La vita non è un film” cantava J-Ax, ma se invece fosse proprio così? Se potessimo rivivere la nostra vita poco prima di morire, quali momenti sceglieremmo?

Lorenzo Tardella, giovane regista umbro, nel suo nuovo cortometraggio “Late Show” allarga la domanda e si chiede: dove mi piacerebbe rivedere gli attimi più importanti della mia vita? La risposta è semplice: in un cinema. In uno di quei mono-sala ultimi baluardi di una fruizione cinematografica ormai agonizzante, dove andare al cinema non significa solo vedere un film, ma rendersi partecipi di un’esperienza intima e personalissima.

Location perfetta, quindi, si è rivelato il Cinema Mexico di Milano, un’istituzione da questo punto di vista, che insieme al Teatro Parenti ha fornito i luoghi fisici nei quali girare.

Fonte: recensito.net

Nel corto, un uomo anziano entra quasi titubante in uno di questi cinema, ordina un tamarindo (“e un biglietto”) e si siede nella sala vuota. Si spengono le luci e sullo schermo appare il film della sua vita: egli sorride, piange e si emoziona a rivedere gli istanti significativi della sua esistenza, immortalati per sempre nella pellicola. Alla fine della proiezione si riaccendono le luci, l’uomo si alza e, silenziosamente, esce di scena.

Il deserto della sala cinematografica, svuotata da persone e musica, si contrappone alla vitalità del film nel film in un dualismo scenico reso possibile dal contrasto tra una ripresa soggettiva e la staticità partecipativa del protagonista che, seduto in sala, assiste agli eventi proiettati che lo riguardano intimamente. L’idea di collocare la vicenda metafilmica all’interno della sala è, per usare le parole dello stesso regista, “l’espressione di un sentimento un po’ romantico” nei confronti di un luogo che sta sempre più perdendo di significato. La volontà è quella di andare contro corrente e di invertire una tendenza fin troppo presente nel pubblico italiano, che alla fruizione cinematografica tradizionale preferisce troppo spesso una visione casalinga, amplificata dalla facilità di utilizzo delle piattaforme streaming.
La nascita di prodotti come Netflix ha sicuramente contribuito a sconvolgere il rapporto spettatore – film, relegandolo a una dimensione privata che elimina quella co-partecipazione attiva presente invece nella sala. Niente più pop-corn, niente più coca-cola, niente più chiacchiericci fastidiosi e soprattutto niente più emozioni condivise. È la morte del triangolo amoroso tra pubblico, sala e film.

fonte: recensito.net

Ecco che, allora, Late Show diventa un inno proprio a questo, alla relazione intima che si instaura tra noi e la sala, vera protagonista del cortometraggio. In un senso assolutamente brechtiano, l’uomo è parte attiva di ciò che vede, con il coinvolgimento prodotto dalla narrazione che pare offrire quasi la possibilità di dialogare con l’altro sé nello schermo, improvvisamente complice di un meccanismo di interscambio sentimentale molto forte.

Ho immaginato che quello che il protagonista vede sullo schermo sia un po’ la scatola nera del suo cervello” – afferma Lorenzo Tardella – ne consegue la naturale scelta registica di affidare a inquadrature soggettive il film proiettato, proprio a enfatizzare il fatto che quello è ciò che l’uomo ha vissuto personalmente e visto con i propri occhi. Si accentua, allora, la differenza di ruoli: il protagonista del corto non è nient’altro che uno spettatore, mentre l’uomo del film è il protagonista. Nella stessa persona si racchiudono i due aspetti esistenziali, in due momenti diversi. Egli vede il suo film, risultanza finale di tutte le caratteristiche utili a forgiare un prodotto cinematografico fatto e finito: d’altronde, non sarebbe stato di certo possibile rivivere tutta la sua vita (ci sarebbe voluta un’altra vita!), e per questo si è ricorso al montaggio delle scene significative, ai ricordi privilegiati che coincidono, quasi sempre, con quelli più felici.

Naturalmente la presenza della colonna sonora, una musica assolutamente cinematografica, amplifica le emozioni suscitate dal film e lo rende più vero. Proprio la musica è un aspetto fondamentale che sottolinea, di nuovo, il dualismo metafilmico: non c’è musica in sala (così come nella realtà) se non la colonna sonora del film proiettato: l’unica vera musica propria del corto si trova a chiusura dello stesso. Una musica pop, allegra e spiritosa che accompagna la grafica al neon dei titoli di coda.

Lorenzo Tardella.

Nella circolarità narrativa di Late Show si ripercorre sì la parabola esistenziale del protagonista, ma anche quella della sala cinematografica, che dalla freddezza iniziale dei suoi toni (le luci, i colori, l’ambiente) si va via via riscaldando in tutte le sue componenti: proprio ciò che, in fondo, succede a ognuno di noi nell’andare al cinema: nessuno è mai lo stesso quando esce dalla sala. In qualche modo avviene un cambiamento, seppur minimo, al nostro interno. È proprio questo cambiamento, questo calore intimo, che andrebbe preservato. Lorenzo Tardella, in meno di dieci minuti, ci riesce.

Mentre qui potete trovare gli altri lavori del regista umbro, di seguito trovate il trailer di Late Show: