Alice: “Sto diventando matta, papà?”
Padre: “Ho paura di sì, Alice: sei matta, svitata, hai perso la testa… Ma ti dirò un segreto: tutti i migliori sono matti.”

(Alice in Wonderland, 2010)

Che genio e follia vadano a braccetto non è un mistero per nessuno. Fin da sempre, infatti, le menti più creative e geniali sono state associate a stati di profonda alterazione mentale, disturbi bipolari e manie ossessivo-compulsive. Ma quanto c’è di vero in queste credenze? Se rileggessimo le biografie e le bizzarre abitudini della maggior parte degli artisti, in particolare dei pittori e degli scrittori più celebri di sempre, queste teorie troverebbero senza dubbio conferma, ma non basta. In questi ultimi anni anche la scienza ha fatto la sua parte, portando nuove interessanti evidenze scientifiche a sostegno della tesi che stabilisce uno stretto legame fra creatività e follia.

Una scena del cartone “Alice nel Paese delle Meraviglie”

 

STUDI SCIENTIFICI A SOSTEGNO DELLA TESI

Uno studio scientifico del 2015, pubblicato su “Nature Neuroscience” e condotto dal gruppo di Kari Stefansoon in Islanda, ha dimostrato l’importante correlazione tra le anomalie nei processi cognitivi di persone affette da schizofrenia e disturbo bipolare e la maggior probabilità per queste persone di essere artisti.

I ricercatori, sfruttando un ampio database che raccoglie i dati di decine di migliaia di islandesi, hanno osservato che chi ha i geni considerati più a rischio per schizofrenia e disturbo bipolare è più probabile appartenga a una delle associazioni nazionali islandesi che riuniscono attori, ballerini, musicisti, artisti visuali e scrittori. Altre prove sono state raccolte grazie ai dati su altre due popolazioni, svedesi e olandesi. Anche in questo caso, tra i portatori dei geni incriminati erano maggiormente rappresentati le persone dedite a professioni creative.

La scoperta, quindi, non fa altro che confermare la credenza popolare secondo cui il “genio” è spesso preda di forti disturbi dell’umore, tanto più che, talvolta, le opere migliori sono dettate da sentimenti di profonda malinconia o, al contrario, da picchi improvvisi di euforia: il tipico andamento altalenante degli schizoidi, ma anche di chi soffre di semplici disturbi della personalità.

Fonte: medimagazine.it

Come funzionano quindi i cervelli dei “geni”? Per capirlo, un team di psicologi svedesi del Karolinska Institute ha utilizzato un registro con 1,2 milioni di pazienti psichiatrici e ha scoperto che le persone che lavorano in settori creativi, tra cui ballerini, fotografi e autori, avevano l’8% in più di probabilità di vivere con disturbo bipolare. Percentuale incredibile per gli scrittori: il 121% in più di probabilità di soffrire di questa condizione, e quasi il 50% in più di probabilità di commettere suicidio rispetto alla popolazione generale.

I ricercatori svedesi hanno anzitutto individuato persone con una creatività superiore alla media tramite test per il pensiero divergente, che in genere richiede di trovare quante più soluzioni possibili, nuove e sensate, a un dato problema. Isolati quindi i volontari più fantasiosi, hanno esaminato le caratteristiche del loro cervello: il sistema dopamminergico di persone sane e altamente creative ha alcune somiglianze con quello di chi soffre di schizofrenia. I test con cui gli scienziati sono arrivati ad individuare le somiglianze tra cervello di chi soffre di disturbo mentale e quello di un creativo, si sono incentrati sulla dopamina, un neurotrasmettitore di cui mancherebbero appunto i ricettori – in particolare il D2 – sia nel caso di elevata capacità ideativa che nel caso di schizofrenia. La zona più interessata è il talamo, quella specie di filtro cerebrale che setaccia appunto le informazioni che arrivano in quelle aree della corteccia responsabili, fra l’altro, della cognizione e del ragionamento: se non funziona in modo “sano”, cadono quelle barriere che impediscono alla creatività di avere libero sfogo, come invece capita, appunto, alle menti dei geni e, ovviamente, dei matti.
Ciò spiegherebbe la capacità di fare collegamenti insoliti in una situazione di problem solving e le bizzarre associazioni mentali elaborate da chi vive in forti stati di alterazione mentale.

Inoltre è stato osservato che le persone altamente creative appartengono più spesso a famiglie in cui qualche membro ha sofferto di disturbi mentali. La genialità creativa avrebbe allora una parziale radice biologica, la stessa della follia.

Un ulteriore evidenza a sostegno di questa tesi è arrivata da un neuroscienziato dell’Università di Graz, Andreas Fink, che ha deciso di approfondire le sue ricerche per capire i meccanismi del lato oscuro della creatività. Fink nel 2014 ha pubblicato uno studio di confronto tra i cervelli di persone creative e di persone che soffrono di disturbo della personalità. Le risonanze magnetiche hanno mostrato che in entrambi i casi la regione del precuneus, parte del cervello coinvolta nell’attenzione e nella concentrazione, non riesce a funzionare come filtro, neanche se i soggetti sono messi davanti a compiti difficilissimi. E così il cervello continua a generare idee.

 

ANEDDOTI E CURIOSITÀ SULLE VITE DEI “GENI”

Come abbiamo già detto sopra, oltre alle evidenze scientifiche, esistono numerosi aneddoti e curiose abitudini relative a famosi artisti e creativi che fanno pensare ad uno stretto legame tra disturbi psichici e genialità.

Vincent van Gogh, Autoritratto con l’orecchio bendato, 1889

Edvard Munch, il pittore norvegese autore del capolavoro “L’urlo”, ad esempio, soffriva di ansia e allucinazioni. E proprio il suo dipinto più famoso rappresenta l’angoscia dell’uomo moderno e soprattutto quella dello stesso artista. Non da meno Vincent van Gogh, che si tagliò un orecchio dopo una lite con il suo amico Paul Gauguin, regalandolo ad una prostituta, e si tolse la vita nel 1890.
Il pittore olandese oscillava pesantemente tra genio e follia, come scrisse anche in un una lettera al fratello Theo nel 1888: “Sono in grado di descrivere esattamente che cosa c’è adesso in me e poi ci sono orribili attacchi di ansia, apparentemente senza causa, o comunque un senso di vuoto e di stanchezza in testa. A volte ho attacchi di malinconia e di rimorso atroce”.

E ancora tanti altri, da Dalì, tormentato dalla paranoia, a Monet, la cui depressione lo ossessionò per tutta la vita.

Ma non solo il mondo dei pittori, anche quello dei letterati fu pieno di folli. L’inglese Edgar Allan Poe è forse l’esempio più emblematico: lo scrittore cadde in un profondo stato di follia in seguito alla morte della moglie, aggravato anche dall’alcol che lo distrusse nei suoi ultimi anni. La sua angoscia si riversa interamente nelle sue opere, precursori dell’horror e del fantasy: morì in ospedale dopo esser stato trovato in stato di shock in strada (forse affetto dai sintomi del delirium tremens), con vestiti non suoi, nominando il nome di un certo “Reymond”, la cui identità è tuttora ignota, senza riuscire a spiegare cosa gli fosse accaduto.

Una foto del manoscritto originale di “On The Road” di J. Kerouack. Ph. ©Tomas Hawk

Jack Kerouac pianificò il suo capolavoro “On The Road” per anni accumulando ampie note nei suoi diari, e infine scrisse libro in uno scoppio febbrile, lasciandolo versare sulle pagine di un nastro, una lunghissima striscia di carta, in un formato adatto al suo progetto, tanto da permettergli di mantenere il suo ritmo forsennato senza mai fermarsi a ricaricare la macchina alla fine di ciascuna pagina. Quando ebbe finito, si presentò nell’ufficio del suo editore Robert Giroux e srotolò orgogliosamente la pergamena sul pavimento. Il risultato, tuttavia, fu allo stesso tempo comico e tragico. Per sgomento di Kerouac, Giroux gli chiese come avrebbero potuto fare correzioni su un manoscritto del genere.

Virginia Woolf era altrettanto ostinata e bizzarra nelle sue consuetudini. All’età di vent’anni, trascorreva due ore e mezza ogni mattina scrivendo, su un tavolo alto 3 piedi e mezzo con un’angolatura che le permetteva di vedere il suo scritto da vicino e da lontano. Scriveva seduta o in piedi (per rivalità con la sorella Vanessa che in piedi dipingeva), aiutata dalla sua invenzione: una tavoletta di compensato cui aveva attaccato penne e inchiostro per avere sempre a portata di mano ciò che le occorreva per scrivere, senza interrompere il suo flusso creativo.

Ancora più curiosi erano i metodi che ingegnosi autori hanno utilizzato per costringere se stessi a scrivere quotidianamente e con costanza. Nell’autunno del 1830, Victor Hugo si propose di scrivere Il gobbo di “Notre Dame” contro il termine apparentemente impossibile del febbraio dell’anno succcessivo. Per prepararsi comprò un’intera bottiglia di inchiostro e si chiuse dentro casa per mesi. Hugo buttò i suoi vestiti per evitare ogni tentazione di uscire e fu lasciato con nulla da indossare se non un grande scialle grigio, che lo coprì per mesi. Finì il libro poche settimane prima della scadenza, utilizzando l’intera bottiglia di inchiostro per scriverlo.

Non da meno gli italiani Manzoni e Leopardi, il primo agorafobo, talmente spaventato dalla folla e dai luoghi aperti da non uscire mai di casa, il secondo affetto da numerosissime malattie fisiche che lo portarono alla depressione e a frequentissimi cambi di umore, passando dall’euforia alla più totale disperazione.

Pablo Picasso, Il sogno, 1932

Infine una singolare curiosità sull’artista che forse ha rivoluzionato più di tutti l’arte e la sua concezione nel corso del XX secolo, Pablo Picasso. Secondo il neuroscienziato olandese Michel Ferrari, all’origine dei quadri cubisti di Picasso ci sarebbe stata l’emicrania: i visi tagliati in verticale e le relative sproporzioni sarebbero dovute  alle visioni “spezzate” dei malati di aura visiva, la patologia di cui probabilmente soffriva.

Tutti questi personaggi quindi, oltre ad esser stati considerati dei geni, delle menti brillanti e superiori, sono accomunati dall’aver vissuto in stati di alterazione mentale, più o meno gravi. Sembra perciò accertato il legame fra disturbi psichici e il potere della creatività. Una malattia, un’ossessione, il più delle volte un peso insopportabile, ma anche un dono, una sensibilità speciale destinata a pochi, “una maggiore acutezza dei sensi”, coma la definiva la poetessa Alda Merini, affetta da sindrome bipolare e richiusa per diversi anni in un manicomio psichiatrico.

Sicuramente si tratta di vite segnate spesso dal dolore, dalla malinconia e dalla depressione, ma anche di persone con modi di vedere e di sentire “fuori dagli schemi”, che, grazie al loro intuito formidabile e a una sensibilità sovrumana, hanno donato al mondo opere e capolavori di inestimabile valore, che sono oggi a fondamento del patrimonio culturale e artistico universale.