di Lorenzo Sangermano

Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare”. Alcuni anni fa Fellini pronunciò questa frase, ignaro di ciò che sarebbe accaduto al cinema a cui era abituato. Di lì a poco tutto sarebbe cambiato, qualcosa lo avrebbe reso irriconoscibile si suoi occhi: la tecnologia.

Ora sarebbe improduttivo intraprendere un discorso nostalgico sulla bellezza del cinema di un tempo. Semplicemente è differente. La tecnologia non ha indebolito la potenza di questo mezzo, l’ha semplicemente deviata sulla strada dell’immersività, cioè il desiderio di immergere totalmente lo spettatore del film modificando il suo stato di semplice passività di fronte al grande schermo.

“A volte guardare un film è un po’ come essere violentato”. Nulla è più vero di questa frase di Bunuel. Lui mirava a stupire, destare incredulità con situazioni apparentemente senza senso e totalmente inaspettate, ma tutto in realtà aveva un suo preciso significato simbolico. La sua era una tecnica prettamente espressionistica e con il semplice scopo di denuncia della borghesia del suo tempo. Perciò ora ricorrere a questo potente simbolismo sarebbe di fatto anacronistico.

Una scena di “Birdman” (2014)

Diversamente invece l’intento del cinema contemporaneo è gettarci totalmente nella pellicola, togliendoci dal ruolo di spettatori e renderci veri e propri attori. Basti pensare a “Birdman“, film ormai divenuto cult a distanza di solo pochi anni. Il suo lungo piano sequenza non è una semplice tecnica di regia, ma siamo noi, la cinepresa è realmente i nostri occhi. Noi siamo proprio lì, stiamo davvero assistendo al litigio tra Emma Stone e Michael Keaton.

Questo però è solo un primo passo. Il suo obiettivo è renderci Rosemarie DeWitt, madre della giovane ragazza a cui viene installato il sistema Arkangel nella serie “Black Mirror“. Lei vede tutto, è gli occhi della figlia, le sue orecchie, percepisce i battiti del suo cuore, il suo piacere e il suo dolore. È in grado di alterare le sue esperienze: può oscurare elementi che le incutono timore come un cane che le abbaia, impedirle la visione di video violenti o pornografici. Ha il totale  controllo sulla sua mente. È immersa nel suo corpo, madre e figlia diventano quasi due entità di cui non si riescono a riconoscere i confini. Questa è la vera missione delle nuove pellicole. Insinuarci il dubbio di dove inizi il nostro corpo e la nostra esperienza e dove il film a cui si assiste. Ingannarci, gettarci in un campo di battaglia, in una navicella spaziale e farci realmente pensare di essere lì.

Una scena dell’episodio n.2 (Arkangel) della quarta stagione di”Black Mirror”

Ma una domanda sorge spontanea. Tutto ciò non porterebbe il cinema a essere la semplice riproduzione di una vita alternativa privandolo del suo aspetto simbolico? Lasciandolo in balia di pure sensazioni e senza alcun vero significato di fondo? Solo con il tempo forse potremo trovare una risposta.

Il cinema è ed è sempre stato vera propria cultura. Ha cambiato epoche e generazioni. Forse il privarlo di questo suo valore rendendolo simile a un videogioco in prima persona lo renderebbe un fatto accessorio, nascosto dietro una povera componente ludica.