La religione ha dato il suo forte contributo alla storia dell’arte, fornendo delle iconografie accattivanti, dirette, così esplicite da far breccia facilmente nel cuore del fedele. Uno dei temi più rappresentati durante i secoli è la Natività e le vicende affini, come l’adorazione dei Magi ad esempio. La struttura è modulare e schematica: personaggi cardine sono la Vergine Maria e Gesù bambino, San Giuseppe (il quale a volte è addormentato, per accentuare il suo ruolo subalterno alla nascita del bambino), il bue e l’asinello, all’interno di una stalla/capanna. All’esterno troviamo angeli che annunciano la nascita del Salvatore cantando, a volte invece vi sono contadini o i Re Magi, accorsi entrambi per assistere allo straordinario evento. Ovviamente ogni artista poi ha declinato questo modello secondo i gusti sia personali, sia del committente, riuscendo a trovare il compromesso tra i due per creare l’opera finale. Andremo dunque a compiere un viaggio attraverso i secoli per analizzare l’evoluzione di questa celebre iconografia.

Particolare della "Natività" di Parmigianino, fonte: doriapamphilj.it

Particolare della “Natività” di Parmigianino, fonte: doriapamphilj.it

Ci troviamo nella Padova degli inizi del 1300, nella Cappella degli Scrovegni, dove Giotto, memore dell’esperienza nella Basilica di San Francesco ad Assisi, dipinge, all’interno di un paesaggio montuoso, la Natività. Gli iniziali studi sulla spazialità dell’artista vengono accentuati sia dalla piccola struttura che protegge la Vergine ed il Bambino, sia dagli angeli al di sopra di essa, alcuni dipinti in scorcio. San Giuseppe, come molto spesso capita nelle sue iconografie, è dormiente, ridotto ad una figura di secondo piano rispetto a tutto ciò che sta succedendo intorno. Ma le novità introdotte da Giotto sono tante: ad esempio le figure di spalle (contadino, capretta e asinello) che danno un tocco di naturalismo alla composizione. I colori avvolgono la scena in modo dolce ma con toni spiccati, come l’arancio del mantello di San Giuseppe o l’intenso blu del cielo.

"Natività" di Giotto, fonte: Wikipedia Commons

“Natività” di Giotto, fonte: Wikipedia Commons

Quegli studi sulla spazialità e sulle proporzione che Giotto ha anticipato, e che sarebbero stati poi teorizzati da Leon Battista Alberti, vengono praticamente annullati in quest’opera di Sandro Botticelli del 1501, intitolato Natività mistica: quello che conta non sono le proporzioni tra le figure, ma la gioia incontenibile, in cielo e in terra ,per la nascita di Cristo. Infatti l’opera, suddivisa in tre registri,  rappresenta sostanzialmente tre mondi concatenati tra loro: uno ultraterreno, nella parte superiore, dove un girotondo di angeli festeggia fluttuando nell’aria; subito al di sotto troviamo quelle che potrebbero essere le Virtù Teologali, intente in un canto; sulla soglia della capanna/grotta troviamo i personaggi principali nelle pose usuali, con tanto di angeli che indirizzano lo sguardo dei contadini meravigliati. Infine nel registro inferiore questi ultimi si uniscono in baci e abbracci, come in una sorta di riconciliazione tra i due mondi.

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“Natività mistica” di Botticelli, fonte: Wikipedia Commons

La luminosità, diffusa ed uniforme dell’opera di Botticelli, diminuisce vertiginosamente nella Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, dipinto da Caravaggio tra il 1600 e il 1609, trafugato la notte tra il 17 ottobre e il 18 ottobre 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo. A parte il triste destino dell’opera, la composizione assume dei toni molto più semplici e quotidiani: le figure sono vestite con abiti dell’epoca. Solo la luce, come in tutte le opere di Caravaggio, esalta le figure: l’angelo che plana ne è quasi pienamente investito, come anche il volto della Madonna e quello di suo figlio. Nell’oscurità dello sfondo vediamo quelle che sembrano travi di legno, a ricordare la mangiatoia nella quale l’evento si svolge. Non vi sono aureole o altri simboli che potrebbero alludere alla santità dei personaggi: è tutto lasciato alla quotidianità e alla normalità del momento, tutti potrebbero essere quella famiglia, quella donna o quel bambino. Solo l’angelo incarna il sovrannaturale.

Natività di Caravaggio, fonte: Wikipedia Commons

Con un salto di due secoli, e con l’avvento delle innovazioni dell’arte contemporanea, cambia l’iconografia, ma il significato rimane intatto. Il primo che analizziamo è Te Tamari no Atua (La nascità di Cristo) di Paul Gauguin, del 1896. I personaggi si riducono, l’etnia dei personaggi cambia, i colori utilizzati sono primari. La giovane addormentata, sogna la natività, la Madonna col Bambino e degli animali sullo sfondo, il tutto avvolto in un’atmosfera tranquilla e serena polinesiana, dove l’artista ha vissuto i suoi ultimi anni.

"Te tamari no atua" di Gauguin, fonte: Wikipedia Commons

“Te tamari no atua” di Gauguin, fonte: Wikipedia Commons

Ultima in ordine cronologico è l’opera di Pablo PicassoPoveri in riva al mare, tutta giocata sulle tonalità del blu. Anche qui il processo di riduzione è presente, manca la capanna, mancano il bue e l’asinello, mancano i Magi, manca la sacralità dell’episodio. Ma quest’ultimo elemento, il divino, può essere colto ad esempio dallo sfondo, suddiviso in tre tonalità di blu, come allusione alla trinità appunto. Il bambino, in questo caso non più neonato, è accanto all’anziano infreddolito con gli occhi chiusi, come anche la donna di spalle. L’unico bagliore di speranza è proprio questo giovinetto, con gli occhi semiaperti e le braccia aperte, gesto accogliente e rassicurante, proprio del Salvatore.

"Poveri in riva al mare" di Picasso, fonte: Wikipedia Commons

“Poveri in riva al mare” di Picasso, fonte: Wikipedia Commons