L’edificio che attualmente ospita l’Accademia d’Ungheria in via Giulia vanta oltre cinque secoli di trascorsi e si delinea attraverso le vicissitudini di importanti famiglie nobiliari italiane, papi e architetti; acquistato nel 1928 secondo il volere del ministro del Culto e dalla Pubblica Istruzione ungherese Kunó Klebelsberg, è oggi uno degli istituti più attivi e vivaci di Roma.

Via Giulia. Credits @mdmfisioterapia

La storia

Le vicende edilizie di palazzo Falconieri hanno inizio con il rinnovamento urbano della città voluto da papa Giulio II della Rovere (1503-1513), influente e risoluta figura politica del Rinascimento italiano.

Nel tentativo di adeguare la capitale dello Stato Ecclesiastico alle nuove norme urbanistiche – assi prospettici, ampie vie lungo le quali si affacciano edifici nobiliari – a partire dal 1508 Giulio II decise di aprire due nuove arterie urbane, via della Lungara e via Giulia; entrambe avrebbero connesso la città con la zona del Vaticano, la prima parallela al fiume attraversando Trastevere, la seconda sventrando parte dell’abitato medievale presente nell’ansa del Tevere.

L’ingente incarico venne affidato a Donato Bramante (1444-1514), architetto già nominato sovrintendente generale delle fabbriche papali nel 1503 e autore dell’importante progetto di rifacimento della Basilica di San Pietro. La sistemazione bramantesca non avrebbe riguardato unicamente la rettificazione di un tracciato viario ma anche la progettazione dei principali corpi edilizi da inserirvi, compreso il mastodontico palazzo dei Tribunali – purtroppo rimasto incompiuto, ci rimangono solo alcuni blocchi in travertino del basamento – e il futuro palazzo Falconieri, all’epoca proprietà di Attilio Ceci.

I passaggi di proprietà furono numerosi, dai Ceci agli Odescalchi ai Farnese, fino al definitivo acquisto da parte di Orazio Falconieri nel 1638. I Falconieri erano una ricca famiglia di banchieri fiorentini giunta a Roma per far fruttare il proprio patrimonio e proprio grazie alle loro mansioni divennero funzionari della corte papale, riuscendo a inserirsi nell’alta società locale.

Prospetto su via Giulia. Credits @varhelyiklara

L’intervento di Francesco Borromini

Orazio Falconieri decise di riedificare il preesistente palazzo, considerato troppo modesto rispetto al nuovo rango raggiunto dalla famiglia, e affidò l’incarico al ticinese Francesco Borromini (1599-1667), indiscusso ideatore, insieme a Pietro da Cortona e a Gian Lorenzo Bernini, di quel movimento architettonico che successivamente il mondo chiamerà barocco romano. All’epoca Borromini era impegnato nel cantiere di San Carlo alle Quattro Fontane, prima importante commissione pubblica dell’architetto.

Secondo i documenti d’archivio della famiglia, i lavori iniziarono nel 1646 e si conclusero nel 1649, a eccezione di alcuni cicli decorativi che furono implementati nei decenni successivi; la facciata venne ampliata portando a undici gli otto assi di finestre presenti e venne aggiunto un secondo portale a quello presente. Il basamento è rivestito da un bugnato a blocchi di travertino e sopra questo due piani presentano un’intonacatura a finta cortina listata.

L’apparato decorativo esterno non è borrominiano a causa dell’interruzione dei lavori a cavallo di metà secolo ma venne completato fra il 1730 e il 1733 da Ferdinando Fuga (1699-1782), altro noto architetto operante nella capitale dello Stato papale.  Il cornicione è decorato da elmi, leoni, aquile, scudi e loriche antiche mentre ai lati del palazzo, al di sopra di aggettanti lesene rastremate e rudentate, trovano posto due erme-cariatidi ditate di testa di falco e prorompenti seni, forse un omaggio alle spiccate personalità femminili della famiglia Falconieri. Il Fuga nello stesso periodo stava lavorando all’attigua Santa Maria dell’Orazione e Morte, un serrato rapporto che ben testimonia la stessa mano dietro alla progettazione degli elementi decorativi dei due fronti.

Varcato il portale d’ingresso sinistro – quello destro risulta tamponato – ci si trova in un profondo atrio sovrastato da volte a vela sorrette da pilastri e colonne libere; i fusti sono blocchi monolitici di granito grigio, probabilmente elementi di reimpiego della precedente fabbrica.

Dietro al vestibolo si apre il giardino, ambiente ricavato in corrispondenza dell’ingresso laterale del palazzo in via Lungotevere dei Tebaldi. La prima percezione è la totale sproporzione dello spazio verde rispetto alla mole del palazzo; l’esigua estensione è dovuta alla costruzione dei muraglioni del Tevere che nella seconda metà  dell’Ottocento ridussero lo spazio aperto, originariamente composto da un ampio parterre all’italiana che si estendeva più del doppio dell’attuale.

Salendo al piano nobile, le decorazioni dei soffitti presentano l’inconfondibile segno borrominiano, una successione di stucchi fitoformi e immagini simboliche ancora non del tutto indagate; originariamente lasciati bianchi, in occasione delle nozze di Costanza Falconieri vennero ridipinti con tonalità accese di celeste, blu, rosso e oro, secondo il nuovo gusto neoclassico di fine Settecento.

Globo celeste, occhio divino, raggi solari, sono elementi che rappresentano il mondo come un nesso spirito-materia; particolare è la decorazione centrale di una volta composta da tre cerchi intrecciati – spirito, materia, anima – all’intersezione dei quali trova posto un sole raggiante. Lo scorso settembre, in seguito a dei lavori di ristrutturazione, sono state scoperte nuove volte nel piano terra occultate da controsoffitti posticci. La mano dell’architetto ticinese risulta indubbia, specialmente riguardo alla bordatura floreale con palmette del rettangolo centrale della volta a schifo di uno dei vani.

Particolare menzione va all’altana, progettata da Borromini come elemento culminante dell’edificio, un volume che domina il blocco centrale di questo, connettendo il prospetto su via Giulia con la facciata prospiciente il fiume; secondo alcuni primigeni disegni dell’architetto la loggia superiore avrebbe dovuto occupare sette campate, ridotte a tre in corso d’opera.

Tre seriane rendono completamente diafana la struttura mentre la copertura, praticabile, è delimitata da una una massiccia balaustrata; fra una transenna e l’altra delle erme bi-fronti con fattezze maschili e femminili – alternativamente giovani e anziani – si ergono su pulvini schiacciati di rievocazione michelangiolesca.

L’Accademia d’Ungheria

A seguito della dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico avvenuta nel 1918, il nuovo governo ungherese decise di aprire nuove porte verso l’Europa, Italia compresa; nel 1928 palazzo Falconieri venne destinato a sede della Reale Accademia d’Ungheria, cambio d’uso che comportò lavori di adeguamento dei vani nobiliari alla nuova sede .

Furono scelte come sezioni distaccate della neonata istituzione anche l’Istituto Storico Fraknói e l’Institutum Pontificium Ecclesiasticum Hungaricum in Urbe, indirizzando le attività verso tre direttrici principali; gli studi storici – particolare rilevanza è dato all’analisi dell’Archivio Segreto del Vaticano aperto nel 1880 da papa Leone XIII -, la promozione artistica e gli studi teologici, ambiti che si innestano sulla scia della consolidata tradizione dei collegi ecclesiastici internazionali siti a Roma.

Le attività culturali degli ospiti ungheresi che da cent’anni a questa parte si sono svolte all’interno di palazzo Falconieri non sono quasi mai state relegate a meri studi fini a se stessi ma hanno permesso un reciproco e sinergico scambio con artisti italiani e con i cittadini romani stessi.

Negli anni ’30 si forma e si sviluppa nei locali dell’accademia la Római Iskola (Scuola Romana), fra i cui membri si annoverano Vilmos Aba-Novák, Béla Kontuly, Pál Molnár C. e molti altri; mentre i borsisti chiamati nella capitale italiana sono artisti, studiosi, studenti. Alla vocazione culturale e letteraria si affianca anche quella scientifica, contraddistinta da un’intensa attività editoriale della rivista “Annuario”.

Dal 1992 nei locali del piano terra è aperta una Galleria d’arte che annualmente ospita sia mostre allestite dai borsisti dell’Accademia sia opere di artisti contemporanei di alto livello ungheresi e italiani.

Il prossimo appuntamento presso l’Accademia sarà proprio il 13 dicembre, momento in cui Glowing Bulbs e Kiégő Izzók, collettivo fondato nel 1998 a Budapest, presenterà Fracture, la nuova installazione luminosa proposta dal duo. La narrazione avviene mediante la proiezione di immagini in movimento, creando spazi virtuali fruibili e non solo “visibili”; i visitatori sono liberi di interpretare lo spazio, esplorando individualmente l’opera, creando ogni volta una singolare e unica storia.

L’iniziativa è stata realizzata all’interno di Fotonica, un festival capace di declinare la potenza creativa della luce in mille diverse sfaccettature artistiche;  l’evento si svolgerà dal 7 al 15 dicembre in collaborazione con MACRO ASILO, il Museo d’Arte Contemporanea Roma.

Qui trovate il riferimento ad alcuni lavori già presentati, opere presentate in festival, gallerie e musei in giro per il mondo come Ungheria, Stati Uniti, Cina, Inghilterra, Francia, Belgio, Germania e Slovenia.

Le numerose attività dell’Accademia d’Ungheria, comprensive di presentazioni di libri, pomeriggi musicali, concerti serali, conferenze e dibattiti, la rendono un ambiente di punta della realtà culturale romana: qui trovate il sito ufficiale, una pagina assolutamente da seguire per restare aggiornati su alcuni dei più interessanti eventi della capitale.