Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto

Il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente

Immaginario. Ecco la sua forza.

(Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte)

 

Nessuna bandiera a stelle e strisce viene infilzata sulle rocce bianche, per conquistare uno spazio a 384.400 km di distanza dalla Terra. Un astronauta, invece di saltellare e scattare fotografie, avvinto dall’impetuoso fascino dell’universo misterioso, ne aspira tutta la solitudine, riflettendovi le proprie esperienze personali, la propria vita.

È questo l’allunaggio visto dagli occhi di Damien Chazelle – autore dei premiati Whiplash (2014) e La La Land (2016) -, che con il suo First Man – Il primo uomo cerca di discostarsi dai moduli narrativi ed estetici di certo cinema sensazionalistico talvolta sconfinante nella lode patriottica, apportando alla storia dell’Apollo 11, e di Neil Armostrong, una ricerca elaborata secondo le proprie esigenze personali e autoriali che quasi destabilizza tutta la precedente narrativa hollywoodiana effettuata sull’impresa del 1969.

Chazelle, basandosi sul libro First Man: The Life of Neil A. Armstrong di James R. Hansen, decide di immergersi nella vita di colui che per primo toccò il suolo lunare, indagandone non solo l’ardente e appassionata carriera lavorativa, ma soprattutto il mondo intimo e personale, cercando di elaborare una riflessione sul senso della ricerca e della scoperta, sull’inevitabilità del dolore e la necessità del viaggio.

Fonte: vox.com

Gli eventi dunque, che ci porteranno infine al famoso viaggio sulla Luna, prendono avvio dal 1961, anno in cui Armstrong – interpretato da Ryan Gosling – è un pilota della NASA che testa gli aerei ipersonici X-15. La sua dedizione al lavoro sembra inscalfibile, perfino quando un evento traumatico come la morte, per tumore, della figlioletta Karen di due anni e mezzo sconvolge la sua vita, così come quella della moglie Janet. Venuto a conoscenza del progetto Gemini – atto a contrastare l’avanzata scientifica per la conquista dello spazio dell’Unione Sovietica -, durante una missione, superata l’atmosfera terrestre, è costretto a rientrare per un malfunzionamento dell’astronave. I ripetuti tentativi per portare l’uomo sulla Luna, sono costellati da continui errori che gettano intorno all’esistenza di Armstrong un velo di morte pressante e spesso: durante un test per l’Apollo 1 infatti, morirono in un incendio dovuto ad un incidente tre astronauti suoi amici.

La lotta per il progresso scientifico, per la conoscenza, qui non è analizzata sotto un punto di vista positivista, bensì secondo un’ottica del tutto calata entro la sfumata e multiforme individualità umana, entro le speranze e le disperazioni di un Armstrong scrostato dalle narrazioni patinate dei media, reso reale nei suoi desideri e nelle sue paure. Nel film di Chazelle le motivazioni politiche ed economiche dettate dalla Guerra Fredda che portarono gli Stati Uniti all’atterraggio sulla Luna sonio lasciate in secondo piano, instupidite da una propensione al racconto che tende a fare dell’avvenuta storia una riflessione esistenziale sulla vita e sull’uomo.

Fonte: thespacecinema.it

Lo sguardo registico dunque invece che dilatarsi ed aprirsi ad un racconto che fa del viaggio un’avventura corale e storica, si rinchiude, attraverso primi e primissimi piani, nell’intimità dello sguardo umano, vero paesaggio su cui muoversi per approdare alla continua scoperta dell’ignoto. Uno sguardo, quello del protagonista, che invece di schiudersi e rivelare sentimenti, si stringe, si rinsalda nel suo misterioso solipsismo, si perde in un oceano vasto di solitudine, come una navicella nell’universo. Uno sguardo non rivelatorio, talvolta inespressivo – concorde alla recitazione di Gosling -,come le navicelle su cui sono costretti a viaggiare gli astronauti: in questo caso la regia stringente di Chazelle si dimostra originale nel conferire alle imprese spaziali una tensione soffocante, oscura quanto la paura dei viaggiatori per l’incomunicabile indeterminatezza della scoperta.

Uno sguardo, quello di Armstrong, impossibilitato a comunicare i sofferti moti del suo animo, costretto alla solitudine dell’uomo matto, sognatore, proteso verso i propri obiettivi con masochistico rigore, sacrificando ad essi dei rapporti aperti e genuini con le persone care, costringendosi ad una solitudine disperata, seppur apparentemente controllata.

Il viaggio di Armstrong è sordo a tutte le motivazioni storiche, alle proteste e alle curiosità che intorno ad esso si mossero con partecipazione mondiale. Il viaggio di Armostrong, così come quello dello spettatore, è immaginario, interiorizzato entro la sconfinata frontiera dei propri desideri e delle proprie paure; la meta è un luogo in cui specchiarsi e specchiare le immagini della mente.

Fonte: w3livenews.com

L’instancabile ricerca di Armstrong, la sua necessaria spinta alla scoperta, non avrebbero alcun senso se nell’universo non albergasse, in ultima analisi, una folle insensatezza: cosa rappresenta la morte di una bambina per tumore se non il massimo esempio di una casualità senza scopo, fine a sé stessa. L’accecante speranza nel raggiungere la Luna allora non è altro che un modo per lottare a questo vuoto di senso, a questa morte incontrovertibile che piega l’uomo ad uno spietato dolore. Solo attraverso il viaggio, solo quando Armstrong si troverà nel punto più disperso e solitario che l’uomo abbia mai raggiunto, potrà finalmente scavare all’interno del proprio buco nero, affrontare il lutto, trovare un senso al proprio abisso.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/ 10