Uno degli artisti più poliedrici del suo tempo: pittore, scenografo, architetto ma soprattuto scultore, Gian Lorenzo Bernini si è distinto tra i suoi contemporanei per la maestria nel realizzare le sue opere e la resa pressoché perfetta dell’incarnato umano attraverso il marmo. Arrivato a Roma con il padre Pietro (autore della famosa fontana della Barcaccia a Piazza di Spagna), Bernini iniziò a realizzare opere scultoree per cardinal nepote Scipione Borghese, mecenate e grande appassionato d’arte. Le più famose sono conservate oggi a Galleria Borghese e comprendono: “Enea, Anchise e Ascanio”, “Ratto di Proseripina”, “David” e “Apollo e Dafne”.

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Autoritratto di Gian Lorenzo Bernini (da Wikipedia Commons)

La prima delle quattro statue realizzate è “Enea, Anchise e Ascanio“, raffigurante appunto il mitico eroe in fuga da Troia in fiamme con l’anziano padre e il figlioletto. Bernini poco più che ventenne mostra già caratteri maturi nella resa dei volti (tonico di Enea, paffuto di Ascanio e raggrinzito di Anchise) e della muscolatura dei personaggi. L’opera è inoltre ricca di simboli emblematici: il giovane Ascanio porta nella mano sinistra il sacro fuoco eterno delle Vestali, simbolo della grandezza eterna ed incontrastata di Roma; il vecchio Anchise invece, nella mano sinistra, sorregge un’urna contenente le ossa degli antenati, quello che diverrà poi il culto dei Penati a Roma.

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“Enea, Anchise e Ascanio” di Gian Lorenzo Bernini (da Wikipedia Commons)

Il “Ratto di Proserpina“, scolpito nel 1621, esprime divinamente l’atto repentino con il quale Plutone, invaghitosi di Proserpina figlia di Cerere, la rapisce, accompagnato dal fedele cane a tre teste Cerbero. Come le dita della dea affondano del volto maturo di Plutone, allo stesso modo quelle del dio afferrano le carni della giovane con un naturalismo strabiliante, rendendo “morbido” il marmo all’occhio dello spettatore. La composizione ha molteplici punti di vista, è progettata per essere guardata a 360° per apprezzarne ogni singolo centimetro cubo.

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“Ratto di Proserpina” di Gian Lorenzo Bernini (da Wikipedia Commons)

I suoi più famosi precedenti sono stati quello di Donatello e quello di Michelangelo, ma il David di Bernini ha una forza vitale, un movimento ed un’energia tutta nuova: l’eroe compie una torsione completa del corpo, sforzando ogni singolo muscolo, pronto a colpire il gigante Golia, inquadrato nello sguardo concentrato e deciso del giovane. Per cogliere ancora meglio ogni dettaglio dell’opera è consigliabile girarle attorno: troviamo infatti una corazza ai piedi dell’eroe, lasciata lì perché troppo pesante ed una testa d’aquila, simbolo della famiglia Borghese. La fronte corrugata, le labbra rientrate sono tutti espedienti per caricare ancor più l’opera di tensione.

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“David” di Gian Lorenzo Bernini (da Wikipedia Commons)

Ultima in ordine cronologico e summa degli studi anatomici e scientifici di Bernini è “Apollo e Dafne”. La ninfa, mentre cercava di scappare dalle grinfie del divino Apollo, pregò il padre Peneo, una divinità fluviale, di salvarla e magicamente la fanciulla si trasformò in un albero di alloro. Bernini coglie l’attimo preciso in cui le mani del dio stanno per posarsi sulla pelle della fanciulla, che repentinamente sta iniziando la sua mutazione: le dita e capelli diventano rami e foglie sottili. gambe e piedi son già radici e corteccia; il volto, proteso all’indietro, è percorso da un’espressione di strazio e paura. Apollo invece è tutt’altro che impaurito: i suoi occhi trasognati sono rivolti verso la ninfa, con la mano sinistra la accarezza per tirarla a sé. Ma è troppo tardi, ormai la trasformazione è in atto. Degna di nota è la resa leggera e morbida del panneggio del dio, completamente staccato dal suo corpo.

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“Apollo e Dafne” di Gian Lorenzo Bernini (da Wikipedia Commons)

Lo stile e la grandezza di Bernini è poi stato ereditato dai suoi seguaci per decenni, ma nessuno è riuscito mai ad eguagliare la tensione emotiva e la carica vitale impressa nelle sue opere, colte nel momento topico, nell’istante fatale, che permetteva appunto allo scultore di dare completo e libero sfogo al suo geniale estro creativo.