A volte tempo e spazio si rivelano dimensioni troppo limitative per inglobare e veicolare un certo tipo di storia e di intento. Ad esempio, l’innato desiderio umano di raggiungere la catarsi, che fa il paio altresì con il parallelo timore dell’indefinito, si muove a volte suadente, cercando di incasellare il metafisico tramite confini capaci di conferirgli una forma nota e, conseguentemente, per certi versi rassicurante. “Drift”, primo lungometraggio di Helena Wittmann presentato alla settantaquattresima edizione del Festival del cinema di Venezia, adopera qui l’immagine con il chiaro obiettivo di utilizzarla in favore della sua missione artistica: rendere tangibile l’immateriale.

Per dotare l’astratto di tangibilità, la Wittmann sceglie di utilizzare l’oceano come zona franca. Esso, con tutto il carico offerto dal suo immaginario, si fa ben presto portatore di un messaggio proprio. Un messaggio che non può d’altronde prescindere dalle caratteristiche del mezzo che lo trasporta e lo modella. Improvvisamente siamo in una nuova dimensione, con tutto ciò che questo comporta: il tempo e lo spazio per come li conosciamo, d’altronde, perdono d’importanza in un sistema come l’oceano, dotato di propri punti di riferimento. In Drift non c’è l’emersione di una storia canonica, ma c’è, come in un mare inesplorato, il mondo immerso della non-storia: tramite l’oceano, di cui è possibile scrutare ad occhio nudo solo la parte più superificiale, la Wittmann lavora a togliere, ricordando al suo pubblico tutti i limiti e al tempo stesso le potenzialità del mezzo cinematografico, declinando il suo prodotto in un invito all’azione attiva dello spettatore anziché limitarsi ad una mera rappresentazione del reale. Trasportato nel mare appartenente a personaggi estranei, lo spettatore si ritrova così a galleggiare in mezzo all’oceano, costretto ad effettuare una scelta: far prevalere la frustrazione legata all’indefinitezza di una simile scelta o accettare tutti i vincoli di una narrazione senza uscita e spiazzante proprio a causa dell’anomalia del suo punto di vista, piazzato qui sullo spettatore anziché sull’opera, lavorando per catturarne le potenzialità.

In mezzo ad un oceano di cui non si intravedono i confini, che senso ha parlare ancora di quei tempi e di quelli spazi riferiti a coordinate ben differenti? In fondo, pare dirci la Wittmann, noi, come esseri umani, effettuiamo travasi spazio-temporali di continuo, senza neppure più rendercene conto: dagli spostamenti rapidi con i più disparati mezzi di trasporto, alla comunicazione a distanza, alla ricerca diacronica e diatopica di cui fanno accenno le protagoniste nelle loro conversazioni. Modelliamo talmente di continuo le dimensioni che ospitano la nostra vita da esserci dimenticati della loro forma al grado zero. A questo serve il lavoro della Wittmann, a questo serve il navigare nel suo oceano: come una vasca di deprivazione sensoriale, l’oceano, tramite la sua estraneità alle nostre coordinate più accomodanti, serve a mettere nella pratica un atto totalizzante e privo di compromessi: il ritorno del grembo materno, l’annullamento del senso tramite annullamento dei sensi. Il grado zero dell’essere, per l’appunto.

Si potrebbe discutere su quanto un’operazione del genere possa essere trasposta con successo tramite un veicolo come il cinema (indirizzando nello specifico un discorso che potrebbe attribuirsi all’arte nella sua totalità), per definizione distante da logiche di deprivazione ed annullamento, ma bensì propenso ad aggiungere senso e stimolo alla vita dei fruitori. La Wittmann affronta i rischi dell’operazione di petto rispondendo a modo suo, attraverso una fase centrale della sua opera che ne costituisce anche il manifesto più puro: venti minuti di camera a riprendere l’oceano. Niente interazioni, niente sussulti, soltanto mare. Mica poco, per la Wittmann: piuttosto, per lei, brodo primordiale di vita e di essenza. Dell’oceano, in quei minuti, percepiamo ogni tratto: in quei minuti c’è lo spiazzamento, c’è il dolce cullarsi, c’è l’inquietudine. Magari, per qualcuno c’è pure la frustrazione, la noia, l’ammaliamento.

Drift si fa così seduta psichica e diamante sfaccettato: per ogni spettatore esiste un Drift diverso, un oceano diverso. Così le protagoniste si rivelano personaggi secondari, per certi versi insignificanti. Di loro sappiamo e sapremo poco e nulla, e l’importanza del loro apporto inizia e finisce con il seminare di senso un percorso incontaminato che si rivela sempre nuovo e sempre diverso a seconda degli occhi di chi accetta la sfida di viverlo. La Wittmann pare confermare questa sensazione, e in un’intervista dichiara di come il suo intento, strada facendo con la realizzazione del film, fosse quello di considerare l’oceano come un vero e proprio personaggio dell’opera. Un personaggio che si dimostra pure impossibile da non rendere anche protagonista, fagocitatore di pensiero, anime e sentimento. Eppure, questo mare non riesce a trangugiare tutto: a restare, sono lampi di estasi, di angoscia, di pace, di tormento. Fino al raggiungimento di quella catarsi sciolta da ogni condizionamento, e proprio per questo quantomai difficile da afferrare e da godere. Scivola via, come un pesce nell’oceano, come Drift negli occhi di chi pensa che un film non possa mischiare così bruscamente le carte in tavola di ciò che siamo disposti o meno a pescare dal cinema, così come, forse, dalla vita stessa.