Una donna e le sfide del quotidiano. Pedina straniera di una New York spietatamente antropofaga e dai confini indefiniti, spogliata del suo vestito da caotica megalopoli per rimanere pregna solo della sua inquietudine strisciante, Luciana si dimena confusamente. La famelica necessità di una vita da ricostruire da capo dopo un passato da dimenticare, in un contesto del genere, non può di certo offrire il migliore dei ripari ai rischi cui una come lei pare essere esposta per costituzione.

Diventa dunque molto presto chiaro che la Most Beautiful Island che ospita la storia di Luciana sia piuttosto lo svelamento di una disillusione tramite un approccio sommessamente ironico: l’unico, forse, utile a posticipare quell’autodistruzione verso cui ogni elemento nella vita della protagonista sembrerebbe inevitabilmente convergere. Luciana, che come unica compagnia ha quella Spagna costituente l’unico appiglio di un’identità personale altrimenti perduta, pochi soldi in tasca e lavori ingrati inanellati uno dopo l’altro per costruirsi un presente stanco e un futuro privo di ogni prospettiva. Bersaglio dunque inevitabile di un mondo sotterraneo che della vulnerabilità altrui fa un terreno fertile in cui far germogliare le proprie perversioni più malate.

A far partire il viaggio verso quel baratro è una stanca chiacchierata di fine turno con la sua collega Olga, dopo ore passate a promuovere insieme, per le strade, “il miglior pollo della Grande Mela”, farsescamente vestite da pennute, pagate da chissà quale ambiziosa azienducola. Olga ha in realtà un’opportunità lavorativa ben più ghiotta da sottoporre alla sua collega: con la sola presenza, ben vestite, ad un non meglio specificato party, si potrebbero infatti raccogliere ben duemila dollari in una sola serata. Una cifra da far sgranare gli occhi, e che a Luciana lascia sorgere dei più che comprensibili dubbi sulla natura del suddetto party; dubbi che Olga spazza via con fermezza, negando in toto la presenza di quei sottotesti di matrice sessuale che anche le anime più pie non faticherebbero ad immaginare. Per essere pagate basta solo presenziare, nulla di più. Ma sarà così davvero?

Per Ana Asensio non è stato facile riuscire a produrre la sua prima fatica da regista. La già apprezzata attrice madrilena di base a New York per il suo debutto da regista non si è voluta di certo risparmiare e, dopo il tempo necessario a reperire i fondi necessari per finanziare un film che resta comunque una produzione low-budget, ha deciso di rendere Most Beautiful Island una sua creatura in tutto e per tutto. Per essa, infatti, la quarantenne ha scelto di disimpegnarsi, oltre che dietro la macchina da presa, anche come sceneggiatrice, coproduttrice nonché come attrice protagonista, interpretando quella Luciana con cui la stessa Asensio dimostra di avere più di un punto in comune a livello biografico.

Ma Most Beautiful Island ambisce ad essere qualcosa di più di un semplice film autobiografico: per quanto la Asensio abbia voluto trasporre elementi veri di una New York entropica e la cui propensione alla repellenza arriva a minare l’innata attitudine all’accoglienza e all’integrazione, il film, nei suoi scarni ottanta minuti di durata, si alimenta soprattutto grazie ad una suspense ben intessuta all’interno di una storia interessante ma altrimenti assai lineare, che altrimenti sarebbe stata forse più adatta alla trasposizione in un corto cinematografico che nel lungometraggio che invece è stato.

Non c’è insomma spazio vitale per consentire a determinati aspetti sociali di essere approfonditi: da una matrice femminista sopita che pur attraversando tutta la durata del film non arriva mai in superficie, fino ad una riflessione soprattutto simbolica e giocata su metafore “animalesche” su un certo tipo di immigrazione verso le grandi città, la trama non pare in realtà avere le spalle abbastanza larghe per farsi carico di temi di tale portata in modo convincente, limitandosi invece a raccontare una storia che, anche nella sua semplicità, appare come indubbiamente intrigante.

Nonostante l’asciuttezza del racconto, l’opera della Asensio risulta dipanarsi discretamente, dando vita ad una storia tanto tensiva quanto claustrofobica, grazie anche alla scelta di basarla tutta nell’arco di una sola giornata. Le basi stilistiche attorno cui cresce l’inquietudine di Most Beautiful Island, che qualcuno ha paragonato ad un cinema proprio di autori quali Polanski e Kubrick, trovano nel racconto della New York più oscura un territorio capace di ospitare una commistione di simbolismi e messaggi capace di incuriosire ad appassionare ogni tipo di pubblico, fino a condurre ad un finale che non può essere rivelato (come vuole imporre anche la tagline del film) proprio perché da esso si irradia l’intero senso del viaggio filmico.

In un’opera che si regge su un equilibrio così sottile, basterà lo svelamento di cosa accade all’interno di quelle stanze così inquietanti per trasformare Most Beautiful Island da un interessante esercizio stilistico in un lavoro dotato di effettivo valore simbolico? A giudicare dai riconoscimenti ottenuti in giro per il mondo, sembrerebbe di sì: vincitrice del Premio speciale della giuria all’ultimo SXSW di Austin, la pellicola si è anche aggiudicata il titolo di “miglior film” al Sidewalk Film Festival del 2017 ed una menzione speciale come miglior Opera Prima al London BFI 2017. Un riscontro importante con cui noi di Artwave ci sentiamo di concordare solo in parte, ma che nonostante tutto merita indubbiamente di essere visto e analizzato in tutta la sua cupezza, angoscia e speranza.