Ci sono storie che sembrano non finire mai, in cui mettere un punto è solo un motivo in più per andare a capo e ricominciare.

C’è, infatti, un nuovo ennesimo inizio per loro, per Marina Abramovic e Ulay, perché c’è ancora un punto che manca alla lista delle cose da fare insieme: scrivere un libro.

Questa volta il centro della loro impresa sarà il passato, i ricordi, i momenti condivisi e intimi che ancora non si conoscono.

Ci sono così tanti incredibili aneddoti che la maggior parte della gente non conosce, e penso che valga la pena leggerli, sembreranno fiabe” ha detto Ulay in occasione dell’opening della mostra Ulay: Renais Sense in corso alla Boers Li Gallery di New York.

L’idea, infatti, è sua, ma la Abramovic sembra averla accolta con piacere.

Si vedranno ad agosto, per un paio di settimane. In quell’occasione butteranno giù le idee, cominceranno a lavorare al manoscritto e a scandagliare i loro 12 anni insieme, quella storia d’amore fuori dagli schemi, quella collaborazione lavorativa che ha destato scalpore.
Sono diventati subito una perfetta coppia di artisti, ma più le loro performance miglioravano, più il loro rapporto ne risentiva. Un rapporto, il loro, che potrebbe definirsi epico; un legame simbiotico e vincolante. Come quella volta che a Belgrado nel 1977 hanno respirato ognuno il fiato dell’altro fino a perdere i sensi o quando si sono messi uno di spalle all’altro legati per i capelli per oltre 16 ore, o quando si sono urlati contro fino a perdere la voce.

Eccessivi, eccentrici, violenti e smisurati. Privi di ogni freno hanno osato, hanno scandalizzato.

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Marina Abramovic e Ulay, durante la performance “That Self”, Bologna, 1977

Straordinaria ogni cosa che hanno compiuto insieme. Partendo dalla fine: la camminata durata 3 mesi, lungo la Muraglia Cinese per ritrovarsi un ultima volta e dirsi addio. Era il 1988 e Ulay già aspettava il figlio di un’altra. Così è finito il loro sodalizio: un paese lontano, una delle sette meraviglie del mondo e un addio spettacolare, che altro non poteva essere se non pubblico.

Un addio che si è trasformato in un arrivederci perché 22 anni dopo al MOMA di New York,  Ulay si inserisce, a sorpresa, in una delle più celebri performance di Abramovic, una delle più lunghe, durata circa 700 ore. Senza dire una parola arriva e allo stesso modo se ne va, lasciando la Abramovic con gli occhi lucidi di pianto e un pubblico che applaude e urla.

Ed eccoci, nel 2018, ad attendere una nuova performance; stavolta, almeno sulla carta, si dovrebbe trattare di qualcosa di tradizionale e ordinario. Con loro due, però, non si possono fare previsioni di alcuna sorta. Quello che possiamo fare è attendere.

Ipotesi probabile: ci stupiranno ancora una volta.