Alejandro Jodorowsky. Fonte: rocklab.it

Il cinema è un’arte la cui materia espressiva è specchio di una realtà ripresa ed intrappolata entro il retino fotografico della macchina da presa. Una realtà che, per mezzo delle tecniche proprie della settima arte, può essere trasformata quanto ri-creata, consentendo ad un regista, attraverso le immagini, di esprimere gli infiniti sensi che secondo lui, dietro il visibile fenomenico, si celano.

Nessuna arte come il cinema inscrive l’atto poetico nella materia stessa, trasfigurandola al suo potere creativo e ri-generativo. Così come in un sogno, le immagini in movimento pongono di fronte allo spettatore un mondo la cui interpretazione getta rinnovata luce sulla sua vita, e sul suo essere.

Diversi registi hanno fatto del cinema la rappresentazione di un immaginario che, servendosi di un simbolismo onirico, ha tentato di svelare le segrete corrispondenze della natura, così come di illuminare i recessi della psiche umana, restituendo all’uomo nuovi stimoli percettivi, desuete visioni, rinnovati sguardi.

Tra questi vi è sicuramente il cileno Alejandro Jodorowsky, che oltre ad essere regista è uno scrittore, drammaturgo, fumettista e poeta. Vicino al surrealismo di André Breton, ampio conoscitore di psicologia, teologia e tarocchi, egli col tempo ha creato un’arte dove il registro linguistico si piega continuamente ad una fantasia esplosiva e sovversiva, e dove metafore, allegorie e simbolismi alimentano un testo a cui è difficile imporre una logica interpretativa unitaria ed unificante. L’ermeneutica delle sue opere si configura come un viaggio necessario e rivelatorio verso un misticismo che attinge da una vasta cultura esoterica, e il cui obiettivo è provocare un allargamento conoscitivo che permetta allo spettatore una maggiore presa di coscienza sulla propria spiritualità, in vista di una sua depurazione dalle scorie materialiste della civiltà. Abbandonare il proprio Ego, dire addio all’Io individuale, donarsi interamente alla panicità della natura, in vista della “fusione dell’animale-vegetale minerale con lo spirito immateriale nel cuore umano” come scrive l’autore stesso nel suo bellissimo La danza della realtà (Feltrinelli, 2004). Sono questi i convincimenti che guidano i personaggi del cinema di Jodorowsky e che in film quali El Topo (1970) e La montagna sacra (1973) tentano di sfondare la rappresentazione stessa, squarciando il velo che separa la finzione dalla realtà.

Il simbolismo onirico ed esoterico de “La montagna sacra”. Fonte: thefilmclub.it

L’arte di Jodorowsky rifiuta gli stilemi classici del cinema di narrazione, così come qualsivoglia forma di spettacolarità che possa narcotizzare il fruitore rendendolo soggetto passivo della visione, rendendosi invece processo visivo che attraverso la Bellezza conduca l’uomo ad uno svelamento di sé stesso e della Verità. Solo l’immaginazione e la poesia possono portare ad uno stato percettivo che abbatta la realtà così come la conosciamo, spossessi la volontà del suo potere, e immerga l’Io nell’”essere cosmico che ci usa come canale per far evolvere la coscienza umana”, in un mondo onirico che vada oltre l’asfittico piano della razionalità, per restituite al presente, così come al passato e al futuro, tutto il suo fascino misterioso, le sue infinite possibilità. Si rompe dunque la barriera tra arte e vita, essendo entrambe due manifestazioni dell’energia che sottende alle cose, due fenomeni che partecipano sinergicamente alla creazione universale che tutti ingloba e permea. Non per altro Jodorowsky è l’inventore della psicomagia, una terapia che vede nel linguaggio simbolico la strada per sradicare paura ed orrori. L’uomo deve vivere ed interpretare la vita come fosse un sogno lucido, dove è l’atto poetico, direttamente connesso alla forza dell’inconscio, a sfibrare le falsità del quotidiano e a connetterci ad una realtà diversa dalla realtà, onirica, malleabile e pronta ad essere trasformata dal nostro intervento immaginativo.

Un processo di comprensione, produzione di senso e alterazione di cui il regista ammanta il proprio passato, messo in primo piano nel film Poesía sin fin (2016). Qui non solo il contenuto diegetico, ma anche lo stile, partecipa ad una messa in forma totalmente visionaria e fantastica, dove anche la memoria perde la sua valenza testimoniale per darsi all’anarchica frammentazione di una tela esperienziale metaforica ed astratta, avvinta dai colori pastello di un’infanzia la cui giocosa assurdità è l’elemento motore di una creazione perpetua ed abbacinante.

Assistiamo alle vicissitudini del piccolo Jodorowsky – interpretato da Jeremias Herskovits -costretto ad abbandonare la citta natia Tocopilla, per trasferirsi a Santiago. Il padre è Jaime, un commerciante gretto e materialista che rifiuta ogni esternazione artistica spingendo il figlio alla valorizzazione di un pragmatismo virile ed omologato, figlio della piccola borghesia imprenditoriale. La madre è Sara, una donna che nel film si esprime solo attraverso canti dalle sonorità acute e lacrimevoli, e il cui mutismo è esemplificazione della sua condizione di accettata inferiorità rispetto al marito.

Jodorowsky cresce così attorniato da un ambiente claustrofobico che non gli permette di recitare a voce alta le poesie di Pablo Neruda e di squarciare il vento con i suoi giovanili componimenti, dettati da un’ispirazione innata, incontrovertibile, suprema. Ed è seguendo il proprio essere interiore che Alejandro fugge di casa per andare a vivere in un casolare gestito da artisti tutti dediti alla manifestazione incontrollata della propria magia creativa. Il piccolo regista si trova, per la prima volta, avvolto da un’atmosfera inebriante e travolgente, dove l’improvvisazione di due versi basta ad infuocare gli animi ardenti di emozioni e libertà.

Divenuto adulto – e adesso interpretato dal figlio del regista Adan Jodorowsky, come a significare una continuazione ideologica e spirituale –  conosce la sua prima fidanzata, la poetessa Stella Díaz Varín, con la quale intrattiene una relazione verginale, all’insegna della passione e del caos. Ma conosce anche il poeta Enrique Lihn, che diviene un suo caro amico, e con il quale alimenta e costruisce la propria poetica letteraria, sociale e performativa.

L’incontro tra Alejandro e la sua prima fidanzata Stella Díaz Varín al Café Iris. Fonte: quepasa.cl

Ogni personaggio appare grottesco e surreale, perché detentore di una verità poetica che sfida la logica comune. Paradossale è anche l’intero svolgersi della storia, affrontato non secondo una lineare concatenazione di eventi, o con uno stile unitario che ne riveli la natura realistica o fantastica, bensì catapultato in un universo psichico lisergico e surrealista, dove ogni figura retorica, sia visiva che di sceneggiatura, nella sua ricca quanto complicata valenza di senso, rivela al contempo tutta la sua semplice ed immediata significazione lirica e filosofica. È il linguaggio simbolico, appunto, a costruire il ricordo della vita di Jodorowsky, il quale nel surrealismo trova non solo la tecnica espressiva per travolgere e plasmare con lo spirito la materia del ricordo, ma anche la via verso il rifiuto di ogni estetica che rifiuti di scavare all’interno della materia magmatica della mente e dell’immaginazione.

Quella di Jodorowsky è una sfida alla razionalità e all’ordine sovraimposto, del tutto emblematizzata nella scena in cui il suo alter-ego biografico ed Enrique Lihn decidono di intraprendere una passeggiata la cui regola è camminare ostinatamente in linea retta, scavalcando autoveicoli o entrando nelle case che si frappongono al loro cammino. È l’atto creativo a porre davanti alla realtà uno specchio che ne riveli le molteplici sfaccettature, eliminando la monotonia e la noia.

Ma la gioventù del regista è anche vessata da paura, solitudine, problemi esistenziali che minano il pieno raggiungimento del benessere. L’esistenza svela il suo doppio volto: tristezza e gioia, bellezza e bruttezza, malinconia e felicità sono dualismi che accompagnano lo scorrere di ogni attimo, così come la morte abbraccia silenziosa la vita, in ogni sua manifestazione. Ma ancora una volta l’immaginazione può intervenire a scardinare le azioni del passato, e così il regista appare sovente accanto al suo protagonista, come se provenisse dal futuro, cercando di dispensare consigli alla sua proiezione memoriale e narrativa, agendo per esorcizzare paure e dubbi che grazie al mezzo cinematografico continuano ad attualizzarsi nel presente. Ciò che compie Jodorowsky in questo film quindi è anche una resa dei conti con la propria storia, in un faccia a faccia con uno Io che grazie all’intervento temporale operato dal cinema è in grado di dialogare con le multiple frantumazioni di sé stesso, sfidando l’invisibile e l’immateriale.

Alejandro Jodorowsky esorta il suo alter-ego biografico a riappacificarsi con l’odiato padre. Fonte: progressive.org

In tal senso struggente è la scena finale, dove l’anziano Jodorowsky spinge la sua gioventù a perdonare il padre, mai più visto dopo la sua partenza per Parigi, tagliandogli capelli e baffi, e rendendolo puro da ogni imposizione ideologica dettata dalla rabbia e dall’odio. Vedere quindi sotto una nuova luce le persone che ci hanno tormentato, comprendendole, decostruendole, amandole, vendendo il “Buddha” in ciascuno di loro” come scrive lo stesso regista, e trovando finalmente la pace. Tutto ciò, grazie alla scoperta di sé stessi, alla trasformazione del proprio essere per merito della poesia, farfalla fiammante in un mondo fin troppo terreno.