Il Giappone, terminata la seconda guerra mondiale, è stato il paese che più di tutti ha convogliato le proprie energie economiche, politiche e sociali verso una spinta propulsiva neocapitalista che lo ha portato a primeggiare nel famelico mercato mondiale. Tutto ciò sarebbe stato impossibile senza l’aiuto del popolo, il quale, attraverso una cultura che ha anteposto l’individuo al bene collettivo e nazionale, ha partecipato attivamente alla colossale crescita produttiva e distributiva del paese. Il benessere sociale derivante dall’occupazione lavorativa e dal progresso tecnologico, ha portato però anche i suoi lati negativi: forza lavoro eccessiva da parte dei lavoratori, i quali delle volte sono costretti ad orari pesanti ed anormali, un’alienazione che, oltre ad essere naturale effetto del disagio lavorativo, è parte integrante di problemi che si estendono all’intera società post-industriale giapponese, dalla famiglia all’incessante dipendenza tecnologica. Senza mettere in dubbio che tali problematiche non fanno parte solo del Giappone, ciò che preoccupa e ci costringe a concentrarsi su questo Paese è il suo alto tasso di suicidi annuali: sulla soglia dei 30.000 individui fino al 2012, sui 20.000 nel 2016.

Se il fenomeno ebbe inizio con il disastroso recesso economico degli anni ’90, anche dopo la ripresa industriale, tuttavia, non ebbe fine, e non fece altro che aumentare. Tra le cause vi sono lo stress lavorativo, scolastico, sociale e parentale. In Giappone in molte famiglie domina ancora un’ottica patriarcale, e le aspettative sociali nei confronti di ogni membro è molto alta. Questa dinamica interna e privata dei rapporti, non fa che allargarsi verso l’esterno: l’uomo e la donna giapponesi sono nulla se la loro individualità non diviene parte integrante dell’ingranaggio collettivo, della comunità-nazione. Proprio in virtù di queste responsabilità rapportuali e sociali, spesso l’individuo cittadino rimane legato e soffocato da concetti quali “onore” e “disonore”. Per di più, gli stessi rapporti, specialmente quelli tra uomo e donna (e specialmente i rapporti sessuali tra giovani), sembrano inaridirsi di fronte ad una padronanza postmoderna dell’immagine virtuale, che scavalca, o addirittura sostituisce, il reale.

Fonte:pxhere.com

Ora, se da una parte tutto ciò è vero, dall’altra bisogna dire che certa cultura si è da sempre mossa per mettere in primo piano, con alacre visionarietà, le contraddizioni della società giapponese. Oltre ai famosi manga, il cinema autoriale, che a dirla tutta, sembra fare concorrenza, se non delle volte superare, quello occidentale, è riuscito a portare avanti narrazioni ed estetiche di forte impatto poetico, esistenziale e sociale. Tra i portavoce del nuovo millennio di questo cinema vi è Sion Sono, il quale ha trattato del suicidio giovanile in due film che avrebbero dovuto far parte di una trilogia sull’alienazione della società giapponese: Suicide club (2002) e Noriko’s Dinner Table (2005).

L’incipit di Suicide club è tra i più destabilizzanti, efferati e surreali mai fatti: 54 studentesse, tenendosi per mano, ridendo e scherzando, si lanciano sui binari della metropolitana inondando i presenti di sangue. Da quel momento in poi la situazione degenera: il Giappone sembra pervaso da un’isteria collettiva di suicidio giovanile, e tutto sembra ricollegarsi al misterioso “Club del suicidio”. Il detective Kuroda indaga e ci guida nei meandri di una storia perversa ed allucinata, dove ad ogni dettaglio se ne aggiunge un altro, in una polisemia di senso e di immagini che stratifica, amplifica, accende di ulteriori problematiche una trama che sembra avvilupparsi nel caotico turbinio di ciò che vorrebbe rappresentare: l’indagine si imbatte in rotoli di carne umana dentro borse bianche fatte recapitare alla polizia, strani individui che uccidono e torturano per attirare l’attenzione dei media, telefonate misteriose da parte di bambini, un sito internet che sembra direttamente connesso ai suicidi, mentre sullo sfondo una band pop composta da sole ragazzine sembra attirare l’attenzione mediatica dei giovani. In mezzo a questo marasma di avvenimenti, domina quella che sembra essere una desertificazione dell’identità. L’uomo appare impossibilitato ad indagare sé stesso, ed agisce come preda di macchinazioni grottesche ed inquietanti: i ragazzi che incominciano a suicidarsi come fosse un gioco divertente, non rispondono a nessuna logica razionale, trasformandosi in automi rappresentanti un’alienazione sociale feroce e divorante. Una frase riecheggia più volte lungo tutto il corso del film: “E tu, ti senti connesso a te stesso?”. Cosa intenda per “connessione” Sion Sono, sembra difficile dirlo. Ma appare chiaro che una delle problematiche precipue del film sia proprio la difficoltà nel sentirsi parte del mondo come individui pieni e totalizzati, per via di una disintegrazione della propria immagine – sentita prima di tutto dai bambini, sembra dirci Sono – operata da una società straniante e nevrotica e da una cultura dello spettacolo che, reiterando le sue immagini, è capace di annullare ogni contatto col reale.

La scena destabilizzante e poeticamente inquietante del lancio delle 54 ragazzine sui binari della metropolitana.
Foto da mubi.com

Tutte queste tematiche vengono amplificate e stravolte nel successivo Noriko’s Dinner Table. Noriko è una ragazza di diciassette anni che abita a Toyokawa insieme al padre Tetsuzo, alla madre Taeko e alla sorella Yuka. Il padre gestisce la famiglia con autorità, lasciando poca libertà alle figlie e impedendo alla più grande, Noriko, di andare via dalla città in cui è nata, da egli vista come la migliore per crescere una famiglia, lontana dai pericoli e dalle oscenità. Ma Noriko, desiderosa di cambiare vita, grazie ad internet conosce una ragazza che si firma Ueno Station 54, e decide di scappare alla volta di Tokyo. Ueno Station 54 non è altro che Kumiko, una ragazza senza genitori il cui lavoro consiste nel fingere di essere uno stretto parente per clienti divorati dalla solitudine, i quali una vera famiglia non la hanno più. Più tardi anche la sorella Yuka scapperà via.

In questo film il nucleo familiare diviene punto di partenza da cui hanno origine, e vengono a galla, ansie ed alienazione sociale, nonché unico punto d’approdo verso una riappropriazione del proprio Io che, come vedremo, si presta a molteplici interpretazioni. Noriko, spinta da Kumiko, accetta di lavorare e di inserirsi nel mondo delle famiglie in affitto, diventando figlia di uomini soli e compiendo per loro, e per sé stessa, un’immedesimazione totale: non è solo finzione, bensì vera ed appassionata trasformazione di identità. Noriko adesso è un’altra persona, è Mitsuko. Ciò a cui procedono le ragazze, è una totale riscrittura della propria individualità: essa diventa scevra da qualsiasi contesto temporale, crocevia fantasma di molteplici destinazioni e modalità d’essere. Fredric Jameson, nel suo Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo (Garzanti, 1989), vede nella “società dei consumi, società dei media, società dell’informazione, società elettronica o “high tech” l’avvento del postmoderno, il quale annuncia un mondo “trasformato in pure immagini di sé stesso o a pseudo-eventi e “spettacoli”, dove la produzione culturale è ricondotta “in uno spazio mentale che non è più quello del soggetto monadico” e dove “essa non può più mirare direttamente a un preteso mondo reale, a una qualche ricostruzione del passato storico”, ed è costretta ad “indagare la Storia per le nostre immagini pop (corsivo suo) e per i simulacri di questa stessa storia, che come tale resta eternamente irraggiungibile”. Come la produzione culturale, secondo Jameson, non riesce ad avere più un contatto col proprio tempo perché privata di un legame concreto con le proprie immagini, così le ragazze del film non riescono ad avere più un legame con l’esistenza passata perché la loro identità smarrita, stuprata dall’assenza o dalla ferocia dei rapporti, diviene simulacro di sé stessa, a causa di una solitudine e di un’alienazione che le costringe a reinventarsi, a progettare false vite in famiglie di fantasia. Ma fin dall’inizio, la vita di Noriko appare falsa: il padre obbliga l’intera famiglia a vivere un’esistenza borghese in una cittadina tranquilla e perfetta: una visione che si nutre delle immagini prodotte dallo spettacolo.

La falsa convinzione da parte del padre Tetsuzo di una famiglia felice in una casa tranquilla di un altrettanto perfetta cittadina. Fonte: fidei.org

Nel frattempo scopriamo che Kumiko è la responsabile del Suicide Club, un sito che spinge i ragazzi a suicidarsi, e che al momento della morte delle 54 ragazze in metropolitana, lei ha assistito allo “spettacolo” mortifero insieme a Noriko/Mitsuko. Il suicidio diviene quasi l’estremo atto di liberazione da una mancanza di contatto con una propria storia, una forma esistenziale che sappia restituire senso ad una processualità identitaria sbrandellata e spinosa. Il finale del film non fa che ribadire e, al contempo, forse, smentire tutto ciò. Il padre Tetsuzo, venuto a Tokyo per ritrovare le sue due figlie, verrà riconosciuto come estraneo da queste due, e costretto anch’egli a vivere nella finzione di una famiglia ricreata, dove la madre adesso è Kumiko. Una famiglia finalmente felice, dove il padre fa ammenda delle proprie colpe e le figlie son soddisfatte del proprio vivere.

La scena della riconciliazione, giocata sul piano della finzione, tra le figlie ed il padre Tetsuzo. Fonte: pomfempow.blogspot.com

E tutto si risolve nella finzione, la quale ormai sembra l’unica via di salvezza dalla falsità del reale. Eppure, infine, la figlia più piccola, Yuka, scapperà senza un motivo particolare dalla (falsa) identità appena recuperata, conscia e grata, in seguito alla sua fuga, di non averne più una, e di doverla riconquistare. In questo finale dove vengono ad amalgamarsi tragicità e nostalgia, desolazione e speranza, dove l’individuo appare alla continua e spaesante ricerca di una propria soggettività, ai concetti di perdita del “soggetto monadico” e di storia “eternamente irraggiungibile” di Jameson, si aggiunge la più positiva teoria filosofica di Gianni Vattimo, il quale nel suo La società trasparente (Garzanti, Milano, 1989) vede nel postmoderno la “possibile portata emancipativa, liberatoria, della perdita di senso della realtà”, dove l’uomo, privo da valori e coordinate fondanti e gerarchizzanti, può darsi alla fluidità del proprio essere, e “l’esperienza può acquisire i tratti dell’oscillazione, dello spaesamento, del gioco”.

Sion Sono è capace di darci continui pugni allo stomaco, di destabilizzarci e farci rimanere sospesi in una mistica dalla forte potenza evocativa, narrativa ed immaginativa, che fa dell’uomo coacervo di dolori, ansie, deliri, lotte e desideri. Egli dipinge una società postmoderna suicida ai limiti della sua autodistruzione, e forse, ce ne suggerisce anche i lati salvifici e positivi.