Tra poco più di un mese un’asta di Christie’s vedrà battere “Le Marin” di Pablo Picasso a un prezzo di partenza mai visto per l’artista spagnolo: 70 milioni di dollari. La quotazione è, in ogni caso, lontana da quello che potrebbe risultare il prezzo finale, dal momento che ad oggi il quadro più costoso di Picasso è stato aggiudicato per poco meno di 180 milioni di dollari.

L’occasione permette di aprire un discorso sull’arte e sul suo valore economico, in una società che sempre più globalmente ne riconosce l’importanza.

“Le marin”, considerato autoritratto di Picasso, verrà battuto all’asta con un prezzo di partenza di 70 milioni di dollari

Pochi mesi fa, il Salvator Mundi attribuito a Leonardo Da Vinci è stato venduto per 450 milioni di dollari, diventando così il quadro più costoso mai comprato al mondo. L’acquirente è risultato essere (probabilmente) l’erede al trono saudita, che ha concesso “l’usufrutto” dell’opera al Louvre di Abu Dhabi.

Tuttavia, è chiaro che le opere d’arte stiano diventando sempre più costose, e questo non è forse da imputare solamente al trascorrere del tempo, quanto ad un’aumentata competizione tra i potenziali acquirenti. Se l’arte rappresenta ormai una percentuale non secondaria del PIL di numerosi Paesi (e l’Italia di sicuro è tra quelli in testa), è anche vero che questo PIL sia in più di un caso da ascrivere a un numero limitato di opere il cui valore sembra crescere sproporzionatamente rispetto alle altre, e senza che vi sia necessariamente una ragione.

Quali sono le conseguenze di un’arte che diventa sempre più costosa? Apparentemente, non molte: da un certo punto di vista, la vendita di pochi pezzi potrebbe aiutare la tutela di intere collezioni, e coadiuvare operazioni di restauro nelle occasioni in cui non è tanto un’opera ad essere messa in vendita, ma il suo “usufrutto” (il Palazzo della Civiltà Italiana ne è forse l’esempio migliore a Roma). D’altra parte però, nel lungo termine, un sistema economico del genere potrebbe frustrare i tentativi degli Stati di rendere l’arte pubblica, e dunque accessibile in maniera incondizionata.

Infatti, è chiaro che uno Stato non potrà mai eguagliare offerte private tropo alte solo per assicurarsi una certa opera d’arte, che del resto sarebbe difficilmente “ammortabile” attraverso il sistema museale (soprattutto volendo rendere questo accessibile). Finché i privati concedono l’opera ai musei di propria volontà il problema non sembra porsi; che fare però nel momento in cui questi attori decidano di ritirare la propria disponibilità? La soluzione non è chiara, tanto più che alcuni Stati potrebbero essere tentati di puntare molto su questa situazione di dipendenza dai privati per ridurre il budget dedicato all’arte.

Quelle qui presentate, ovviamente, sono estremizzazioni, ma anche casi meno importanti possono portare a conseguenze spiacevoli. Riprendendo l’esempio del Palazzo della Civiltà Italiana, la Fendi ha precluso recentemente l’utilizzo della sua immagine per determinati scopi. La conseguenza è che, quindi, l’opera non sia più di tutti, perché il suo utilizzo può essere inteso come esclusivo se il contratto di gestione e finanziamento della stessa prevedono questa possibilità. Sarà essenziale, dunque, nei prossimi anni che, avendo chiarito l’importanza delle possibili partnership pubblico-privato nell’ambito artistico, queste vengano regolate in modo da evitare sproporzioni, e garantire la libertà e uguaglianza di utilizzo della stessa secondo i principi della Costituzione.

L’uso dell’immagine del Palazzo della Civiltà Italiana è ora dipendente dalla volontà di Fendi.

 Quale sarà il futuro dell’arte?

Il sistema statale sta forse regredendo? Sta riaprendo prospettive per un mondo in cui il grande pubblico non è in grado di sostenere la nascita e la tutela dell’arte, e questa rimane appannaggio di poche persone? Purtroppo potrebbe essere proprio così.

Lo sviluppo dell’arte e il suo ruolo nell’economia, in effetti, sono legati alle condizioni finanziarie globali, all’interno delle quali l’ineguaglianza è oggi ai massimi storici, e sembra dover aumentare nei prossimi anni. Questo significa che, se l’arte continua a crescere di valore, gli unici attori le cui disponibilità economiche aumentano di pari passo sono i settori più ricchi della società. Nel momento in cui la tassazione progressiva non debba più riuscire a garantire una giusta redistribuzione di tale ricchezza, dunque, e in mancanza della “compassione” di nuovi ricchi mecenati dell’arte pronti a concedere quest’ultima ai musei dei rispettivi Paesi, è possibile che le opere dei grandi autori del passato divengano un mero ricordo fotografico per più d’uno. La speranza, nel caso in cui un tale scenario dovesse realizzarsi, è che i nuovi artisti comprendano il valore dell’arte come patrimonio condiviso e scelgano di donare le proprie opere allo Stato e quindi, attraverso questo, al grande pubblico.