su un’area di circa 25.000 km2 e si sviluppa secondo un disegno geometrico e razionale. L’attuale stato di parziale abbandono dell’ex mattatoio Testaccio non rende giustizia agli anni di dignitosa attività che ha prestato fino al 1975, quando venne aperto un nuovo mattatoio in via Palmiro Togliatti. Da quel momento sono state effettuate solo ristrutturazioni parziali e localizzate volte all’inserimento di alcune attività in questo stabile. Oggi al suo interno trovano spazio la facoltà di architettura di Roma 3, la sede distaccata dell’Accademia di Belle Arti di via Ripetta, la seconda sede del museo MACRO, le varie attività della Città dell’Altra Economia e un centro sociale (il famoso Villaggio Globale). Rimangono però diverse migliaia di metri quadrati inutilizzati ed esposti a differenti stati di abbandono. Sarebbe bello e soprattutto socialmente utile, se questi spazi venissero integrati a quelli già in attività nello stabile, come il museo e la CAE, che è un esempio virtuoso di allestimento di spazi destinato alla vendita e alla promozione di prodotti biologici e a km 0. Purtroppo però manca un piano ampio e lungimirante dell’amministrazione cittadina volto a trasformare interamente questo spazio in un polo urbanistico di quartiere e dell’intera città.

RIUSI

Fortunatamente gli esempi positivi, segnali di una parziale presa di coscienza del problema, esistono, e si possono riscontrare in diverse iniziative private, che spesso, su spunto delle nostre vicine europee, dimostrano come sia possibile realizzare luoghi vivi, vissuti e vivibili.

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Typo, Maxxi – copyright © Biagio Marco Barra

La Revolution (così viene chiamata dai suoi promotori) voluta dalla fondazione Maxxi per allinearsi agli standard dei cugini europei, ha dato vita quest’anno a spazi completamente rinnovati e studiati per un target eterogeneo di utenti. Oltre ad aver triplicato gli spazi destinati alle collezioni permanenti, il museo, per il suo settimo compleanno, ha voluto regalarsi una nuova proposta enogastronomica: Typo, il bar, e Linea, il ristorante, sono i nuovi due punti nevralgici dell’intera struttura. Il Typo, in particolare, rappresenta uno spazio intelligente, che contiene, all’interno del suo attraente locale, un bookshop, un bar, una gelateria artigianale, un green corner per aperitivi e una sala studio. L’ingresso è libero a tutti e la selezione del bookshop spazia da pubblicazioni di arte e fotografia a quelle di architettura e design di matrice italiana e internazionale. Piazza Alighiero Boetti (la piazza del museo) connette il bar e il ristorante ed è il luogo dove si realizza in toto la fruibilità di questo, possiamo dirlo, polo urbanistico che è stato concepito per accogliere turisti, famiglie, appassionati d’arte e chiunque abbia voglia di godersi uno spazio urbano ben progettato.

Roma Spazi Abbandoni Riusi

Il nuovo progetto per il Cinema Troisi – copyright © cinematroisi.it

L’associazione culturale Piccolo Cinema America è riuscita audacemente nell’intento di realizzare questo progetto, facendosi portavoce delle nuove generazioni affamate di cultura che rivendicano luoghi dove condividere idee e passioni. Tale associazione, famosa anche per le numerose iniziative culturali, come quella del cinema all’aperto gratuito durante il periodo estivo nel cuore del quartiere Trastevere, ha vinto il bando per la gestione della Sala Troisi di Via Girolamo Induno, ennesimo cinema, nonché edificio di grande valore architettonico, chiuso ed abbandonato. Da ristrutturare dopo una lunga raccolta fondi su una nuova e diversa organizzazione degli spazi che tiene conto delle necessità dei suoi futuri utenti, riaprirà i battenti offrendo non solo una grande sala cinema, ma anche una biblioteca e un’aula studio da circa 50 postazioni, gratuita e aperta h24. Se l’intenzione è quella di restituire alla città un luogo aperto al pubblico, dedito alla cultura, in cui i ragazzi possano ritrovarsi e condividere la passione per qualsiasi forma di cultura, questo bel progetto sancisce inoltre la rinascita di uno spazio che non avrebbe trovato fortuna per chissà quanto tempo ancora.

Roma Spazi Abbandoni Riusi

Le Officine Zero – copyright © verdeoz.wordpress.com

Officine Zero ė un’associazione che gestisce uno spazio di lavoro completamente rinnovato. Posizionato nel quartiere di Casalbertone, tra la tangenziale est e la linea ferroviaria, questo spazio si sviluppa su una superficie di quasi 20.000 m2 all’interno delle ex Officine di Riparazione treni notte RSI attive per oltre 90 anni fino all’improvvisa chiusura per fallimento societario nel 2003. Il relativo progetto è interessante per le modalità con cui le ex officine di riparazione sono state recuperate e riutilizzate, scampando così al destino dei tanti poli industriali abbandonati: laboratori artigianali lavorano diversi prodotti e creano una forma di economia circolare tramite la collaborazione dei cittadini. Ad oggi il sito include non solo attività lavorative quali falegnameria, tappezzeria, saldatura e elettronica, ma anche varie attività culturali ed eventi in alcuni vecchi uffici e in spazi verdi recuperati e completamente rigenerati. Il risultato è una Multifactory, in cui regna lo scambio di conoscenze e collaborazione e che tende alla rigenerazione urbana e del lavoro. Recentemente associazione e Municipio hanno aperto un dibattito sulla pubblica utilità del progetto per tentare di salvarlo da una procedura d’asta che incombe sull’area da tre anni e che favorisce le future speculazioni di imprenditoria privata.

La ricerca sulle buone pratiche di riuso degli spazi che si stanno diffondendo a Roma (e non solo) fa capire che c’è la reale possibilità di restituire un’identità alla propria città e agli spazi vuoti che la compongono. Il vuoto urbano è un fenomeno che sta divenendo sempre di più un fattore che struttura lo spazio umano. Lo spazio vuoto significa perdita di identità sociale, e quindi di valore economico, per la città, e il confronto sempre più banale, ma comunque calzante, con le città europee continua a dare sconcertanti certezze a riguardo. Il tema è più che mai attuale: fruire di spazi in disuso vuol dire contribuire alla rigenerazione urbana, creare lavoro e stimolare l’economia con esiti positivi sull’occupazione giovanile. Non è certo cosa facile, l’aspetto economico (e gli interessi economici di pochi) gioca un ruolo decisivo in questa vicenda, ma le iniziative private e non, che si stanno sviluppando, fanno ben sperare in un futuro migliore.

Lo sviluppo di una città come Roma potrebbe ripartire da qui. Start up sociali e vocazioni artistiche per mettere in moto la cultura, la partecipazione cittadina e diversi meccanismi che stimolino il decoro urbano. Sarebbe il caso di investire meno nella struttura e di più sul contenuto. È, infatti, il riuso di quest’ultimo a dare vita a percorsi di rigenerazione urbana e sociale e di creazione di beni pubblici comuni a disposizione delle persone. A prescindere dalla proprietà poi, sono i criteri di progettazione e fruizione che decreteranno l’uso pubblico di spazi che possano trovare una seconda vita. Per ora la speranza dei romani resta in mano alle nuove generazioni e alla loro capacità di reinventare e reinterpretare l’architettura e la funzione degli spazi sulla base dei modelli contemporanei. Capire l’importanza dello spazio vissuto sarebbe il primo passo; il secondo, quello di affidarsi a chi della critica dell’architettura ha fatto una religione come Bruno Zevi. E Bruno Zevi la vedeva così (1948: 33): “Che lo spazio, il vuoto, sia il protagonista dell’architettura, a pensarci bene, è in fondo anche naturale: perché l’architettura non è solo arte, non è solo immagine di vita storica o di vita vissuta da noi e da altri; è anche e soprattutto l’ambiente, la scena ove la nostra vita si svolge.” ¹

 

1: Zevi B., Saper vedere l’Architettura, Torino, Einaudi, 1948