Sabato 15 settembre, nel cuore di Trastevere, l’arte contemporanea e la musica ambient-sperimentale si sono fusi con il Museo dell’Orto Botanico di Roma, dando vita a un percorso sensoriale in cui immergersi, in una ritrovata dimensione di dialogo tra arte, suono e natura. Il progetto curatoriale presentato da CultRise prende come punto di partenza l’ispirazione che ne deriva dall’ecosistema dell’Orto Botanico. Il visitatore ha avuto la possibilità di immergersi  negli spazi museali attraverso otto interventi inediti site-specific progettati da artisti internazionali di arte contemporanea, ospitati dal museo fino al 22 settembre.

James Hillman, Andrew Iacobucci, Jerico, M_O, Moneyless, Giulia Mangoni, SBAGLIATO e Gianfranco Toso hanno creato opere in sinergia con le specie che il Museo tutela e protegge, sperimentando leggerezza, gravità, fughe verticali e sospensioni. Insieme alla sonorizzazione ambientale all’interno della serra tropicale, composta da Studio Orbita, gli artisti hanno contribuito ad amplificare l’esperienza del Museo, già sede nell’estate del 1987 dell’installazione sonora di Brian Eno insieme ad Andrew Logan.

Il Museo vivente dell’Orto Botanico rappresenta, per gli artisti, un luogo iconico in cui sperimentare il proprio processo creativo. Il Museo, che si mostra al pubblico attraverso le sue continue trasformazioni, ha ospitato l’arte come una nuova specie autoctona da custodire e mostrare ai visitatori. Protagonista e fonte d’ispirazione di questa ricerca artistica, l’Orto Botanico rappresenta un luogo privilegiato per il dialogo con la città che lo circonda favorendo, in sinergie con le opere e la musica, un’elevazione fisica e ideale.

La sede

L’Orto Botanico di Roma è uno dei Musei dell’Università Sapienza di Roma. Si estende su una superficie di 12 ettari nel cuore del tessuto urbano della città, fra Via della Lungara e il Colle del Gianicolo, occupando parte dell’area archeologica dell’Ager Vaticanus. L’attuale sede è stata istituita nel 1883 e nell’area in piano sono presenti numerosi esemplari di palme che delimitano il viale principale. Il museo ospita al suo interno numerosi collezioni tra cui un nutrito nucleo di Palme, Felci e bambù, un Giardino Giapponese, dei Sensi e una Serra Francese costruita intorno al 1883/4 dalla ditta Mathian di Lione. Vi sono inoltre al suo interno una serie di Fontane storiche, tra cui quella detta ‘dei Tritoni’ realizzata da Giuseppe Poddi nel 1742, prima parte di un progetto architettonico arricchito da un emiciclo di alloro e archi sorretti da colonne, e la ‘Scalinata delle undici fontane’ i cui lavori iniziarono lo stesso anno su progetto del celeberrimo Fuga.

Le opere

Artwave ha preso parte alle giornate dedicate alla cultura e vi parlerà di alcune delle opere ‘cresciute’ e pensate all’interno della cornice dell’Orto Botanico.

M_O – Beati monoculi in terra caecorume, 2017

Le installazioni, i dipinti e i disegni di Marroni – Ouanely affrontano spesso tematiche riguardanti questioni della società contemporanea. Il loro percorso ha inizio in giovane età grazie all’incontro e l’unione delle loro principali passioni: Street Art e Fotografia. Poco dopo il loro primo incontro a Parigi nel 2010, a quattro mani, Thomas e Romain, cominciano a disegnare e documentare le loro esperienze con l’intento di ritrarre e immortalare il loro ‘Hit et nunc’. La ricerca trova il suo spazio tra il corporeo e lo spirituale, a caccia di un gesto primitivo e alla ricerca di un equilibrio tra caos e controllo.

SBAGLIATO – Senza titolo, 2018

Le installazioni visionarie di SBAGLIATO sono il risultato di una sinergia tra architettura, grafica, fotografia e collage, attraverso la quale gli elementi architettonici possono essere ‘campionati’, elaborati e riproposti nel contesto urbano, in modo eterogeneo ma non casuale. Tale esigenza si esprime e realizza attraverso l’uso dei poster, mezzo di comunicazione ideale per la sua natura effimera e per l’attitudine mimetica, caratteristiche distintive della poetica del gruppo. Si tratta di un sodalizio artistico nato nel 2011 tra tre architetti e designers romani, nato dal desiderio di generare un’interferenza nel tessuto urbano, creando ‘varchi’ all’interno dell’ordine rigido della realtà.

James Hillman – Dolme (Arch/Orientalism), 2018

Artista britannico, classe ’92, il suo lavoro esplora il movimento di processi fluidi e alchemici attraverso un linguaggio rigido e minimale. Questo modo di lavorare, apparentemente contraddittorio, dà origine a una morfologia di simboli dai quali emergono immagini arcaiche, rielaborate ed estrapolate dal loro contesto temporale per essere poi ricontestualizzate nel presente. James si esprime attraverso una pratica multiforme che oscilla fra pittura e scultura, un processo artistico composto da azioni cicliche che si fondono all’utilizzo di materiali industriali. Un’espressione di equilibri tra elementi amorfi, astratti e strutture di rappresentazione. I materiali scelti per quest’opera sono il gesso e i pigmenti, oltre all’uso di un vero e proprio ombrello.

Giulia Mangoni – Natura viva, 2018

Artista italo-brasiliana, esplora e mette in discussione le tematiche della narrazione monodimensionale a favore dei sistemi più complessi e fluidi di trasmissione di informazioni. Creando interventi site-specific messi in scena attraverso la lente della pittura, Mangoni decompone quasi fosse un gioco le nozioni specifiche di identità e memoria che sembravano essersi sedimentate col tempo. Giulia è attratta da specifici momenti storici mai assimilati; momenti nei quali, attraverso l’uso anche qui di simboli ricorrenti, le potenze dominanti hanno re-indirizzato la narrazione a loro favore. Nel suo lavoro analizza, raccoglie, studia e traduce questi momenti per comprenderne l’estensione dell’influenza degli stessi nel presente

Gianfranco Toso – Terra al cielo, 2018

Nato e residente a Roma dal 1980, autodidatta, intraprende il percorso artistico dopo gli studi di architettura nel 2008. Il suo lavoro è orientato fin dall’inizio alla ricerca di una dimensione ‘ulteriore’ della realtà, oltre quindi il significato tangibile e oggettivo delle forme che egli stesso crea. Come frammenti di un universo rarefatto, silenzioso, sacrale, i segni acuminati e taglienti che Toso traccia su di una tela come una lastra di ferro conducono a un interrogativo senza risposta apparente. A partire dai primi lavori, ha prediletto l’uso esclusivo del nero, trovando in esso quella necessaria ‘assenza di pulsioni’ per la propria ricerca meditativa.

Foto di ©Valerio Caporilli