di Cristina Ruberto

Panteha Abareshi è una ragazza di non ancora vent’anni che si propone sicuramente come una fra le più interessanti e brillanti illustratrici degli ultimi anni.
Le sue opere estremamente crude, al limite fra il reale e l’impossibile, ci mostrano la sua difficile quotidianità: soffre infatti di Anemia Falciforme, una malattia del sangue ereditaria che dal 2014 le provoca dolori così forti da renderle difficile ogni semplice attività.

Per questo motivo ha vissuto gran parte della sua adolescenza fra ospedali e cliniche, dove per la prima volta, per ingannare il tempo, si è avvicinata al disegno, che da allora avrà per lei sempre una funzione catartica.
Le assonanze con la figura di Frida Kahlo (vittima a soli 18 anni di un incidente che la portò a subire 32 operazioni chirurgiche) sono evidenti, eppure la sua arte -per certi versi così simile- viene totalmente rivisitata da Panteha, a distanza di quasi un secolo dall’esordio della pittrice messicana.

Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine, 1940 – Olio su tela, cm 63,5 x 49,5 – Harry Ransom Center, Austin – © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, México D.F. by SIAE 2014

Il fulcro dell’opera di Panteha è il dolore che, sebbene manifestato fisicamente (attraverso segni di tagli, escoriazioni, lacerazioni etc.) simboleggia in realtà le sofferenze delle malattie mentali, soprattutto depressione e ansia, di cui l’artista soffre da anni.
Riconosciamo quindi Panteha come totalmente inserita nell’ambiente culturale odierno in cui musica, cinema, letteratura e arte indagano temi legati ai disturbi della psiche, da lei stessa affrontati al fine di cambiarne la visione convenzionale da parte della società contemporanea; al contrario di Frida che non si identificava in nessun movimento artistico dell’epoca.
La sua poetica si fa inoltre carico di un messaggio sociale molto importante: la valorizzazione delle diverse etnie, culture e razze attraverso ritratti di donne in cui identificarsi collettivamente, a differenza degli autoritratti di Frida Kahlo. La Abareshi vuole proporre infatti un modello di donna appartenente a minoranze etniche, che in giovinezza le è mancato, proponendolo però come universale alle generazioni future.

Panteha Abareshi, What’s Underneath Cannot Be Covered Up, 2017

Per questo motivo molte sono le personificazioni di dee ancestrali, richiamate da antiche civiltà, come la stessa Frida fece riprendendo personaggi della sua antica tradizione autoctona, ma non con l’intento di valorizzare la cultura delle origini – in Messico repressa durante la prima metà del Novecento- bensì per dimostrare la bellezza di ogni popolo.

Possiamo quindi descrivere l’arte di Panteha come un urlo di rivalsa: mostra gli orrori che il suo corpo ha dovuto sopportare su donne con visi imperturbabili, che dimostrano la forza e la caparbietà del genere femminile.
Orrore e crudeltà non sminuiscono però la bellezza delle sue muse, esotiche, per nulla convenzionali, non più circondate da fiori ma trafitte da rose rosse, miste a sangue.

Panteha Abareshi, Not On The Menu, 2017

Noi rivediamo Frida nella rappresentazione esplicita del tormento fisico, mai mitigato, di Panteha, tormento che ricorre nelle vite di entrambe le artiste, figure di incredibile forza da cui prendere esempio per realizzarsi nell’arte nonostante tutte le difficoltà che possiamo incontrare durante il nostro percorso.

 

Potete seguire Panteha Abareshi su Instagram (@pantehart) o visitando il suo sito web (www.panteha.com).