Una campagna immersa nella tiepida luce solare dell’autunno, attraversata da un letto di foglie ingiallite danzanti al vento, come in un’atmosfera da sogno. Un ragazzo che, all’ombra di un albero contorto, bacia una donna triste, spaventata da un futuro privo di speranze. Il momento è fugace, quasi surreale: la donna scappa via perché richiamata ai propri obblighi sociali, ma non prima di aver morso le labbra del ragazzo, provocandogli una ferita, quasi ad attestare la verità dell’accaduto.

Se tutto si fosse fermato a quell’attimo, allora Sinan Karasu non avrebbe dovuto rinunciare alle proprie illusioni, alla propria lotta idealistica con un mondo impolverato, stanco e afflitto, e la giovane donna non avrebbe dovuto sposare per convenienza un gioielliere. Ma la vita prosegue, e l’esistenza, avvinta dal mulinare assurdo del suo scorrere, è imprevedibile, irrazionale, combattuta e molte volte vinta dall’irragionevolezza del tutto. Se tutto si fosse fermato a quell’attimo, allora non vi sarebbe stato alcun cambiamento, positivo o negativo che esso sia.

Sinan poco prima che baci la donna. Fonte: welovecinema.it

La scena prima descritta è presente nel film L’albero dei Frutti Selvatici di Nuri Bilge Ceylan– scelto per rappresentare la Turchia agli Oscar 2019. Il regista ci parla di una gioventù costretta ad arrendersi al mondo adulto, fino ad amalgamarsi ad esso, fino a perdere ogni spinta progressista e idealista in nome di una illogicità umana costretta a fare i conti con la mancanza di ogni senso ultimo. E lo fa in un’ottica esistenzialista che non perde di vista il contesto, ovvero quello del paese turco, presentando una continua interazione tra individuo e mondo esterno, tra storia personale e storia collettiva, tra scelte morali e determinazioni sociali e politiche.

Sinan Karasu è un ragazzo che, appena laureatosi, ritorna a casa dei genitori, in Anatolia. Il suo desiderio di trovare dei fondi per pubblicare un libro, viene contrastato da disinteresse e miopia culturale, e dalle difficoltà economiche della famiglia, nonché dai disagi relazionali che nascono in essa. Il padre infatti, professore prima rispettato e professionale, è adesso un uomo che sperpera le finanze famigliari nelle scommesse, mantenendo un atteggiamento divertito e strafottente. La madre è una donna legata ai ricordi, la cui attività di maggior interesse è, insieme alla figlia, guardare la tv, sottomettendo ad essa un maggior interesse verso i rapporti.

Sinan dunque non riesce ad integrarsi nel tessuto domestico, così come in quello cittadino: vi è una chiara frizione tra spazio interno e spazio esterno che rende impossibile una pacificazione tra il ragazzo e i luoghi della sua infanzia. Ceylan opta per una regia movimentata e ariosa che, lungi dal comunicare il senso di claustrofobia e isolamento del protagonista attraverso inquadrature stringenti e sfocate, costruisce una continua relazione tra ambiente e personaggio, inserendo quest’ultimo in un paesaggio che quasi schiaccia la figura umana, impossibilitata ad isolarsi, ma anzi costretta a farsi influenzare da ciò che la circonda.

Fonte: projectnerd.it

Sinan, rifiutando quella permeabilità che lo priverebbe della propria identità, pone un muro ancora più forte con ciò che vede e sente, lottando come Don Chisciotte con i giganti di una società che rischiano di fagocitare i suoi ideali. Il suo sogno di diventare uno scrittore, un raffinato descrittore di un’umanità dimenticata che si nasconde dai riflettori della morale, si scontra con le pressanti logiche del profitto, con la cecità di una ipocrisia mascherata da perbenismo. Le sue idee sul libero arbitrio, sorretto da un progresso delle coscienze che abbandoni le pastoie limitanti di una religione fin troppo legata ai suoi antichi valori, si scontrano con un tradizionalismo rifiutante una maggiore predisposizione al pensiero critico.

Ceylan ci giuda nella resistenza e nella lotta di Sinan scavando lentamente dentro il personaggio, attraverso una dilatazione temporale degli eventi che cerca di essere il più fedele possibile al normale scorrere della vita. Assistiamo così a lunghi discorsi che, invece che frammentare il dialogo secondo un decoupage drammaturgico che rispetti i ritmi di una classica rappresentazione, si dilungano nel loro sviscerare concetti, approfondire e dibattere su argomenti di natura intima, culturale e religiosa.

A forza di seguire il protagonista, di tastarne i dubbi, le paure, di appoggiarne le opposizioni e le proposizioni, il regista ci fa strada nei boschi ombrosi e sfuggenti della natura umana, ma ci palesa attraverso di essa le brutture di un paese dilaniato dalla rassegnazione, dalla militarizzazione, dove chi non ce la fa ad inseguire le proprie ispirazioni diventa un poliziotto che sfoga le proprie frustrazioni attraverso le manganellate.

Fonte: nerdlog.it

È pur vero però che, anche se Sinan non lotta contro i mulini a vento, la sua ribellione è troppo perduta in un idealismo egoistico che non riesce davvero a far i conti con le strutture del reale: il suo pensiero non si scontra efficacemente e sufficientemente con le contraddittorie coordinate del mondo concreto, astraendosi in una torre d’avorio sentimentale e idealistica che invece di proporre alla realtà risoluzioni e provvedimenti, si oppone ad essa con il balbettio di un dissidente isolato. Tutto ciò è riscontrabile nei giudizi assolutistici di Sinan nei confronti del padre, il quale a causa del suo carattere ha gravato sulla famiglia con pesanti debiti, accaparrandosi il disprezzo incondizionato del figlio. Tuttavia non vi è in Sinan la reale predisposizione a cercare i motivi del cambiamento esistenziale del padre, né la voglia di affrontarne il reale pensiero, di sondarne la psiche così come i sentimenti, cercando di scovare nel passato le illusioni e le disillusioni che lo hanno reso tale. In Sinan vi è solo la voglia di distanziarsi da ciò che egli considera un modello di valori sbagliato, opponendo ad essi i propri, senza operare confronti sinceri e proficui.

Quella di Sinan è una protesta del tutto giovanile, infuocata dalla pretesa di aver propri i diritti di una libertà naturale e incondizionata, ma resa inerme da una voce troppo flebile e lasciata a sé stessa, attorniata dal vocio ininterrotto dell’abitudine e della resa incondizionata alla vita.

Ciò che resta, è un padre colmo di vizi, incurante del denaro, ossessionato dal trovare dell’acqua in una terra arida e desolata, rendendosi ridicolo agli occhi di un mondo ottuso e folle. Lottare contro l’assurdo assicurandosi un posto nell’assurdità: è questo il cambiamento di Sinan, la consapevolezza che gli farà guardare la figura paterna con occhi diversi – non più sbagliata e fallita, ma sfumata e contraddittoria, molto più affine al proprio essere di quanto si pensi -, la sua irrimediabile sconfitta.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/ 10