Ci sarà un motivo per cui i Futuristi si scelsero questo nome, evidentemente. È l’effetto della straordinaria dote dell’artista che anticipa il tempo preannunciando il domani, è l’avanguardia che ad inizio Novecento traccia le linee-guida della modernità: immagine e movimento, movimento e immagine. Che poi sono i segni particolari sul documento della TV, questa conosciuta. L’abitudine – che si sa, fiacca sempre il senso critico – quasi tradisce la falsa convinzione che questa scatoletta elettronica ci sia sempre stata, fedele compagna di vita, piccola o maestosa che sia, pur sempre un po’ impolverata. Eppure. Restare indifferenti di fronte alla sua storia parlando di lei semplicemente come orgoglio e vanto (uno dei tanti, troppi) dell’homo technologicus sarebbe a dir poco riduttivo. Perché la TV definisce l’identità sociale dell’uomo di oggi: continua a farlo ora da sessant’anni a questa parte, sempre e rigorosamente nel segno dell’immagine e del movimento. Specialmente in Italia.

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Questo oggetto misterioso entra dentro le case degli italiani a partire dai primi anni ’50, che sanciscono una graduale e sistematica rinascita economica dopo la recessione del secondo conflitto mondiale. E ci entra come ospite, dal momento che di fatto nasce in Scozia nel 1926, anno in cui lo studioso John Logie Baird s’inventa un particolare sistema di scansione meccanica, chiamato disco di Nipkow, che permette la riproduzione dell’immagine: in buona sostanza, l’antenato del tubo catodico. Le primissime prove tecniche di trasmissione italiana risalgono al 1933, quando il ricevitore romano di Monte Mario comincia a diffondere il segnale esteso al piccolo, periferico raggio urbano.

Ma in principio fu la radio. È questa «voliera di voci e suoni» lo strumento d’intrattenimento ed informazione dominante che precede il successo televisivo. Dall’ottobre del 1924, quando la conduttrice dell’URI – poi EIAR – Maria Luisa Boncompagni inaugura il servizio di trasmissione regolare fino all’istituzione dei tre programmi radiofonici Rai (già EIAR) del 1951, l’ascolto italiano si raccoglie intorno a questi apparecchi a suo tempo rivoluzionari. Dai bollettini giornalistici alla musica leggera, dal dramma teatrale alle rubriche letterarie: la radio scandisce a tempo il ritmo della quotidianità di oltre sette milioni di abbonati. Certo, la TV è un’altra cosa.

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La TV è la vita che scavalla uno schermo di vetro, è il volto della voce dei varietà radiofonici, il taglio di capelli e il colore degli occhi del cantante preferito di cui non si conoscono che le doti musicali, magari anche gracchiate dai capricci della frequenza. Così, dalla prima trasmissione nazionale del 3 gennaio 1954, il panorama mediatico si sarebbe avviato dritto verso un cambiamento inesorabile e non ancora concluso e definito: movimento, immagine. È la Rai che nel 1952 acquisisce i diritti esclusivi di trasmissione circolare radiotelevisiva su scala nazionale, instaurando un regime monopolista che dopo un’iniziale fase di decollo avrebbe assistito alla sua frantumazione sulla metà degli anni ’70. È della Rai, dunque, il merito di plasmare le basi di rinnovati stereotipi culturali, che spaziano da Studio Uno al Rischiatutto, dal fascino accattivante di Mina all’esilarante genio di Mike Bongiorno.

Cinque miti assoluti della Rai in una sola foto. Da sinistra: Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Mina, Corrado ed Enzo Tortora.
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Non è mai troppo giusto ragionare per cifre, ma in certi casi pare comunque inevitabile. Così, si parla di oltre un milione di abbonati nel giro di quattro anni scarsi: con le dovute proporzioni rimandabili al contesto socioeconomico del tempo, si pensi solo che la radio era ferma a 350 mila a un decennio dal via alla programmazione. Il perché, oltre nell’entusiasmo e nella curiosità per la novità del mezzo, va ricercato nel suo nobile perseguire intenti morali e didascalici, di diretta – seppure non esclusiva – discendenza radiofonica. E qui ci servono di nuovo le statistiche: tra gli anni Cinquanta e Sessanta più di un italiano su dieci è analfabeta (12.9%), una delle medie europee più basse in assoluto; oltretutto si tratta di un pubblico ancora fortemente a-politicizzato. Il governo, guidato dalla forza equilibrista della DC, scommette quindi sulla televisione come canale catalizzatore di un pubblico omogeneo, scolasticizzato e politicamente più consapevole: nascono il programma educativo Non è mai troppo tardi e la prima rubrica politica Tribuna elettorale (1960). 

Non è mai troppo tardi parte il 15 novembre 1960, parallelamente ad una campagna di alfabetizzazione indetta dal governo. Il maestro Alberto Manzi, divenuto poi un’icona nazionale, è il protagonista assoluto della serie Rai: un corso d’insegnamento della lingua italiana per analfabeti con cadenza trisettimanale. Il successo di Manzi è tale da garantire a più di un milione di italiani la licenza di scuola elementare.
Fonte: biografieonline.it

Ma sarebbe comunque un errore guardare alla televisione italiana degli esordi come sola pedagogia. La programmazione è già abbastanza variegata e comprende un’informazione fortemente eclettica (da Tg7 alla Domenica sportiva), intrattenimento e musica (dal Lascia o Raddoppia? al Festival Bar), sceneggiati, telefilm e teatro (da Il Giornalino di Gian Burrasca a Belfagor, fino a L’Osteria della posta di Goldoni). È il preludio a quella dinamicità che sarebbe entrata nel vivo tra gli anni Settanta e Ottanta: a livello istituzionale, con la riforma Rai del 14 aprile 1975 che sancisce la caduta del monopolio e la rapida ascesa della TV privata; e a livello strutturale, con la nascita del flusso continuo del palinsesto che inaugura quella che Umberto Eco ha battezzato «neotelevisione», con lo spettacolo messo al centro e tutta la programmazione che gli ruota attorno. Il tutto, dal 1977, finalmente e sistematicamente trasmesso con immagini a colori. Orfano però del fenomeno Carosello, il programma pubblicitario cui – spiegava il giornalista Giulio Nascimbeni in un suo famoso articolo commemorativo sul Corriere della Sera – l’ipocrisia democristiana della Rai sbarra la strada per la sindrome da persecuzione comunista che considera dannoso condensare consigli per gli acquisti in soli dieci minuti di trasmissione.

Jo Condor, l’avvoltoio con la divisa militare protagonista con il suo fido Secondor dello sketch della Ferrero su Carosello, dal 1960.
Fonte: img2.tgcom24.mediaset.it

Gli anni Ottanta e Novanta si consumano nel nome del trionfo di Mediaset (nata Fininvest), l’impero televisivo che Silvio Berlusconi fonda dopo aver prelevato Rete 4 e Italia 1 rispettivamente agli imprenditori Mondadori e Rusconi. La riforma Mammì a cavallo tra un decennio e l’altro riconosce un regime di duopolio televisivo ed estende l’obbligo di trasmissione informativo-giornalistica a tutte le reti nazionali. Tra il ’91 e il ’92 nascono Tg 4, Tg 5 e Studio Aperto: è l’era del telegiornale che punta dritta ad un nuovo millennio, tutto all’insegna del realityshow e dell’informazione ibridata all’intrattenimento (l’infotainment) in un quadro digitale che dice addio al tubo catodico.

Siamo figli di tutto questo. Figli di un passato a cui apparteniamo prima ancora che sia esso ad appartenerci. Figli di Calimero, Topo Gigio e delle bande orizzontali che ci davano la buonanotte. È sempre bello essere progressisti, ma è sempre sbagliato guardare avanti senza pensare a ciò che si lascia dietro, perché il «dove vai?» implica sempre il «da dove vieni?».

Abituiamoci, ma senza dimenticare. Pensiamo a tutto e pensiamo anche a questo. Magari seduti comodi, col telecomando in mano e un bel programma in onda in prima serata.