Tre volti di Janfar Panahi è un film illegale, girato segretamente ai vertici iraniani ma presentato al Festival di Cannes del 2018, dove ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura. Tre volti è un’opera che si oppone alle battute di caccia politiche e culturali contro la libertà, presentandosi invece come vivida testimonianza del valore espressivo del cinema, che tra reale e fantastico, documentazione e narrazione, riesce a costruire un immaginario capace di scuotere le coscienze, un mondo che fa della sua messa in scena la tragica rappresentazione di una realtà.

Janfar Panahi, per via dei suoi film mirati a mostrare le contraddizioni dell’Iran e alle sue attività politiche, era stato condannato nel 2010 a sei anni di prigione e venti anni di reclusione nel proprio paese, con l’impossibilità di professare ancora il mestiere di regista. Da quel momento il cinema diventa per lui una necessità per rimanere vivo al proprio annichilimento, mostrandosi e mostrando la collettività con cui dialoga, riflettendo sul contesto sociale e culturale in cui vive e sul cinema stesso, sulle sue possibilità estetiche, narrative e politiche.

Tre volti pure non smette di interrogare ed interrogarsi, fin dalla sua prima scena. Vediamo una ripresa effettuata con uno smartphone, in cui una ragazzina, Marziyeh, si lamenta di non riuscire a continuare i propri studi di recitazione per via di un fratello ostile e di un ambiente, quello rurale e contadino, che non le permette di assecondare le proprie aspirazioni. Dopo aver denunciato, tra le lacrime, di non essere stata ascoltata nemmeno dalla sua attrice preferita, Behnaz Jafari, si impicca ponendo fine alla sua vita. Subito lo statuto dell’immagine ci appare incerto: ciò che stiamo vedendo è finzione, o è una ripresa amatoriale dove chi parla non interpreta un personaggio?

Fonte: cinematografo.it

La stessa domanda se la fanno i protagonisti del film, Behnaz Jafari – attrice che interpreta sé stessa e a cui è indirizzato il video – e lo stesso regista Janfar Panahi: il suicidio c’è stato davvero o è solo una costruzione ben ordita? I due, come Marziyeh, si pongono in un rapporto ambiguo con la macchina drammaturgica, e insieme decidono di intraprendere un viaggio nelle montagne del Nord-Ovest iraniano per rintracciare la ragazza e squarciare il velo di Maya che separa la messa in scena dalla realtà.

Inizia così un viaggio itinerante a bordo di un 4×4 che diviene documentazione delle tradizioni e delle abitudini della campagna iraniana, ponendole, da una parte, in contrasto con la modernità del contesto cittadino, e dell’altra invece come rappresentative di una arretratezza culturale appartenente all’intero paese. Ancora una volta la natura delle immagini si fa stratificata, incerta, racchiusa in un immaginario che indaga le molteplici possibilità di contatto del cinema col reale: riprese di finzione si alternano ad altre documentaristiche, rendendo difficile distinguere le une dalle altre.

Fonte: cinematografo.it

In fondo ciò che sembra dirci Panahi è che ogni volto, ogni storia, ogni paesaggio, nasconde una storia, e che utilizzare la finzione non è un modo per svilire la realtà, ma anzi per scavarla restituendocene le contraddizioni, operando al contempo una riflessione sul cinema e le sue possibilità di raccontare e mostrarci il mondo. Jafari e Panahi, dopo una lunga ricerca, scoprono che Marziyeh non si è davvero suicidata, ma che ha recitato per attirare l’attenzione dell’attrice. Cosa altro ha fatto la ragazzina se non mettere in scena il proprio dolore per muovere davvero un cambiamento nella realtà, spingendo Jafari ad intervenire per aiutarla a farle studiare recitazione?

Lo stesso fece lo stesso regista in alcuni suoi lavori, come in This Is Not a Film (2011), dove, in attesa della sentenza che lo avrebbe imprigionato, comincia a riprendere con un iPhone ciò che lo circonda, costruendosi una storia, palesando agli occhi dell’Occidente i disagi e le speranze di un intero paese. Rappresentare per denunciare, mettere in scena per spogliare ciò che ci circonda dai veli della quotidianità, anche attraverso un cellulare.

Fonte: cinematographe.it

In tre volti ciò a cui assistiamo è un Iran (una parte di esso o molto di più?) pervaso dalle pastoie della tradizione e della religione, oppresso da una misoginia che non permette ancora alle donne di esprimersi e di partecipare liberamente alla vita pubblica. Un Iran il cui pensiero è stato condizionato da un sistema culturale a cui appartiene anche il cinema – in una scena un contadino mostra a Jafari una locandina del film Tangsir (2973) di Amir Naderi, dove l’attore Behrouz Vossoughi rappresentava il perfetto esempio di maschio virile.

Il viaggio del cinema nelle superstizioni che si annidano ancora tra villaggi e montagne, infine non è nient’altro che un viaggio nello stesso cinema, nel suo potere di generare luce tra le oscurità delle imposizioni e delle violenze, nelle sue capacità di generare vita, tra la morte del silenzio e della reclusione.

I tre volti non sono altro che quelli di tre donne, le quali dialogano tutte con le sofferenze e i sogni di un cinema che nel tempo si è evoluto, mantenendo viva la speranza della sua poesia. Il primo volto appartiene al passato, ed è quello della diva Shahrzad, che dopo la rivoluzione islamica non lavorò più e che appare nel film di spalle, col viso a noi nascosto, mentre dipinge la natura bagnata dal sole; il secondo appartiene al presente ed è quello di Behnaz Jafari, donna di spettacolo famosa e impegnata ai giorni nostri; il terzo volto appartiene al futuro ed è quello di Marziyeh, sulla cui lotta contro il potere del maschilismo e delle tradizioni, sulla cui determinazione che sbaraglia immobilismo e ipocrisia, Panahi non può che riporre tutta la sua speranza nei confronti di un cinema e di un paese migliori. A lui non resta che essere un criminale, il cui volto è immerso nelle barbarie del presente, ma capace di guardare oltre, allargando le strade della giustizia e della libertà.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/ 10