Quattrocento opere esposte, 9 sale espositive, circa 300 mq di superficie: sono questi i numeri del museo Giovanni Barracco.

La palazzina cinquecentesca “Farnesina ai Baullari” che oggi ospita la collezione di scultura appartenuta al calabrese Giovanni Barracco (1829-1914) si trova lungo il corso Vittorio Emanuele II, esattamente fra piazza Navona e Campo de’ fiori: per quanto sia dislocata in pieno centro storico, non tutti conoscono questo sito dei Musei in Comune di Roma.

Farnesina ai Baullari. Credits@okoguide.com

L’edificio venne costruito fra il 1520 e il 1523 per il prelato bretone Thomas le Roy: giunto a Roma  insieme al re Carlo VIII, le Roy fu attivo nella curia romana per ben quattro pontificati, sotto Alessandro VI Borgia, Giulio II Della Rovere, Leone X e Clemente VII de’ Medici.

Il progetto del palazzo, in un primo momento attribuito ad Antonio da Sangallo, sembrerebbe in realtà essere opera di Jean de Chenevières, architetto della chiesa di S. Luigi dei Francesi.

Durante le trasformazioni urbanistiche ottocentesche e la conseguente creazione del nuovo corso cittadino l’edificio subì numerosi variazioni a opera di Enrico Guj: fra il 1886 e il 1900 il corpo prospiciente la via venne demolito e “accorciato”, definendo una nuova facciata in stile neo-rinascimentale.

Questi chiari interventi sono leggibili anche negli ordini delle facciate, dove alcune lesene antiche sono state letteralmente tagliate per configurare i nuovi fronti: grazie a questi lavori vennero rinvenute due lapidi, esposte oggi nel cortile, che confermano la paternità della committenza a le Roy.

“Toma Regis Brito de Meczaco

Redonen(sis) Dioc(esis) Camere Ap.lice

clericus abbre(viator) de maiori et

scriptor ap.lic me fieri fecit

MDXXIII”

(“Tommaso Regis, bretone di Meczaco della diocesi redonense, chierico dell’abbreviatoria del parco maggiore della Camera Apostolica e scrittore apostolico, mi fece costruire nel 1523”).

Il dettaglio della lesena tagliata. Credits@luciobove

La collezione di Giovanni Barracco nasce dai forti interessi  culturali e archeologici che il Nostro sviluppò durante l’intero, lungo, arco della sua vita: uomo ottocentesco di gran cultura e dalla personalità forte, caratteristiche riscontrabili nei resoconti dei contemporanei. Testimonianze scritte riportano che durante tutta la vita Barracco lesse classici greci e latini rigorosamente nelle lingue originali, uniche versioni secondo lui “rispettabili”.

Il Senatore seguì il Parlamento italiano nei suoi spostamenti da una Capitale all’altra, e ciò gli permise di entrare in contatto con ambiti culturali fra i più disparati.

Partendo da Torino, dove Barracco maturò l’interesse per l’egittologia e per l’arte del Medio Oriente grazie alle collezioni del Regio Museo delle Antichità Egizie, oggi Museo Egizio, e passando per Firenze, fu però con Roma che gli interessi per la scultura antica  andarono a definirsi: la raccolta crebbe comprendendo opere di arte assira, cipriota, greca, etrusca e romana, fino ad acquisire alcuni altorilievi palmirensi e delle opere medievali.

L’ intento era quello di “formare un piccolo museo di scultura antica comparata”, condivisibile con le persone che orbitavano nella vita pubblica e privata del Nostro, i quali potevano godere delle opere esposte nella casa-museo situata lungo il corso: dal momento che Barracco non si sposò mai, non avendo eredi diretti, nel 1902 decise di donare la collezione al Comune di Roma.

La disposizione attuale all’interno della “Farnesina ai Baullari” avvenne unicamente nel 1948: inizialmente era stato costruito un Museo di Scultura Antica lungo in corso Vittorio in corrispondenza del Lungotevere, ma durante una seconda riorganizzazione urbana del quartiere durante gli anni ’30 questa palazzina venne demolita.

Il cortile. Credits@luciobove

Si accede al museo attraverso il piccolo cortile a tre ordini: ad accogliere i visitatori è collocato un torso romano posto su piedistallo, che tanto ricorda il torso del belvedere del Museo Pio-Clementino dei Vaticani.

L’arco prospettico della prima sala inquadra lo scalone d’onore grazie al quale si accede ai piani superiori: nella sezione egizia sono esposti pezzi che vanno dal 3.000 a.C. fino al periodo tolemaico di dominazione romana.

Non tutti i reperti egizi provengono dal mercato internazionale, alcuni furono ritrovati durante gli scavi nel sottosuolo capitolino .

Durante il periodo tolemaico, a partire dal I secolo a.C., la cultura egizia permeò i vari strati della società italica, e nella stessa Roma durante gli scavi otto-novecenteschi emersero numerosi testimonianze di questo periodo: sono esposte la sfinge di una regina della XVIII dinastia (1479-1425 a.C.) rinvenuta  nel santuario isiaco del Campo Marzio nonché  la testa del faraone Sethi I (XIX dinastia, 1289-1278 a.C.), utilizzata come materiale edilizio nella costruzione del castello Savelli a Grottaferrata.

Sfinge femminile di una regina, XVIII Dinastia, Thutmosis III (1479-1426 a.C.). Credits@museobarracco.it

La sezione dedicata alla Mesopotamia è costituita da bassorilievi della civiltà assira, fra i quali spiccano rilievi con scene di guerra e di caccia provenienti dai palazzi reali di Ninive, Nimrud e Dur Šarrukin, l’odierna Khorsabad: il frammento contenente la rappresentazione di un genio alato inginocchiato originariamente collocato a Nimrud è attribuibile al regno di Assurnasirpal II (883-859 a.C.), il periodo dei sovrani dell’Impero neo-assiro (IX-VII sec. a.C.).

Genio alato inginocchiato, IX-VII sec. a.C. Credits@museobarracco.it

La sezione dell’arte cipriota, manifattura grazie alla quale emerge il collegamento fra il mondo orientale e quello greco, è composta da numerosi  elementi: degni di nota, la testa di un leone che probabilmente decorava la facciata di un palazzo nobiliare, la figura della divinità Herakles-Melquardt, frutto di una contaminazione del pantheon fenicio con quello greco, databile intorno al VII-VI secolo a.C. e il piccolo carretto votivo rinvenuto in una tomba.

Arte cipriota. Carro da parata con due personaggi. Credits@museobarracco.it

La collezione etrusca è composta da numerosi busti e teste, come le due teste femminili,  una del III sec a.C. e l’altra databile intorno alla seconda metà del II secolo a.C.

Se attraverso una serie di opere ellenistiche viene ben esplicitato l’origine della statuaria romana (di particolare fascino sono la testa di Marte proveniente da un monumento pubblico non bene identificato e la testa di un fanciullo della famiglia giulio-claudia, esemplificativa opera della ritrattistica privata della prima età imperiale), è la sezione della scultura greca quella che maggiormente colpisce: i primi pezzi esposti sono opere realizzati in età arcaica tanto in Grecia quanto nelle colonie occidentali (Magna Grecia), mentre la seconda parte è un catalogo delle maggiori scuole artistiche del periodo classico.

Sono presenti copie di altissimo livello dei capolavori di Mirone, Fidia, Policleto e Lisippo, databili V e IV secolo a.C.: il busto di un efebo, la testa di doriforo (portatore di lancia), la testa di diadumeno (colui che si cinge la fronte), i busti di PericleMnesicle.

Il percorso espositivo è arricchito da due stele funerarie del III secolo d.C. provenienti dal sito archeologico siriano di Palmira (tristemente nota per le brutali e recenti distruzioni operate dei terroristi dell’Isis durante il 2015), grazie alle quali si evince che, per quanto siano state realizzate in pieno periodo di dominazione romana, mantengono caratteri ben distinti dalle coeve rappresentazioni funerarie occidentali: l’uomo è vestito alla moda siriana, con un copricapo religioso e privo di toga, mentre la figura femminile sposta il velo che gli cinge il capo per mostrare il diadema, gli orecchini e la preziosa collana a chi le si trova di fronte, simboli di uno status sociale abbiente.

 Importante acquisizione di Giovanni Barracco è rappresentata dal frammento di mosaico con tessere in pasta vitrea a fondo oro  dell’Ecclesia Romana (Chiesa di Roma), proveniente dalla primitiva decorazione della fascia inferiore dell’abside costantiniano dei San Pietro: voluto da Papa Innocenzo III (1198-1216), venne distrutto nel 1582 durante i grandi lavori del rifacimento della Basilica.

Un altro frammento dello stesso apparato musivo contenente il volto del Papa Innocenzo è conservato nel Museo di Roma, ospitato nel limitrofo Palazzo Braschi.

Scalone d’onore. Credits@luciobove

Visitare questo museo permette di percorrere un arco temporale e spaziale estremamente variegato. Grazie alla preziosità e alla qualità delle opere raccolte dal collezionista calabrese si abbracciano tutte le civiltà e le relative espressioni artistiche che per dieci secoli di storia si sono succedute lungo le sponde del mar Mediterraneo: confrontando i reperti  si riesce a cogliere i caratteri peculiari di ogni popolazione, riuscendo a scorgere tanto gli elementi di congruenza quanto quelli di divergenza.
Luogo
Corso Vittorio Emanuele 166/A – 00186 Roma
Orari
Ottobre – maggio
Da martedì a domenica ore 10.00 – 16.00 (ingresso consentito fino alle 15.30)
24 e 31 dicembre ore 10.00 – 14.00 (l’ingresso è consentito fino alle 13.30)
Giugno – settembre
Da martedì a domenica ore 13.00 – 19.00 (ingresso consentito fino alle 18.30)

Giorni di chiusura 

Lunedì, 1 gennaio, 1 maggio, 25 dicembre

Biglietti
Ingresso gratuito