Vi siete mai chiesti se, nel mondo, vi fosse un vostro doppione? E invece se ci siano delle opere d’arte che vi somigliano? Se per trovare qualcuno che è la vostra copia fisica in tutto e per tutto, ma magari parla giapponese, o viene dall’angolo più profondo dell’America Meridionale, bisognerà aspettare ancora.

Google vi concede da qualche giorno la possibilità di trovare il vostro “clone artistico” all’interno di un database sconfinato. È l’art selfie, così battezzato dall’organizzazione stessa, che attraverso l’applicazione “Arts & Culture” si propone una volta ancora di avvicinare il grande pubblico alla cultura mondiale. Una volta scaricata l’app, basterà farsi una foto per venire associati ad un ritratto somigliante grazie al sistema di riconoscimento di Google, con tanto di percentuali di similarità. I dipinti oggetto del raffronto sono parte delle migliaia di opere che la compagnia americana, in associazione con musei e pinacoteche di tutto il mondo, sta digitalizzando, per permettere un usufrutto dell’arte da qualsiasi punto e in qualsiasi modo si desideri: sempre all’interno dell’app si può godere di spiegazioni e visite guidate virtuali (tutte gratuite), così come si possono leggere approfondimenti su artisti e forme espressive che vanno dal flamenco all’arte pop.

Alcuni esempi del raffronto tra i selfie e le opere d’arte

Se l’iniziativa non è che uno stunt pubblicitario per l’idea ad essa associata – e dunque l’art selfie si esaurisce una volta scaricata l’app (il nostro volto potrà essere associato a 3, 4 dipinti differenti, ma poi?) –  la notizia ci permette di approfondire due temi interessanti: uno legato alla percezione di noi stessi e dell’arte; l’altro all’evoluzione tecnologica che ingloberà l’arte nei prossimi anni.

Google ha promosso l’idea del selfie artistico a propria pubblicità perché conscia di una nostra naturale tendenza: oltre la semplice curiosità, ricerchiamo sempre noi stessi all’interno dell’arte, e proviamo a valorizzarci attraverso di essa. L’affiancarsi ad un dipinto celebre, allora, è ennesima espressione di questa ricerca che non è solo narcisistica, ma anche legata all’immagine che si ha del sé, e a quella che si vuole proiettare. La psicologia dell’autoscatto, fuori da ogni ironia, è una scienza complessa che cerca di comprendere la dinamica di questa opera continua che ci vede protagonisti in evoluzione e sempre come personaggi centrali, atti a costruire una narrazione e ad enfatizzare alcuni aspetti piuttosto che altri.
A tali considerazioni si affianca la volontà di sfuggire all’anonimato, unita al concetto di retribuzione istantanea che fa oramai da padrone nelle vite contemporanee: entrambi portano allora al successo di uno strumento che offre, attraverso una sorta di empatia artistica, la sicurezza che siamo immortalati e oggetto di un’opera che è parte della storia.

Il discorso non si esaurisce allo strumento di Google, ma coinvolge l’intero ambito culturale:
le foto con i libri aperti e i selfie al museo mettono sì l’accento sulle opere, ma attraverso una personalizzazione che le fa vedere in nuova luce perché, da una parte, hanno suscitato il nostro interesse (e dunque sono degne di essere guardate), e dall’altra contribuiscono a descriverci come persone di cultura, di letteratura, e così via. La prossima volta che vi fotograferete penserete forse a queste frasi e scoprirete qualcosa in più di voi stessi.

Le foto in cui mostriamo le nostre letture contribuiscono a sottolineare una certa parte di noi che vorremmo mostrare al mondo

Il secondo spunto interessante dell’art selfie è il sistema attraverso cui questo è stato implementato: il meccanismo di riconoscimento di Google è oramai vicino alla perfezione, e la dimostrazione sta nel fatto che possiamo non solo venire ricostruiti in tre dimensioni, ma venire associati ad immagini che esistono solo sulla tela. Un impianto tale è capace di replicarci completamente in pochi secondi, e dunque potrebbe, se applicato al mondo dell’arte, significare una svolta verso una rappresentazione fedele al millimetro del soggetto immortalato. È un rischio per gli artisti da scalpello, pennello e matita? Probabilmente no. All’avvento della fotografia si pensava che il dipinto potesse sparire come genere artistico a sé stante, rimpiazzato da una più fedele rappresentazione della realtà; questo non è avvenuto, ma ha dato maggiore adito alla separazione tra pittura e realismo, consentendo la nascita di nuovi movimenti artistici in tutto il mondo.

La fotografia rappresenta poi oggi utile strumento per l’artista, che non abbisogna più di modelli dal vero per dipingere. La tecnologia ha addirittura portato il disegno e la pittura stessa a digitalizzarsi in alcuni casi, grazie alle tavolozze elettroniche. Lungi dal rappresentare l’esaurimento della ricerca umana che è l’arte, quindi, anche questo mezzo sarà in futuro inglobato e utilizzato da essa ai propri scopi, lungi dal contrario che, spersonalizzando il risultato (e qui ci ricolleghiamo al primo concetto dell’arte e il sé) rende anonima l’opera tutta.