Chi non conosce il celeberrimo Bitter Campari? Chi non ha mai bevuto un Crodino, oppure il classico cocktail Negroni? Eppure non tutti sanno che la storia di questo brand non solo inizia oltre 150 anni fa, ma che ha sempre mantenuto un profondo rapporto con l’arte e il design.

Niente paura, perché poco fuori la città di Milano, a Sesto San Giovanni, sorge oggi la Galleria Campari, un centro di ricerca e produzione culturale, inaugurato nel 2010, che riassume in sé sia la storia che il futuro di quest’azienda tutta italiana. La Galleria si trova all’interno dell’originale palazzina liberty dove, nel 1904, Davide Campari aprì la prima fabbrica Campari. La palazzina è oggi inglobata all’interno di un complesso architettonico firmato da Mario Botta e Giancarlo Marzorati. Il pragmatismo e il gusto per i volumi puri dell’architetto svizzero si fondono perfettamente alla palazzina, rendendo interamente l’identità bivalente dell’azienda Campari: da un lato storia e cultura, dall’altro contemporaneità e innovazione. All’interno si sviluppa un percorso che si snoda tra grafiche, stampe e disegni originali di artisti come Fortunato Depero, Bruno Munari e Marcello Dudovich, ma anche fra oggettistica, attrezzatura da bar e installazioni interattive.

Il gusto e l’attenzione per la ricerca e l’innovazione si concretizzano appieno alla fine del percorso espositivo del marchio dove si trova la mostra “Since our stories all sounds alike” firmata Sári Ember, curata da Ilaria Bonacossa, direttrice di Artissima. Vincitrice del primo Campari Art Prize, nato dalla collaborazione con Artissima, Sári è una giovane artista ungherese che ci porta a riflettere sul significato della storia, come sia possibile raccontarla e quanto questo influenzi la nostra vita. Le opere, pensate appositamente per questa installazione all’interno della Galleria Campari, sono prodotte in diversi materiali, dal marmo, alla ceramica, fino alla stoffa, e, se da un lato ricordano le maschere delle popolazioni antiche, dall’altro sembrano portare all’estremo il sintetismo dell’arte degli anni ’30, il tutto legato da un gusto infantile, privo di presunzione o manierismo.

Attraente è la cura che l’artista ungherese ha riposto nel costruire lo spazio espositivo; come Sári stessa afferma, interessante è notare come nelle nostre case tendiamo a sistemare i salotti come fossero dei musei, allo stesso modo di come alcune istituzioni museali contemporanee si preoccupano di allestire lo spazio espositivo al pari di uno spazio intimo, casalingo. Così l’artista ungherese costruisce una quinta domestica all’interno della grande hall Campari, permettendo al fruitore di addentrarsi in questo giardino dei segreti, dove si riscoprono i legami familiari, la fragilità degli stessi e il rapporto che ognuno di noi ha con il passato e con il presente.

Un binomio, quello tra Galleria Campari e Sári Ember, assolutamente vincente! Un viaggio giocoso che ci lascia riflettere sul contemporaneo, una sorta di esperienza alla Roald Dahl, che ci fa sentire come Charlie nella Fabbrica di Cioccolato. La differenza è che qui ci si muove attraverso enormi bucce di arancia, caleidoscopiche illustrazioni futuristiche e bottiglie del Campari soda, trasformate prima in lampade, poi capovolte e mutate in tappeti rossi, che ci portano sul palcoscenico dell’artista ungherese, dove, con lo stesso misticismo di una pellicola di David Lynch, siamo messi di fronte all’arte contemporanea.

La Galleria Campari è aperta gratuitamente dal martedì al venerdì con visite su prenotazione, e sempre gratuitamente e su prenotazione anche il secondo sabato del mese. La mostra di Sári Ember rimarrà in esposizione fino al 9 settembre 2018, dunque non vi resta che prenotare!