Di Sebastiano Casella

In un momento storico-sociologico in cui apparenza, superficialità, iper-esposizione e mancanza di credibilità dominano indisturbati, può essere utile riflettere profondamente prendendo a modello un maestro della pittura italiana del Novecento.
Sergio Romiti (1928, Bologna – 2000, Bologna) si distingue nettamente nel panorama artistico nazionale e internazionale degli anni Sessanta e Settanta per il suo particolarissimo approccio alla pittura, incentrato su una vera e propria “definizione mentale” di questa tecnica. L’artista bolognese prendendo le mosse dalla quotidianità, come testimonia Macelleria (1949),

Sergio Romiti, Macelleria, 1949, olio su carta, 70×50 cm, Collezione privata. Copyright: M. Scolaro, Sergio Romiti. La tentazione del colore. Casa editrice Bononia University Press

sente crescere progressivamente il bisogno di una riflessione che trascenda visibile e sensibile al fine di focalizzarsi totalmente sull’essenza stessa della pittura. Nel giro di un biennio scarso Romiti inizia infatti a concentrarsi su di una lenta ma indefessa distillazione dell’oggetto-referente, che da originario soggetto delle composizioni passa a puro pretesto poietico, motivo per un’attenta indagine della realtà.
Dalle strade cittadine dove aveva visto la macelleria, l’artista si ritira nella dimensione intima della propria dimora. Qui, per tutta la prima metà degli anni Cinquanta, Romiti osserva mensole, tavoli, stanze e gli oggetti ivi riposti. Attraverso una tavolozza ora fredda e metallica, ora tenue, calda e pastello, il pittore indaga con lucidità e distacco la realtà delle cose.

Sergio Romiti, Tavolo di cucina, 1951, olio su tela, 55x75cm. Copyright: Roberto Pasini, Warhol e Romiti. Un confronto assurdo. Casa editrice Pendragon, collana le sfere – arte, 2008

Gli olii, morbidi sulla tela, restituiscono pacatezza e tranquillità, increspate però da un senso di crescente inquietudine che, malcelato, tradisce la propria presenza. Sergio Romiti percepisce distintamente il cortocircuito, la “falla nel sistema” del reale. Soltanto grazie ai titoli è possibile identificare vagamente quel che ospita il supporto. Dal ‘57 viene meno anche quest’ultimo appiglio al reale e l’artista comincia a intitolare in modo omonimo le proprie opere, tutte identificate dal titolo Composizione. Contemporaneamente la struttura e la fisicità degli oggetti, a stento tenute assieme fino ad ora in un precario equilibrio, cedono. Si assiste a una destrutturazione e a una conseguente ricomposizione dei tasselli geometrico-cromatici attraverso cui l’artista aveva tratteggiato sul supporto la realtà. Strutture indefinibili paiono ora levitare senza peso sulle tele, sospinte dall’inestinguibile forza indagatrice del pittore, tutto teso a comprendere che cosa definisca il reale a cui si è acriticamente assuefatti. Agli inizi degli anni Sessanta Romiti solleva il velo di Maya e fissa il proprio sguardo sulla verità. Gli olii virano inesorabilmente verso i soli bianco e nero, in equilibri perfetti di forma, colore e non colore. Dalla stanza contenente gli oggetti del quotidiano, pregni di tutta la loro fisicità artefatta, l’artista giunge al nulla, un vuoto caratterizzato da un buio totale a tratti illuminato da lampi di luce e baluginii che permettono di comprenderne immensità e potenzialità creatrice.

Sergio Romiti, Composizione, 1961, olio su tela, 100x60cm. Copyright: Roberto Pasini, Warhol e Romiti. Un confronto assurdo. Casa editrice Pendragon, collana le sfere – arte, 2008

Sergio Romiti, Composizione, 1965, olio su tela, 75x65cm. Copyright: Roberto Pasini, Warhol e Romiti. Un confronto assurdo. Casa editrice Pendragon, collana le sfere – arte, 2008

L’instancabile ricerca condotta da Romiti gli consente di scoprire, sicuramente non senza sgomento, l’essenza stessa della pittura – medium attraverso cui spesso illusioni vengono celebrate come realtà – e di conoscere in tal modo la natura della realtà stessa. Fino al 1975 Sergio Romiti continua questa sua singolare indagine – intellettuale, mentale e psicologica– della pittura, per cessare poi di creare per un decennio.
Giunto alla “matrice” della pittura e della realtà, in un parallelismo che volutamente richiama la pellicola dei fratelli Wachowski, scoperta e resa manifesta questa sconcertante verità, Romiti sente la necessità, comprensibilissima, di una pausa. Riprenderà a dipingere in modi, toni e contenuti nettamente differenti, uscendo dalla stanza e calcando nuovamente le strade da cui tutto aveva avuto origine.