Di Sebastiano Casella

Nel 1985, dopo un decennio di totale assenza creativa, Sergio Romiti riprende a dipingere.
Torna però sulla scena artistica mutando radicalmente cromatismi, tecnica, dimensione delle opere e soprattutto modalità espressiva. Il cambiamento decisivo è quello del soggetto. Il pittore, giunto necessariamente a patti con la realtà – la sconcertante rivelazione giocata sui soli bianco e nero, caratterizzata da immoti silenzi, impercettibili sussurri e rivelazioni improvvise magistralmente resa negli olii del periodo ‘60-’70 – abbandona ora la stanza con la sua rassicurante teoria di oggetti e si lancia per le strade cittadine. Sente fortissima la necessità di verificare la concretezza del mondo e delle cose, nel tentativo di riemergere da un incubo tragicamente immoto, afono, incolore. Le Composizioni del decennio Sessanta-Settanta non possono rappresentare la verità ultima, Romiti sembra rifiutare ciò che ha scoperto e rielaborato mentalmente, non vuole sobbarcarsi ulteriormente il montaliano peso di andarsene col proprio segreto. La città, caotica, veloce, rumorosa può, a ragione, restituirgli quell’esperienza vitale di comune quotidianità squisitamente sensoriale, lontana – com’era stata la bottega del macellaio – dalla dimensione tutta cerebrale scoperta nelle stanze domestiche. Nuovamente nel mondo però, Romiti si trova ad affrontare ciò che mai avrebbe creduto e voluto vedere. Profondamente cambiato, osserva ora la città per quello che realmente è. Sono Metropolis e La città proibita a testimoniare, nel 1986, la desolazione affrontata dal pittore. Un ambiente ostile, minaccioso, saturato da esalazioni nocive e rumori assordanti in cui l’essere umano viene totalmente privato di senso e autenticità. Una mostruosa macchina autoreferenziale diretta da logiche iper produttive, sorde alle basilari necessità dell’uomo.

L’artista vede ora la realtà delle cose con occhi nuovi, dopo aver sviluppato un totale disincanto attraverso lo studio mentale della pittura. Vaga come un anima tormentata per le strade, si scontra con un mondo mutato inesorabilmente in peggio. La reazione è commovente nella sua umanità. Romiti si abbandona alla rabbia per far fronte a indignazione, senso del rifiuto, angoscia e, infine, comprensione della propria inevitabile sconfitta. Il lucido controllo mentale che aveva dominato la sua precedente produzione viene meno e, seppur ne rimanga una lieve eco nella costruzione geometrica delle opere, cede il posto a un’impetuosa furia distruttiva. Il pennello lascia sul supporto segni spessi, materici, tracciati con ferocia e latori della furia cieca che s’è impossessata di Romiti.

Sergio Romiti, Uno sguardo dal ponte, 1993, acrilico su tela, 70×50 cm, Collezione privata. Copyright: Roberto Pasini, Warhol e Romiti. Un confronto assurdo. Casa editrice Pendragon, collana le sfere – arte, 2008

È possibile immaginarlo mentre trafelato, ansante, incredulo, col volto mutato in una maschera di orrore e rabbia, si aggira per questa città infernale nel tentativo di scoprirne un angolo rimasto incorrotto e puro, reliquia di un armonia passata e irrecuperabile. Uno sguardo dal ponte, datato 1993, restituisce la desolazione che si spiega davanti allo sguardo dell’artista oltre a quella che alberga nel suo animo. Egli assiste a un tramonto livido, presago di negatività e tragedia, mentre illumina impietosamente rovine cittadine funeree.

Nello stesso anno ritrova la Macelleria, ora abbandonata, con i tagli di carne dimenticati in una grigia e nauseante putrefazione. Il pavimento, coperto di sangue rappreso e brunito, sembra trattenere a stento una possibile esondazione ematica, memore del saggio filmico di Kubrick, capace di travolgere lo spettatore. La tavolozza è sempre più cupa, vira verso cromie torbide, terrose, fuligginose e oscure. L’olio è sostituito da acrilico e tempera, la loro stesura non condivide alcunché con la morbida e rarefatta delicatezza dei precedenti dipinti. L’artista aggredisce il supporto, lo soffoca in un fraseggio serratissimo di pennellate tanto più efficaci in quanto la dimensione delle opere diminuisce.

Sergio Romiti, Macelleria, 1993, acrilico su tela, 65×30 cm, Collezione privata. Copyright: Roberto Pasini, Warhol e Romiti. Un confronto assurdo. Casa editrice Pendragon, collana le sfere – arte, 2008

Allo spettatore non è concesso respiro, inghiottito come il pittore in questo angoscioso susseguirsi di visioni sconfortanti, ritratto del mondo che resta. Composizione e Obelisco rosa, di un anno seguenti, sono le ultime registrazioni visive del viaggio di Romiti. È scesa ora la notte, plumbea, oscura, definitiva. La tavolozza è virata al nero e al grigio scuro.

Il pittore è arrivato alla conclusione del suo viaggio, al termine ultimo di un peregrinare tormentato e doloroso. Romiti osserva delle cattedrali postmoderne fredde, fatiscenti, inneggianti il lavoro e la produzione, dimentiche dell’essere umano. L’oscurità cala sul supporto e lo inghiotte, cancellando ogni anelito figurativo che, per quanto brutalizzato, era finora comparso sulla tela. L’epilogo del viaggio s’intitola Alla lavagna. Nel 1995 Sergio Romiti dipinge una superficie totalmente nera che ricorda l’ardesia, solcata soltanto da qualche pallido segno bianco interpretabile come polvere di gesso cancellato.
Sergio Romiti distoglie lo sguardo, chiude gli occhi per immergersi in un oscurità atta a preservarlo dagli orrori visti nel tentativo di cancellarli e dimenticarli. Con un ultimo, estremo, gesto conclude quel girovagare disperato che lo aveva costretto, solo, ad un inferno in terra desolante.