Il cinema horror ha spesso commesso lo sbaglio di svilire le proprie capacità espressive e filosofiche, sottomettendo sentimenti quali l’orrore e la paura a scelte estetiche e narrative che, lungi dallo scatenare un pervasivo senso di turbamento e disagio allo spettatore, muovendo una riflessione sull’uomo e il mondo, producono tutt’al più uno shock sensorio di breve e limitata potenza, un salto dalla poltrona il cui brivido psicologico e fisico non ha il potere di perdurare oltre il breve segmento filmico che l’ha prodotto. Tale fugacità di inquietudine, spesa sulle macerie di una paura reale ed inconscia, che spettacolarizza, dunque edulcora e addolcisce il nostro terrore, è tanto più forte quando una storia tenti di incanalare tutti i timori che aveva saputo risvegliare entro la sicurezza di cliché banali e risaputi, o ancora peggio entro una risoluzione di quest’ultimi che annulli la loro natura aperta ed oscura, attraverso una loro fin troppo felice razionalizzazione, una conclusione dove alle paure vien data una origine chiara e definita, e alle armi per combatterla un potere demistificante e consolatorio.

L’orrore invece è assenza di pacificazione, stordimento di ogni sicurezza e di ogni logicità, viaggio mefitico e agghiacciante attraverso le nostre paure più sopite e ancestrali, rivelazione delle profondità inesplorate e inconosciute dell’anima umana. “L’emozione più vecchia e più forte del genere umano è la paura, e la paura più vecchia e più forte è la paura dell’ignoto” scriveva Howard Phillips Lovecraft nel suo L’orrore soprannaturale nella letteratura (1927); un ignoto che appartiene allo spazio e al tempo, che riverbera la propria misteriosa eco dalle regioni più lontane dell’universo, che striscia attraverso i secoli rilasciando la sua bava millenaria di delitti innominabili, e che si riversa dentro di noi, proiettando il suo indefinibile cosmo nelle regioni più nascoste della nostre psiche, rendendoci inconosciuti  a noi stessi. Che cosa è l’elementare ed antica paura del buio, se non l’esempio diretto e concreto del nostro terrore verso ciò che si cela oltre lo sguardo, oltre la sperimentazione razionale dei nostri sensi, verso tutto ciò che sfugge alla nostra abitudine e al nostro controllo, ovvero verso l’ignoto che ci attraversa e ci appartiene. Lovecraft, specificando le caratteristiche del suo orrore cosmico, scrive: “Deve essere presente una certa atmosfera di terrore inesplicabile verso forze esterne e ignote […] una sospensione malefica e particolare, o una sconfitta, di quelle leggi fisse della natura che sono la nostra unica salvezza contro gli assalti del caos e dei demoni dello spazio inesplorato”.

Charlie Graham, la figlia inquietante e disturbante. Fonte: mondofox.it

Ora, è con questa frase dello scrittore di Providence che è bene introdurre un film che ultimamente ha spaccato il pubblico, compresi gli affezionati del genere horror: Hereditary – Le radici del male. Il pregio della prima opera del regista Ari Aster è quello di aver abbandonato ogni faciloneria estetico-formale, per concedersi ad un racconto avvolto da un’atmosfera in perpetua tensione, carico di metafore visive, ma soprattutto lontano da ogni risolvimento narrativo, da ogni spiegazione ultima che possa distruggere quella sospensione onirica e soprannaturale che fino alla fine Aster tende per destabilizzarci. Il torto di chi ha disprezzato il film, parlando dell’eccessiva apertura della narrazione, dello sbigottimento provocato dall’estremo alternarsi di avvenimenti, soluzioni e toni che infiacchiscono la sicura andatura di certe scelte, è quello di non aver capito che proprio attraverso tali procedimenti l’orrore riguadagna tutta la sua forza oscura e segreta, insinuandosi tra le pieghe di un conscio la cui razionalità è un’arma ormai priva di efficacia: non c’è una strada lineare e battuta che possa portarci a comprendere le nostre paure, ma queste si perdono in uno spazio caotico dove la torcia della nostra comprensione è troppo flebile, così come gli edifici simbolici del nostro linguaggio.

Il regista tesse una storia dove il soprannaturale si intreccia al quotidiano dei rapporti umani, rendendo inseparabili e congiunti gli orrori che da presenze invisibili e fantasmatiche si riversano su quelli dei conflitti interpersonali.

Sulla famiglia Graham pendono dei foschi misteri, i cui segreti sembrano andare nella tomba con la morte della matriarca Ellen Graham, figura schiva e inquietante vicina a certe pratiche spiritualiste. La figlia Annie vive delle contraddizioni insanabili: afflitta dal cordoglio, non sa ancora dare una motivazione al suo odio per la madre, la cui presenza pare abbia gettato nello sconforto e alla morte il marito ed il figlio. Una sensazione di disagio e turbamento aleggia anche su Annie e sulla sua famiglia, composta dal marito Steve, dal figlio sedicenne Peter e dalla figlia ritardata Charlie, la cui precaria condizione fisica e mentale sembra incarnare tutti i violenti fantasmi che si nascondono dietro la facciata delle abitudini borghesi. Una sera, durante un party, Charlie ha uno shock anafilattico; Peter mette la sorella in macchina per portarla all’ospedale, ma durante la corsa questa sporge la testa dal finestrino e viene decapitata da un palo. Da questo momento in poi la tensione famigliare aumenta, i segreti si infittiscono, eventi arcani e inspiegabili cominciano a destabilizzare ogni ordine già in partenza precario.

Fonte: deejay.it

Un destino sconosciuto e fatale sembra lambire la vita dei personaggi, una entità sconosciuta costruirne i movimenti e le scelte, così come appare fin dalla prima inquadratura del film: una lenta panoramica inquadra una stanza, fino a concentrarsi sul plastico di una casa; con una carrellata ci avviciniamo in una stanza da letto in miniatura, che lentamente si allarga prendendo possesso dell’intera inquadratura e animandosi come fosse reale, con l’entrata in scena di Steve e Peter. Penetriamo in un mondo che rivela fin dall’inizio la sua natura straniante e perturbante: sappiamo di star guardando una famiglia apparentemente normale, ma questa ci risulta già estranea nella sua familiarità, come avvelenata da una cappa di silenzi e dubbi che già si affaccia all’orizzonte con il funerale della nonna.

Proprio dalla nonna e dal suo decesso sembrano derivare tutti quei richiami che gettano un indecifrabile fatalismo alle vicende dei protagonisti. La tragedia greca, d’altronde, viene richiamata dal film stesso, ponendo aperto il dibattito tra libertà di scelta e destino: è Eracle un eroe le cui azioni sono confinate in un futuro già stabilito? Agamennone, nell’uccidere sua figlia Ifigenia per la dea Artemide, rispetta un patto già predeterminato?

È la famiglia Graham libera dalle ombre annichilenti del passato? I disturbi psicologici della nonna sembrano riverberarsi per via ereditaria, permeando di oscurità la vita di tutto il nucleo famigliare. La doppia natura di Annie, il suo lato tenebroso e aggressivo, ci viene suggerito non solo dalla sua propensione alla costruzione di plastici – gli stessi che abbiamo visto all’inizio del film -, che rendono ancora di più la sua figura minacciosa ed estranea, ma più scopertamente dai suoi scatti di ira incontrollati, dal suo odio velato che esplode durante il sonnambulismo, quando il suo corpo non è cosciente e può palesare gli spettri che lo divorano. Ma Annie non è l’unica ad esternare comportamenti fuori dalla norma: Charlie, più di tutti, sembra chiusa in un mondo di spaventosa introversione, taglia le teste agli uccelli, i suoi occhi hanno visioni che vanno oltre la sfera del naturale.

Il mistero si insinua nella partitura filmica attraverso suoni ed immagini che sembra impossibile specificare se derivino da una sfera onirica o soprannaturale. Il male non solo trascende ogni nostra spiegazione, ogni tentativo di carpirne l’origine, ma al contempo si incarna nella quotidianità dei comportamenti umani, rivelatori di una interiorità tanto torbida quanto quell’inspiegabile ignoto da cui tutte le paure derivano. In questo, il film di Ari Aster sembra ricordare Shining (1980) di Stanley Kubrick e Rosemary’s Baby (1968) di Roman Polansky, due opere dove la pazzia umana non è che il prolungamento di spiriti maligni che in noi risiedono.

La vera e propria trama soprannaturale arriva in Hereditary solo nella seconda metà del film, portando con sé un’accensione più vorticosa dei ritmi e della violenza. Aster è abilissimo nel creare tensione attraverso lente e spaventose panoramiche, carrellate sinuose e disagianti, piani fissi carichi di suoni, figure e luci disturbanti; insomma attraverso una regia posata e studiata e dei tempi dosati ed efficaci che ha la forza di immergerci in una atmosfera di nervosismo straziante, ancora più agghiacciante quando questa viene fenduta da scene più dinamiche ed iconicamente scioccanti.

Sedute spiritiche, oggetti in movimento, possessioni improvvise e terribili punteggiano adesso la strana condizione della famiglia Graham, la quale in questo uragano di eventi inspiegabili si troverà ancora di più confusa sulla propria condizione, e lo spettatore con loro. Una strana confusione circonda le scelte dei personaggi, così come i loro caratteri, le loro reazioni, i loro giudizi morali: il loro destino sembra fin dall’inizio devoto ad una malignità che serpeggia sotto l’oceano dell’apparenza; i loro atti, seppur tesi in superfice a contrastare l’oblio, in realtà sono tutti spesi verso una negazione del bene.

Fonte: imdb.com

I demoni del buio e degli inferi scavano la pelle umana, ne inghiottono l’anima, spirano attraverso l’odio delle pupille, la violenza delle decisioni. Le presenze del male reclamano un regno dove spendere la propria guerra, e scelgono il corpo umano, da cui esse forse hanno origine e finalità ben precise.

Proprio in questa commistione tra onirico e soprannaturale, turbamento psicotico e paranormale, interazioni umane e spiritismo, risiede il nocciolo orrorifico di Hereditary, il suo viaggio spaventoso verso la sospensione di ogni logica rassicurante e unitaria, nei meandri di una incertezza e di una irrazionalità che riflette tutta la tenebrosa essenza delle nostre paure, e che la scena finale, nel muto silenzio di uno sguardo, esprime in tutta la sua potenza.

L’orrore è un’ombra in movimento bagnata dalle fredde lame dei raggi lunari, a cui il nostro sguardo non sa in alcun modo rispondere; Hereditary cerca di trasporre visivamente questa impossibilità di interpretazione.