Ci sono aziende che portano alto il nome del made in Italy, identificando un territorio. Esse costituiscono una enorme fonte di reddito per il territorio stesso e l’intera comunità.

E’ il caso della Pernigotti e del distretto di Novi Ligure, da sempre legato alla produzione dolciaria, dal torrone ai preparati per gelati, passando per il cioccolato gianduia.

La storia dell’azienda risale al lontano 1868, quando il fondatore decise di trasformare la semplice drogheria – nata 8 anni prima nella piazza di Novi Ligure – in qualcosa di più. L’eccellenza della Stefano Pernigotti e figlio era un pregiato torrone, che nel 1882 le valse il titolo di fornitore ufficiale della famiglia Reale.

Nel 1927, oltre al torrone, la cui ricetta fu riadattata dopo la prima guerra mondiale alla necessità di diminuire la quantità di zucchero (ormai troppo costoso) in favore del miele, si iniziò a produrre anche gianduiotti.

 

Nel 1935 Paolo Pernigotti acquistò la Sperlari, azienda cremonese specializzata nella produzione del torrone, e l’anno successivo venne avviata la produzione dei preparati per gelateria.

A seguito delle prime difficoltà la Sperlari, dopo neanche 50 anni, nel 1981 venne ceduta alla Heinz e nel 1995 Stefano Pernigotti, nipote del fondatore e figlio di Paolo, decise di cedere il marchio alla famiglia Averna.

La discesa finale, però, comincia  già nel 2013, quando gli Averna cedono la Pernigotti agli industriali turchi del gruppo Toksöz.

Quello che è accaduto lo scorso 6 novembre 2018 lo conosciamo ormai tutti, mestamente. In poche parole, hanno annunciato la chiusura dello stabilimento di Novi Ligure, anche se non la dismissione del marchio.

Nei primi anni duemila si parlava di maggiore specializzazione in tutto il polo novese, della necessità di suddividersi i compiti per beneficiare di economie di rete: dunque, la necessità di collaborazione tra aziende site nel medesimo territorio sarebbe stata la migliore via (se non unica) per fronteggiare la concorrenza nazionale ed internazionale, e iniziare ad esportare sistematicamente, abbattendo l’ostacolo legato alla diminuzione della domanda interna.

Evidentemente, qualcosa non è andato come doveva.

I giornali dei primi di novembre titolavano che se ne fosse andato un altro pezzo di storia, della nostra storia, fatta anche di industrie e imprese familiari di successo.

Circa un anno è passato dalla bufera che ha travolto la Melegatti, e ora un’altra azienda fiore all’occhiello del made in Italy è al centro di dibattiti e polemiche proprio prima di Natale.

Sembra un copione già letto, eppure non si tratta di trovate di marketing. In ballo ci sono migliaia di operai, e un’azienda che ha contribuito alla diffusione del gianduiotto nel Piemonte e fuori dai suoi confini.

Questa settimana è prevista una nuova assemblea con i sindacati, nel frattempo i lavoratori continuano a protestare (ininterrottamente dal 6 novembre), e sono determinati a non mollare finché ci sarà un barlume di speranza.

Il governo e la società hanno concordato nel posticipare i licenziamenti a fine anno.

Un’impresa che manda avanti un’intera comunità non può chiudere i battenti, lasciando centinaia di famiglie senza pane e senza futuro. I dipendenti attualmente sono in cassa integrazione per cessazione, e chi manifesta spera che questa si tramuti in cassa integrazione per ristrutturazione.

Il verdetto ci sarà l’8 gennaio a Roma, a seguito di un tavolo a cui prenderanno parte azienda, sindacati, esponenti politici. L’idea sarebbe quella di non vendere marchio e azienda, ma di individuare partner interessati all’acquisto (o alla gestione) degli asset produttivi, tentando anche di ricercare un collocamento ai lavoratori licenziati.

 

Photos copyright ©Mariarita Persichetti