Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non essere questo luogo.
Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi giorni.

Fernando Pessoa

 

Viaggiare è da sempre un desiderio insopprimibile dell’essere umano: il desiderio di cambiamento, la curiosità di conoscere culture diverse e paesi lontani da quello in cui si vive, la necessità di spostarsi, di allargare i propri orizzonti e di vedere cose nuove con occhi diversi. Sono tutte inclinazioni che fanno parte dell’animo umano fin dagli albori della civiltà.

Tanti sono i mezzi con cui l’uomo ha cercato di esprimere i sentimenti e le emozioni derivanti da un viaggio: scrittura, musica, pittura, scultura. Tutte le molteplici manifestazioni che rientrano all’interno del grande contenitore definito “Arte”. Esistono centinaia di esempi che potremmo fare nell’ambito di ogni espressione artistica diversa, ma noi di Art Wave abbiamo deciso di limitarci al campo della pittura e di analizzare cinque quadri di autori differenti, che trattano il tema del viaggio in modo originale e assolutamente personale:

 

1) Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, olio su tela, 1818

viandante sul mare di nebbia

Il soggetto del quadro è un uomo, il viandante appunto, che, solitario, osserva, dalla cima di un monte, un panorama vasto e frastagliato, in parte offuscato dalla nebbia e dalle nuvole.

Il paesaggio assume contorni sfumati, incerti ed è percorso da banchi di nuvole che ricordano le onde del mare. La scena è considerata un simbolo dello struggimento romantico per la sua dimensione spirituale e introspettiva che mette in risalto il contrasto tra l’imponenza della natura rispetto alla finitudine dell’essere umano.

L’uomo, dipinto di spalle e posto di fronte alla scena, invita lo spettatore a partecipare alla visione, spingendolo a immedesimarsi con il personaggio per vivere assieme a lui quest’esperienza.

La figura del viandante incarna l’ideale dell’uomo romantico nell’Ottocento: ribelle, misterioso, tormentato e perennemente agitato dalle forti passioni dell’animo. L’intento dell’opera è la constatazione malinconica dell’infinito passare del tempo, che annulla l’esistenza dell’uomo, mentre rende immortale la natura. Da questo sentimento deriva il senso di dolore verso l’impossibilità di fondersi con il Tutto e quindi di trovare il principio divino da cui ogni cosa prende forma.

 

2) Théodore Géricault, La zattera della Medusa, olio su tela, 1818

la zattera della medusa

Diversa è la lettura del “viaggio” che ci offre il pittore romantico francese: si tratta di un visione cupa, disincantata e terribilmente realistica.

Il quadro di Géricault, infatti, prende spunto, nel suo soggetto, da un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1816: l’affondamento della nave francese Medusa. Gli occupanti della nave si rifugiarono su una zattera che andò alla deriva fra le onde del mare per diverse settimane. Gli sfortunati occupanti di quella zattera vissero una esperienza terribile che condusse alla morte la gran parte di loro. Solo una quindicina di uomini furono tratti in salvo da una nave di passaggio, dopo che su quella zattera era avvenuto di tutto, anche fenomeni di cannibalismo. L’episodio colpì molto l’immaginazione di Géricault che, immediatamente, si mise al lavoro per la realizzazione di questa che rimane la sua opera più famosa.

Lo stato d’animo dei francesi, in quegli anni, era soprattutto di sconforto e di delusione. Il senso di disagio e di deriva finiva per rispecchiarsi direttamente in un quadro che rappresentava appunto un naufragio. Così, volutamente o casualmente, la zattera della Medusa divenne la metafora di un naufragio che, simbolicamente, vedeva coinvolta tutta la nazione francese. Il quadro di Géricault, dunque, usa un episodio di cronaca quotidiana per esprimere un contenuto universale: la vita umana in bilico tra speranza e disperazione.

Formalmente il quadro è costruito secondo il classico sviluppo piramidale. Nel quadro di Géricault le piramidi sono in realtà due ed esprimono due direzioni  opposte che si incrociano tra loro. La prima piramide parte dall’uomo morto in basso a sinistra ed ha il vertice nell’uomo che, di spalle, sta agitando un panno. È la direzione umana cha va dalla disperazione, di coloro che sono morti, alla speranza di chi ha ancora la forza di agitarsi nel tentativo di essere visto da qualcuno che vada a salvarli. La seconda piramide parte dalle onde del mare per giungere all’albero che sorregge la vela. Questa è la direzione del mare che spinge in direzione opposta rispetto alla direzione delle speranze umane. È proprio la tensione visibile tra queste due forze opposte a dare un primo tratto drammatico alla scena.

Nei primi studi, preliminari alla realizzazione finale del quadro, Géricault disegnò una nave all’orizzonte nella direzione in cui guarda l’uomo che agita il panno. La presenza della nave all’orizzonte dava la sensazione del lieto fine. La sensazione che oramai, per i sopravvissuti, la brutta avventura stava per volgere all’epilogo.

Nella stesura definitiva la nave all’orizzonte scompare, proprio per aumentare il senso del pathos. Lo spettatore, che assume lo stesso punto di vista dell’uomo che agita il panno, non sa come la vicenda andrà a finire e quindi deve cogliere la sensazione drammatica di chi ancora non sa se verrà salvato o meno. E all’orizzonte di quel punto di vista lo spettatore non vede, e non potrebbe vedere, nulla. Allo stesso modo l’essere umano vive i suoi giorni: senza sapere quale sarà il finale, la morte o la salvezza, che lo aspetta.

3) Eugène Delacroix, La barca di Dante, olio su tela, 1822

la barca di dante

Delacroix, l’altro celebre pittore del Romanticismo francese, tratta il tema del viaggio nell’Oltretomba, un viaggio, quindi, immateriale, e frutto della fantasia dell’uomo.

L’ispirazione alla letteratura del medioevo è una costante di tutta l’arte romantica, ed ovviamente anche Dante, con la sua Divina Commedia, è una fonte d’ispirazione autorevole. In questo quadro Delacroix rappresenta il momento, descritto nel III terzo canto dell’Inferno, in cui Dante e Virgilio attraversano il fiume Acheronte sulla barca di Caronte. Alla barca cercano di aggrapparsi le anime dei dannati, per poter giungere il più presto possibile al luogo loro destinato. Durante il guado un terremoto improvviso scuote la terra e fa apparire in lontananza “una luce vermiglia”. Lo spavento fu così forte per il poeta che cadde svenuto, e si ritrovò, senza accorgersi, sull’altra riva del fiume infernale.

Delacroix rende la scena con tratti di forte drammaticità, cercando di suscitare una violenta emozione nello spettatore che guarda il quadro. Il riferimento alla Zattera della Medusa di Gericault è fin troppo evidente, e non mancano elementi stilistici, soprattutto nel trattamento vigoroso dei nudi, che rimandano direttamente a Michelangelo e a Rubens.

4) Paul Gauguin, Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?, olio su tela, 1897

da dove veniamo chi siamo

La grande tela, realizzata da Gauguin negli ultimi anni della sua attività, costituisce quasi un testamento spirituale della sua arte. La sua pittura, pur di grande qualità decorativa, non si limita all’apparenza delle cose, ma cerca di scavare nel profondo, soprattutto della dimensione umana, per cercare un senso ai grandi interrogativi esistenziali dell’uomo.

La tela si sviluppa per orizzontale e suggerisce una lettura che va destra a sinistra. Lungo questa direzione, Gauguin dispone una serie di figure che ripropongono in sostanza le “Allegorie delle età della vita“. Dal neonato nell’angolo a destra si giunge alla donna scura a sinistra passando attraverso le varie stagioni della vita. La donna al centro, che quasi divide il quadro in due, simboleggia il momento della vita in cui si raccolgono i frutti, allegoria del momento della procreazione. La vecchia in fondo a sinistra, già presente in altre composizione di Gauguin, nella sua posizione fetale con le mani accanto al volto, in realtà non simboleggia solo la vecchiaia ma soprattutto la paura della morte.

Ma straordinaria in questo quadro è soprattutto l’ambientazione. Il percorso della vita si svolge in un giardino che assomiglia molto all’Eden. Come a dire che tutto sommato la vita e la realtà non sono poi così male, se non fosse per l’angoscia di non sapere con certezza quale sia il senso della nostra esistenza.

Con questo quadro il senso di inquietudine e di instabilità, tipico dell’artista e uomo Gauguin, ci appare come un percorso senza fine, perché interessato a interrogativi che non otterranno mai risposta. E così il suo fuggire dall’Occidente verso gli incontaminati e paradisiaci mari del Sud, in fondo, altro non è che la metafora, non figurata ma reale, della ricerca perenne ma inesauribile della serenità e della pace interiore.

 

5) Umberto Boccioni, Stati d’animo. Gli addii, olio su tela, 1911

boccioni-addii

Che Boccioni sia interessato all’espressione delle interiorità psicologiche viene ampiamente confermato dai suoi trittici intitolati «Stati d’animo». L’opera si compone di tre quadri, intitolati: «Gli addii», «Quelli che vanno», «Quelli che restano». Del trittico, Boccioni ha eseguito due diverse versioni. La prima, risalente al 1910, utilizza ampiamente la tecnica divisionista, dando alle immagini una risoluzione prevalentemente coloristica. Nella seconda versione, posteriore al suo viaggio a Parigi, è invece avvertibile l’influenza della pittura cubista. Questa qui riprodotta è la seconda versione, oggi conservata al Museum of Modern Art di New York.

Il quadro ha come soggetto delle persone che si salutano, abbracciandosi, sullo sfondo di treni e paesaggi ferroviari. L’opera è divisa verticalmente in due parti dall’immagine frontale di una locomotiva a vapore. Nella metà di destra sono visibili diversi vagoni ferroviari, quasi trasparenti e intersecati tra loro, ma di cui sono chiaramente individuabili le linee costruttive di contorno. Nella metà di sinistra appare invece l’immagine di un traliccio della corrente elettrica e la linea ondulata delle colline. È il tipico paesaggio che si coglie, in genere, dal finestrino di un treno in corsa. Anche il numero, scritto al centro, rimanda ad una immagine ferroviaria: esso è realizzato con gli stessi caratteri che contrassegnano i vagoni ferroviari.

Nella parte inferiore del quadro si intravedono diverse sagome di persone che si abbracciano e si salutano. Hanno un aspetto molto stilizzato e sono visti da diverse angolazioni. Sembrano smaterializzarsi nel vapore che fuoriesce dalla caldaia del treno a vapore.

L’immagine vuole quindi rappresentare la memoria immediata di chi, dopo aver salutato delle persone, inizia un viaggio in treno. Nella sua mente si sovrappongo le immagini del treno, del paesaggio che scorre fuori dal finestrino e il ricordo dei saluti che ha appena scambiato con chi è rimasto nella stazione. L’intersezione e la sovrapposizione di questi elementi avviene con molto equilibrio, ricorrendo sia alle scomposizioni tipiche del cubismo, sia alla compenetrazione dei corpi teorizzata dal futurismo.

Ciò che unifica il quadro è la dominante verde, utilizzata in varie gamme, ma sempre su toni spenti. In questo caso il verde ha un valore tipicamente espressionistico: materializza lo stato d’animo malinconico e mesto di chi ha appena intrapreso un viaggio con la sensazione del distacco da persone care. In questo verde Boccioni inserisce il complementare rosso, sempre su tonalità spente, secondo linee ondulate che sembrano materializzare il senso di ondeggiamento del treno in movimento che dà forma ondulata alla percezione della realtà circostante.

Il quadro riesce così nel suo intento di dare concretezza a qualcosa di assolutamente immateriale come uno stato d’animo e di trasmettere le emozioni e i sentimenti provati dalle persone nel momento, struggente e sofferto, di un addio.