Artwave vi porta alla scoperta di una delle mete più conosciute e amate nel mondo: stiamo parlando di Pompei, adatta a grandi e piccini, appasionati d’arte, curiosi o amanti della natura. Ciò che possiamo ammirare oggi di fianco alla Pompei nuova sono le rovine di una magnifica e opulenta città antica romana, sorta nei pressi delle pendici del Vesuvio, terreno assai fertile e redditizio, insieme a molte altre città tra cui Nola, Ercolano e Parthenope (l’odierna Napoli).

Il territorio venne in origine occupato dai discendenti dei mitici Pelasgi ( le popolazioni preelleniche della Grecia), successivamente conquistato dalla potente città di Cuma tra il VI e V sec. a.C. In seguito entrò nell’orbita dei Sanniti e dal III sec. a.C. si assicurò una lunga fase di prosperità grazie alla proficua alleanza con Roma. Come tutti sappiamo, ciò che rese famosa Pompei fu la catastrofica e inaspettata eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., la quale colse di sorpresa non solo i suoi abitanti, ma anche i nuclei di Stabia, Ercolano, Oplonti e Boscoreale. Varie scosse sismiche precedettero la violenta eruzione a presagire il cataclisma, tra di esse si ricorda quella del 62 d.C. con epicentro a Stabia, che mise in ginocchio diverse città le cui azioni sono visibili tutt’ora nei resti degli antichi centri. Molti edifici pubblici e privati nel 79 presentavano ancora le lesioni dei sismi e si strutturavano ancora come cantieri a cielo aperto dove erano ancora in atto restauri architettonici, di sculture monumentali e di pitture parietali.

Il Vesuvio è un vulcano di tipo esplosivo, ciò implica una fase detta di ‘quiescenza’ in cui non si registrano segni di attività; tale apparente quiete pose in inganno per secoli gli abitanti limitrofi che arrivarono a considerarlo un monte tranquillo ricoperto da viti e da altra vegetazione. Questa tipologia di vulcani è la più pericolosa: nel periodo di quiete il cono del vulcano si riempie di detriti e una volta destato, il magma in fuoriuscita genera una spinta che forza questo agglomerato definito ‘tappo’ verso l’esterno dando vita ad una grandiosa esplosione che riversa in aria materiale lapideo di consistenti diemensioni. L’evento fu tra i più tragici di tutta l’antichità e per la paura gli abitanti adottarono le soluzioni più disparate per salvarsi, coricandosi entro le mura della propria abitazione, cercando rifugio negli edifici pubblici, implorando ai templi l’intervento delle loro divinità, c’è chi tentò poi di fuggire verso le campagne o i porti dove poter salire su navi in fuga. Il cielo in quelle ore si oscurò, quasi fosse una disgrazia inflitta dagli dei stessi, le città più vicine alle pendici vennero assediate da gas tossici misti a polveri incadescenti, le nubi ardenti, e insieme a tutte le altre colpite dal cielo da materiali piroclastici tra cui bombe e lapilli di roccia per poi essere infine sepolte sotto una colata di magma e fango. In pochi riuscirono a mettersi in salvo e tra le vittime di questa eruzione vi fu anche l’autore della Naturalis Historia, il grande naturalista romano Plinio il Vecchio: comandante della flotta navale di stanza a Capo Miseo, volle avvicinarsi a Stabia con il duplice intento di osservare più da vicino l’evento e di soccorrere alcuni abitanti sulle spiagge. Ciò che rende veramente importante un sito come Pompei, oltre alla sconfinata mole di materiale antico rinvenuto e al fascino romantico tutto ottocentesco di aggirarsi tra le rovine, è il suo valore potenziale che si esplica nell’opportunità per noi di poter studiare e comprendere una società ai nostri occhi lontana, fatta di arte, religione, lingua, opere letterarie e modelli espressivi che possono ancora oggi nel loro piccolo ritrovarsi. Come sottolinea Paolo Prodi ne ‘La storia moderna‘ in un excursus sul mestiere dello storico, la storia si è proclamata come la disciplina che studia il passato che è in noi in funzione dell’oggi. Questo pensiero di matrice ottocentesca ci accompagna nell’idea che lo studio di epoche passate non è atto solo a una mera passione antiquaria o ad un culto di popolazioni arcaiche bensì ad uno studio del nostro presente il quale ci permette di comprendere la società contemporanea, lo sviluppo dell’uomo nella sua attività come essere sociale.

La sua riscoperta si deve alla vicina città di Ercolano, la quale venne alla luce tra il 1709-10 durante i lavori di costruzioni di un pozzo ad opera di contadini: l’interessamento e l’eccitazione per il ritrovaento del teatro antico portarono i Borbone a finanziare diversi scavi fino a quando nel 1748 sotto Carlo III non venne ritrovata la città. All’epoca si aveva poca cura per le testimonianze archeologiche, le campagne di scavo prevedevano la realizzazione di lunghi tunnel sotterranei e l’intento primario era quello di appropriarsi di opere pregevoli come statue bronzee e marmoree, argenterie antiche e porzioni di affreschi in buono stato. In questa prima fase tutto ciò che non riscontrò il gusto del re o dei suoi consiglieri, tra cui l’ingegnere addetto ai sondaggi Roque Joaquine de Alcubierre, venne gettato e perfino distrutto. A seguito dell’unità d’Italia gli scavi ripresero a gran velocità, venne redatta una mappa della città e introdotta la tecnica dei calchi. Da diversi decenni la priorità è stata data al restauro e alla conservazione dei reperti in situ che una volta portati alla luce necessitano di costanti controlli e manutenzioni preventive. All’interno del sito è possibile dunque camminare per le antiche vie della città, sostare nel foro, visitare le lussuose dimore private e ammirare una quantità straordinaria di reperti archeologici come vasi e suppellettili in terracotta, statue di bronzo, pavimenti musivi in tessere lapidee e di pasta vitrea e superbi affreschi parietali.

Tuttavia ogni metodo addotato, sia pure una scelta ponderata e attuata con giudizio, per ciò che riguarda la tutela dei beni culturali porta inevitabilmente con sè riflessioni e critiche. Verrebbe da chiedersi dunque se sia un bene, nello specifico, che gli affreschi (molti dei quali di eccezionale valore artistico) restino ancorati alle loro abitazioni correndo il rischio di deteriorarsi per l’esposizione alle intemperie, all’umidità, agli sbalzi climatici e alla disattenzione dei turisti. Poichè pur considerando il nobile principio secondo cui è doveroso conservare la testimonianza materiale nel suo luogo d’origine per evitare di intaccare la sua ricostruzione attraverso i secoli, sarebbe bene per gli addetti ricordare le parole dell’illustre Cesare Brandi, fondatore dell’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro su progetto di Giulio Carlo Argan, contenuti nella sua preziosissima opera ‘Teoria del restauro‘ in cui nel saggio 4 di appendice ci spiega che per assicurare una trasmissione dell’opera al futuro è necessaria la più estesa rimozione delle pitture parietali antiche, tanto più andrebbe fatta per le pitture in buone condizioni e non solo per quei casi di estrema urgenza.

Photo credits: Valerio Caporilli