Uno dei soggetti preferiti da pittori e scultori d’ogni epoca è sicuramente la dea della bellezza Venere, o Afrodite che si voglia, nata dalla spuma marina e generatrice di una delle più grandi forze che muovono l’universo: l’amore. Incarna il concetto di bello assoluto, capace di plasmare gli animi dei mortali, che sono completamente soggiogati da questa forza. La volontà di ritrarre questo soggetto da parte degli artisti riflette il desiderio di cimentarsi in una sorta di gara a chi rappresenta in modo più fedele la bellezza personificata. Dall’antica Grecia al Rinascimento, fino al tardo Ottocento, la dea ha assunto varie sembianze come vedremo più avanti.

Dettaglio della Nascita di Venere, fonte: www.teatroallecolonne.it

Una delle prime Veneri realizzate in età ellenistica è la Venere di Doidalsas. La dea, accovacciata mentre sta per fare un bagno, come sorpresa da qualcuno, pudicamente si copre le nudità, come una qualsiasi fanciulla avrebbe fatto. Questo episodio è solo un espediente per dimostrare la bravura dello scultore nel rendere l’intreccio delle braccia e la torsione opposta del capo rispetto al corpo. Di solito le Veneri sono quasi sempre ritratte stanti, in piedi, per mostrare le loro sinuosità: quest’opera, invece, appartiene ad una nuova epoca, ad un nuovo gusto, quello di umanizzare gli dei e ritrarli in atteggiamenti quotidiani.

Venere di Doidalsas, fonte: 3.bp.blogspot.com

La Venere di Botticelli è sicuramente la versione Rinascimentale più famosa, ma anche Amor sacro e Amor profano di Tiziano è un’opera degna di nota. A primo impatto, la donna sulla destra parrebbe impersonare l’Amor profano, con le sue nudità; l’altra, certamente più vestita, quello sacro. Invece in realtà si tratta dell’esatto contrario. L’amore, quello puro e sacro, è nudo come le Veneri della classicità greca e romana mentre la fanciulla sulla sinistra rappresenta l’amore carnale, terreno, quasi completamente coperta. Al centro c’è il piccolo Eros, che mescola le acque in questa sorta di sepolcro: è come se stesse mescolando i due tipi di amore, presenti in ogni essere umano.

Amor sacro e Amor profano, fonte: i.ytimg.com

L’evoluzione del personaggio si compie nel tardo Ottocento con Manet che, prendendo spunto dalle Veneri cinquecentesche, incarna la dea in una qualsiasi prostituta parigina, in questo caso Olympia. Lo spettatore si personifica nel cliente, che ha appena inviato un mazzo di fiori alla donna, e che viene attratto magneticamente dal suo sguardo provocante. Le pallide carni si fondono col biancore del letto e contrastano con lo sfondo nero e il viso della schiava. La donna rimane in un certo senso ambigua: lascia il seno scoperto ma allo stesso tempo si copre sfacciatamente il pube, per richiamare le antiche veneri greche.

Olympia, fonte: www.arteworld.it