La decisione è presa, ed è di rottura: la prossima edizione del Festival di Cannes metterà al bando le produzioni Netflix, che dovranno quindi rinunciare alla partecipazione alla principale rassegna filmica francese. La notizia, rimbalzata negli ultimi giorni da un’agenzia di stampa all’altra, ha conferito i crismi dell’ufficialità a dei rumors che, per la verità, hanno iniziato a rincorrersi incessantemente già dall’inizio della scorsa edizione del festival. È stato proprio nell’edizione del 2017, infatti, che per la prima volta la rassegna cinematografica più importante al mondo ha dovuto scegliere quale linea comportamentale assumere a fronte di quelle opere filmiche prodotte o distribuite dall’azienda di Santa Clara che in pochi anni ha stravolto completamente quelle stesse regole del gioco a cui molti addetti ai lavori erano e sono tuttora evidentemente affezionati. Ma facciamo un passo indietro.

Un fotogramma tratto da “The Meyerowitz Stories”, uno dei due film che ha dato origine al dibattito. Fonte: irishfilmcritic.com

Come già accennato, la scottante diatriba ha avuto inizio l’anno scorso, quando, all’interno della rosa di film in concorso per la Palma d’Oro, per la prima volta hanno fatto capolino non una, ma ben due opere targate Netflix: Okja di Bong Joon Ho e The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach. I due film, accolti con puerile diffidenza dalla Croisette a causa proprio del peccato originale di cui si fregiavano, hanno avuto però il compito di porre gli organizzatori della rassegna di fronte ad una questione ben presto rivelatasi meno banale di come sembrasse in origine, riassumibile più o meno tutto in questa domanda: un film pensato per essere trasmesso su un piccolo schermo, bypassando l’elefantiaca istituzione della sala cinematografica, ha la stessa dignità e valenza di un film creato per le sale? A questa domanda, che sembra rimarcare una sterile questione di principio elitaristico piuttosto che focalizzarsi sui concreti contenuti della critica in sé, hanno provato a dare una ferma risposta negativa nomi importanti del cinema internazionale come Steven Spielberg e Pedro Almodovar, l’allora presidente di quella stessa giuria chiamata a valutare, tra gli altri, anche i due film oggetto del contendere. In particolare, il celebre regista spagnolo, interpellato a riguardo, ha spiegato, in una dichiarazione ben poco avvezza a contraddizioni, come secondo lui le nuove piattaforme debbano

“[…] Accettare le regole attuali del gioco, l’unica strada per sopravvivere. Credo fermamente che almeno la prima volta che qualcuno vede un film sia necessario che lo schermo sul quale lo vede non sia più piccolo della propria sedia. Sono convinto che noi spettatori dobbiamo essere più piccoli per entrare nell’immagine e nella storia.”

Almodovar, covando la malcelata presuntuosa ambizione di rispondere a nome dell’Arte tutta, ha dunque, almeno nei suoi intenti, stroncato sul nascere ogni possibilità di discussione su quale possa essere il futuro del cinema nell’epoca dei nuovi media, al netto di ogni reciproca contaminazione. Gli stessi intenti che sono però repentinamente andati in fumo quando invece altri artisti chiamati in causa (tra i quali Will Smith, Monica Bellucci e Tilda Swinton) si sono mostrati ben più aperti ad interpretare in modo non repulsivo la potenza, anche in termini di possibilità creativa, offerta dai servizi orientati alla distrubizione di prodotti attraverso lo streaming e all’online in generale.

Pedro Almodovar e Will Smith nella scorsa edizione del Festival hanno avuto modo di scontrarsi sulla questione. Fonte: vogue.it

Le discussioni avvenute, sviscerando il profilo artistico della questione, si sono rivelate ben presto sprovviste di qualsiasi aggancio con quella realtà che esse stesse tentavano di decrittare fallendo poi miseramente. Affermare che un film distribuito in sala debba forgiarsi per principio di un maggior pregio e caratura rispetto ad un film pensato per una distribuzione più liquida è un errore concettuale, perché pone l’attenzione sull’oggetto anziché sul soggetto. Non occorre essere infatti artisti per capire come possano esistere tanto ottimi film riprodotti su un tablet quanto pessimi film a disposizione delle sale. La modalità di fruizione dell’opera, per quanto importante e meritevole di cura, non può arrivare ad influire sul giudizio finale dell’opera stessa, essendo fattore contingente per la riuscita dell’apprezzamento del film da parte degli spettatori, ma non intaccando (fino a prova contraria) il processo creativo che sta alla base della creazione di un film. Certe reticenze paiono quindi dimenticarsi che la priorità per un critico cinematografico come per un artista chiamato a dare la sua opinione in una giuria dovrebbe essere quella di interpretare un prodotto artistico fornendo una propria chiave di lettura sulla base del contesto storico in cui critico e opera convivono e di cui condividono i codici espressivi.

Un’immagine di “Okja”, altro film oggetto del contendere lo scorso anno. Fonte: lastampa.it

Sminuire il valore del cinema secondo Netflix (in un discorso che si applica comunque anche per Amazon o qualsiasi altra casa di produzione e distribuzione ragionante su questo tipo di modello) significa innanzitutto rifiutarsi di accettare i cambiamenti del mondo in cui stiamo vivendo, con tutto ciò che ne consegue a livello della stessa credibilità del critico come guida culturale. In effetti, per quanto un critico o un’artista che voglia cimentarsi in tale ruolo sia incaricato di tracciare una strada sulla base delle proprie competenze (a volte anche dovendo forzare la mano finendo per andare controcorrente rispetto al pensiero comune), un tale ruolo non può prescindere da una profonda conoscenza della realtà in cui si vive. E l’impressione è che ridurre il fenomeno del cinema liquido ad un elemento di disturbo di uno status quo paradisiaco sia un esercizio mentale che dimostra di non aver compreso appieno le dinamiche con cui tutti noi in questi anni siamo chiamati ad interfacciarci.

Steven Spielberg, che ha dichiarato che i film di Netflix non dovrebbero entrare in concorso agli Oscar quanto piuttosto agli Emmy. Fonte: cinematographe.it

Per quanto il valore della sala cinematografica come luogo di fruizione artistica sia indiscutibile, è impossibile non prendere atto di come il suo stesso ruolo all’interno della società stia mutando con la stessa velocità con cui muta il mondo ed il suo relativo sviluppo tecnologico. Nonostante la direzione in cui si stia andando non sia quella di un’interpretazione esclusivamente feticistica della sala (grazie alla possibilità di vivere un’esperienza sensoriale oggettivamente ancora difficile da eguagliare con altri mezzi), è altrettanto fuori di dubbio che il prodotto filmico per come lo intendiamo non può più essere vincolato esclusivamente ad un luogo chiuso, in quello che è uno step ulteriore a quel processo iniziato ormai molte decine di anni fa con l’avvento della cinematografia in televisione. Un processo, quello, capace di svilupparsi in modo autosufficiente fino a creare un ibrido, quello dei film-tv e della serialità, che fino a prova contraria si è dimostrato poter coesistere col modello precedente, offrendo anzi in numerosi casi esempi di reciproca influenza positiva.

“True Detective”, uno dei casi più eclatanti di prodotto ibrido tra televisione e cinema. Fonte: repubblica.it

La scommessa di Netflix, già ampiamente vinta leggendo i numeri degli abbonati al servizio in costante aumento fin dalla sua nascita, porta con sé una nuova sfida per un mondo, quello del cinema, che per sopravvivere nel marasma di multimedialità in cui tutti noi galleggiamo deve essere capace di mettersi in discussione, interpretando nuovi approcci non come una minaccia, quanto come una ghiotta opportunità per potersi reinventare. In un processo non privo di insidie e difficoltà, ma che non può dimenticare di porre l’arte sempre al primo posto, il soggetto prima dell’oggetto. È anche per questo che la scelta del Festival di Cannes lascia l’amaro in bocca: il sospetto che la decisione non sia stata presa per il bene del cinema, quanto per quello degli esercenti e dei loro interessi economici.

Sia chiaro, contestare il ruolo degli esercenti per difendere l’arte è un processo ipocrita, considerando il fondamentale apporto economico e logistico da questi fornito al sistema. Sta di fatto, però, che quando ben presto si capisce che la decisione operata dal direttore del Festival Thierry Frémaux è frutto, più che di una ostinata convinzione artistica, di pressioni effettuate dagli esercenti francesi stessi, scende un po’di sconforto. Proprio questi ultimi, che in Netflix vedono un rivale per sua natura di difficilissima gestione, hanno colto la palla al balzo offerta da un’incerta gestione della questione da parte dei piani alti della kermesse per manifestare tutto il loro malcontento. Forti di leggi francesi al riguardo non aggiornate alla realtà che si professano di regolamentare, gli esercenti hanno rimarcato proprio come, in virtù di quelle stesse leggi, i film in concorso al Festival di Cannes non siano compatibili col metodo-Netflix: secondo lo stato francese, infatti, tra l’uscita di un film nelle sale e il suo passaggio alle piattaforme televisive o di streaming deve esistere un limite temporale di tre anni. Non solo quindi Netflix avrebbe dovuto far uscire forzatamente i suoi film in concorso in qualche sala francese (obbligo, questo, previsto dalle regole della rassegna di Cannes, e a cui Netflix si è attenuta lo scorso anno approfittando anche di una deroga pensata ad hoc per l’occasione), ma avrebbe dovuto anche attendere tre anni prima di poter caricare tali film sulla sua piattaforma. Davvero troppo per un’azienda per cui lo streaming, al netto delle partecipazioni ai festival in giro per il mondo, è il motore di business principale. E gli esercenti, essendo businessmen prima ancora che professionisti di cinema, su questa falla hanno costruito il loro momentaneo successo. Che, in verità, sa tanto di palliativo ad una questione che si ripromette di animare il dibattito ancora molto a lungo, e i cui esiti sul lungo termine sembrano per la verità scontati: d’altronde, cosa potrebbe andare storto nel tentativo di arginare un fiume in piena con un tappo?