È di pochi giorni fa la notizia della volontà di effettuare un restyling dell’Area Sacra del largo di Torre Argentina da parte della nota azienda di lusso romana. Dopo il restauro della Scalinata di Trinità dei Monti, costato circa 1, 5 milioni di euro, Bulgari ha intenzione di reinvestire i 485.593 euro avanzati, a cui dev’essere integrato un nuovo finanziamento ancora da stabilire precisamente (si parla di circa 300 mila euro), per la realizzazione di questo progetto.

 

COSA PREVEDE IL PROGETTO

Copyright foto: ©itinari.com

Il progetto è ancora in fase embrionale (la chiusura della fase esecutiva è prevista per ottobre-novembre), ma gli obiettivi e i dettagli sono già ben delineati: la maison punta soprattutto all’accessibilità e alla possibilità di visitare uno dei siti archeologici più significativi della capitale, dove esisteva il teatro di Pompeo e dove fu assassinato Giulio Cesare. I lavori consisteranno in una nuova recinzione che delimiti la Torre del Papito e il portico e in un nuovo ingresso all’area archeologica che prevede la costruzione di una nuova rampa di accesso posizionata al lato della Torre e, accanto, la costruzione di una pedana elevatrice. Inoltre è prevista la realizzazione di un nuovo percorso per poter camminare all’interno dell’area archeologica e di un impianto di illuminazione a led che possa consentire le visite anche nelle ore notturne. Internamente al Portico saranno realizzate invece la biglietteria e il bookshop e verrà installato un sistema di allarme. Infine, all’interno dei locali che attualmente fungono da magazzini, vi saranno anche dei servizi igienici.

L’impresa sembra veramente grandiosa, ma non ci ha del tutto sorpresi. Del resto Paolo Bulgari l’aveva già pre-annunciato qualche tempo fa al Corriere della Sera: «Mi piacerebbe fare anche altre cose per Roma». Speriamo solamente che i tempi non si dilatino più del previsto e che il progetto vada in porto, non come i tentativi di restauro degli ultimi anni: nell’Area Sacra, infatti, si lavora da anni, ma non si può ancora scendere fra gli scavi. L’ultimo annuncio risale a  marzo 2015, quando con l’avvio di un nuovo restauro (grazie a fondi Arcus) si è era parlato di poter camminare sulla pavimentazione originale di età domizianea fin dall’autunno, ma così non è stato.

Per quel che riguarda i tempi del progetto di restyling promesso da Bulgari, invece, una volta chiuso il progetto esecutivo, verrà indetta la gara d’appalto che si chiuderà solo dopo otto-nove mesi, a cui seguirà l’aggiudicazione definitiva, per la quale si prevedono altri tre mesi. A questi bisogna aggiungere i dieci mesi previsti per la durata dei lavori e si arriverebbe così a una probabile inaugurazione prevista per gennaio 2020. Incrociamo le dita!

 

I RESTAURI PIÙ CELEBRI DEL RECENTE PASSATO

Fontana di Trevi nuovamente riempita con l’acqua per una prova tecnica in vista dell’inaugurazione, nella giornata di martedi 3 novembre 2015.
©ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Numerosi sono stati gli interventi dei privati a favore del restauro di monumenti e siti di importanza storica e culturale strategiche negli ultimi anni. Solo a Roma si possono contare almeno tre monumenti simbolo della sua storia millenaria restaurati grazie all’intervento di aziende private: la celeberrima Fontana di Trevi, la splendida scalinata di Trinità dei Monti e il Colosseo, l’antichissimo anfiteatro più fotografato al mondo. Ma quali sono le società e le grandi firme che si celano dietro questi grandiosi lavori? Spesso, infatti, queste operazioni di restyling, dispendiose quanto necessarie per la corretta conservazione del nostro immenso patrimonio storico-artistico, non vengono adeguatamente pubblicizzate o diffuse, o per via di accordi fra il privato e l’ente territoriale proprietario del bene o per noncuranza e pressapochismo.

E così, molto spesso, alla domanda “chi ha restaurato il Colosseo?” sia i turisti che i cittadini stessi non sanno rispondere. Un vuoto informativo che pesa sulla scarsa consapevolezza che gli abitanti di Roma e di tutte le nostre città d’arte hanno del loro incredibile valore storico ed economico. Un patrimonio che, anno dopo anno, si continua a deteriorare e sgretolare sotto i nostri occhi, a causa della cattiva gestione e conservazione di questi beni da parte dello Stato e degli enti territoriali preposti alla loro tutela. Per questo negli ultimi anni i privati, per ora principalmente italiani, hanno iniziato ad interessarsi al restauro e alla difesa dei nostri gioielli, colmando la grave carenza delle istituzioni. Che lo abbiano fatto anche e soprattutto per un ritorno di immagine è chiaro, ma è impossibile non pensare che si siano attivati anche per amore del proprio Paese e della propria cultura. O per lo meno sembrano gli unici, finora, ad aver realmente compreso il valore, in termini di numeri e di importanza, del nostro sterminato patrimonio culturale, artistico e paesaggistico.

A riportare il suo originario splendore l’Anfiteatro Flavio, oggi meglio conosciuto come Colosseo, è stato niente di meno che Diego Della Valle, proprietario del marchio Tod’s. I lavori, costati ben 25 milioni di euro, sono durati tre anni e mezzo e si sono conclusi in anticipo di qualche mese sui tempi previsti.

Il restauro di una delle fontane più belle del mondo, Fontana di Trevi, è stato invece portato avanti dalla casa di moda romana, Fendi, ed è costato oltre due milioni di euro. Ci sono voluti 516 giorni di lavoro e 26 restauratori per far rinascere lo splendido monumento. Al 2015 risalgono invece i lavori di restauro della scalinata di Trinità dei Monti, finanziati sempre da Bulgari grazie ad una donazione di 1,5 milioni di euro, in occasione dei suoi 130 anni di storia.

A questa si deve necessariamente aggiungere il restauro, finanziato dal mecenate giapponese Yuzo Yagi, della Piramide Cestia, opera del I secolo a.C,  tornata di nuovo a splendere nel 2015, dopo duemila anni.

Il Ponte di Rialto restaurato dal patron della Diesel Renzo Rosso con 5 milioni di euro. Ph. Sara Algeri

Spostandoci a Venezia, poco più di un anno fa è stato riaperto al pubblico il famoso Ponte di Rialto, restaurato dal proprietario della Diesel, Renzo Rosso, con una spesa di 5 milioni di euro.

Restando nella Serenissima, anche il bellissimo Fondaco dei Tedeschi, sul Canal Grande, prima palazzo delle Poste Italiane, sarebbe caduto in degrado se Benetton non avesse investito 53 milioni di euro per recuperarlo. Allo stesso modo la Fondazione Prada ha recuperato Palazzo Ca’ Corner.

Questi sono solo alcuni esempi delle più importanti opere di recupero realizzate da privati in Italia, che hanno salvato dall’incuria e dal degrado siti e monumenti bellissimi ed estremamente fragili allo stesso tempo.

 

I PRIVATI POSSONO VERAMENTE SALVARE I NOSTRI MONUMENTI?

Ottobre 2017, crolla una parte del soffitto della navata della basilica di Santa Croce a Firenze. ©ANSA

Nonostante siano stati spesso accusati di farsi pubblicità con l’arte e di sfruttare il bene pubblico a scopo personale, è arrivato il momento di riconoscere il merito dei privati. Il loro contributo alla tutela dei nostri monumenti-simbolo e al rilancio, sul piano internazionale, dell’immagine del nostro Paese è ormai fondamentale. Senza il loro apporto e sostegno economico, monumenti come il Colosseo o la fontana di Trevi probabilmente sarebbero ancora in fase di restauro, impacchettati da pesanti e orrende impalcature che li avrebbero imprigionati per anni, fra ricorsi, ritardi dei lavori e cavilli burocratici. In un Paese in cui il valore del patrimonio culturale ammonta a più di 200 miliardi di euro, l’arte e la cultura dovrebbero essere sostenute, incentivate e finanziate abbondantemente dallo Stato, che invece spesso abbandona al degrado e all’incuria le bellezze che tutto il mondo gli invidia.

Quindi, la vera domanda è un’altra: ci meritiamo tutto quello che l’Italia ha da offrirci? E soprattutto, se noi semplici cittadini né la nostra classe politica sono in grado di valorizzare e proteggere il nostro patrimonio, perché non dovremmo lasciare ai privati la possibilità di riuscire in quello in cui le istituzioni falliscono da anni?

Forse non sarà la soluzione eticamente più corretta, ma sicuramente è meglio che veder sfiorire, giorno dopo giorno, la bellezza e i tesori della nostra terra.