di Mauro Serra

 

Prendete un paese messo in ginocchio da una crisi economica senza precedenti. Prendete giovani autori pieni di idee ma senza il becco di un quattrino per produrre i loro lavori, perché si sa, quando i soldi scarseggiano l’arte è (quasi) sempre la prima a pagarne le spese. Metteteci però perseveranza, spirito di collaborazione e capacità di saper fare di necessità virtù. Incorniciate il tutto in uno stile riconoscibile, costituito da minimi comun denominatori che permettono di poter inquadrare la moltitudine di lavori sotto un’ottica che possa andare oltre quella dei novanta minuti di pellicola. Mescolate il tutto e servite con dell’ottima salsa Tzatziki: benvenuti nel microcosmo cinematografico della Greek Weird Wave.

Kinetta è il primo lavoro di Yorgos Lanthimos, nonché una sorta di pre-manifesto del suo cinema

Siamo nel 2005, ed il poco più che trentenne Yorgos Lanthimos si destreggia con versatilità tra la direzione di spot televisivi e di videoclip musicali. Sono poche le sue giornate libere, e con i suoi impegni può finalmente mettere in pratica tutti gli insegnamenti appresi alla Stavrakos Film School, uno dei poli migliori per chi ambisce a ritagliarsi uno spazio nella Atene filmica. L’ambizione di Yorgos è però più grande di così, e, dopo aver fatto parte del team di creativi incaricati di occuparsi delle cerimonie di Apertura e Chiusura delle Olimpiadi di Atene del 2004, decide di rimboccarsi le maniche e di imbarcarsi nel primo vero salto nel vuoto della sua carriera: la direzione di un lungometraggio. Perché, al netto di clip e clippini, questo è ciò che Yorgos vuole fare nella vita: girare film. Ma il governo greco non è necessariamente della stessa idea: persino i registi di lungo corso hanno difficoltà nell’ottenere finanziamenti per i loro lavori, figurarsi i neofiti come lui. Come fare, quindi? Dove non arriva il governo, è l’amicizia e la fortuna a metterci una pezza: è per questo che Athina Rachel Tsangari, cineasta di Atene trapiantata negli USA, decide di puntare ad occhi chiusi sul talento di Lanthimos, offrendogli la possibilità di farsi conoscere ad una platea un po’più ampia rispetto a quella dei compratori di yogurt e affini con cui il Nostro doveva rapportarsi quotidianamente. È così che nasce Kinetta. Sia chiaro, l’opera resta estremamente low budget. Ma Lanthimos non punta certo a realizzare un film per sbancare il botteghino. Le riprese a mano, la freddezza delle ambientazioni, l’enigmaticità della storia e la sfuggevolezza dei dialoghi lo rendono infatti un film decisamente sperimentale e dunque repellente per le grandi platee. Ma sarà proprio dagli spunti tratti dalla sua opera prima che si inizierà a sviluppare quel modo di fare cinema che, sgrezzato e messo sotto una luce più accomodante, costituirà il fulcro intorno a cui si muoveranno gli autori della nuova ondata greca negli anni appena successivi.

Kinetta come previsto non è di certo un successo al botteghino. Uscito nelle sale greche dopo ben diciotto mesi dalla sua ultimazione, ottiene dal pubblico una risposta a dir poco fredda, ma, grazie ad alcune apparizioni in festival cinematografici in giro per il mondo, permette a Lanthimos di iniziare a farsi un nome tra addetti ai lavori e appassionati di nicchia. Il piano a lungo termine sembra funzionare, dato che è proprio grazie ad una fama crescente nel panorama indie che Lanthimos ottiene, nell’economicamente complicatissimo 2008, il finanziamento necessario a produrre quel Kynodontas che, a otto anni di distanza, possiamo dire essere probabilmente il film più rappresentativo di questo filone autoriale.

kynodontas

Kynodontas ci insegna che un “Fucile da Caccia” è un magnifico uccello bianco

La trama potrebbe riassumersi così: uno zoom tra le quattro mura domestiche di un’insospettabile famiglia greca malata di iperprotettivismo nei confronti dei loro tre figli ormai alle soglie dell’età adulta. Costantemente privati di contatti col mondo esterno, i ragazzi, di cui non sapremo mai il nome, vengono costantemente ingannati dai loro genitori sulle peculiarità del “pericolosissimo” mondo esterno, arrivando ad offrire loro una vera e propria realtà parallela, allo scopo di distorcere in tutto e per tutto la loro percezione delle cose. Così, dunque, per loro gli zombie sono dei piccoli fiori gialli, un’autostrada è un vento molto forte e un’escursione è un materiale utile a costruire pavimenti. Nessun’altra verità sarà data conoscere ai ragazzi fino a quando il loro canino sinistro (ma in fondo va bene anche il destro, quanta magnanimità!) cadrà, a dimostrazione della loro sopraggiunta maturità. Concentrandosi sullo sviluppo della storia, il reiterarsi della lucida follia e della fame di onnipotenza di questi due genitori che giocano a fare Dio in un pugno di metri quadrati ha una funzione ben precisa: veicolare in modo narrativamente efficace i messaggi di riflessione che Lanthimos dissemina più o meno velatamente per tutto il film e con cui vuole che i propri spettatori facciano i conti. Il suo cinema adotta situazioni grottesche e surreali come un punto di partenza che ben presto si fa punto di non ritorno: esse, inserite all’interno di un contesto normalizzato, finiscono per risultare quindi ancor più esasperanti, andando ad aumentare lo straniamento nella percezione di ciò che vediamo sullo schermo. Infatti, gli stilemi anni luce lontani da ciò che il pubblico è abituato a considerare cinema di fantascienza porta lo spettatore a ritrovarsi spiazzato e a chiedersi, con più di un pizzico di inquietudine, quanto ciò che sta vedendo possa essere plausibile nella famigerata vitavera. Questo riuscito mix di inquietudine, riflessione e sospensione dell’incredulità non è di certo passato inosservato, permettendo a Kynodontas di ottenere un buon incasso a livello globale e di fare incetta di nomination e premi nelle principali kermesse. Tra tutte, spiccano la vittoria del premio Un Certain Regard al Festival di Cannes e l’ingresso nell’ambitissima rosa di candidati al premio Oscar come miglior film in lingua straniera del 2011, premio poi vinto dal più accomodante film danese In un mondo migliore.

Lanthimos delega il suo fidato sceneggiatore Efthimis Filippou al sorreggimento dei premi, forse per la paura di romperli. (Fonte: Ioncinema.com)

Nel 2011 la Grecia è nel punto più basso della sua storia recente. Da due anni il Centro Cinematografico Greco è senza fondi, ed il numero di film prodotti nel territorio ellenico è sempre più pericolosamente proiettato verso il basso. Neanche la nuova legge varata dal parlamento greco in favore dei finanziamenti di privati all’industria cinematografica (approvata sulle ali dell’entusiasmo dell’orgoglio patriottico sulla scia del successo internazionale di Kynodontas) sembra attecchire, in un momento in cui fare credito è l’ultimo pensiero per chiunque, pubblico o privato che sia. Per chiunque tranne che per Athina Rachel Tsangari, sempre lei, che, tornata in Grecia dopo un percorso di studi holliwoodiano che l’ha vista stringere rapporti artistici importanti, uno fra tutti quello con Richard Linklater (tanto che due anni dopo arriverà a recitare una parte nel suo grecissimo Before Midnight), decide insieme ad un disilluso Lanthimos di continuare la strategia dell’unione fa la forza, figurando fra i produttori del suo nuovo progetto Alpeis. Stavolta però il regista ateniese non si limita solo a ringraziare, ma contraccambia il favore producendo Attenberg, il lungometraggio di debutto della Tsangari, in cui Yorgos, non pago, decide anche di interpretare uno dei personaggi principali del primo film della regista-mecenate.

Partire da un concetto, esasperarlo fino a renderlo grottesco e surreale, fare i conti con i paradossi che ne scaturiscono: questo è il modus operandi con cui agisce Lanthimos. Se il protettivismo genitoriale era ciò che animava lo spirito di Kynodontas, per Alpeis, uscito nel 2011, l’oggetto di studio è il nostro rapporto con l’elaborazione del lutto. La perdita di un congiunto è un dolore troppo grande da metabolizzare? Niente paura, se ne occuperanno Le Alpi, una squadra di persone assai diverse tra loro, ma accomunate dall’insolita vocazione di voler attenuare il dolore a chi affronta il vuoto di una perdita. Come? In un modo molto semplice: impersonificare in tutto e per tutto il defunto, dando al congiunto ancora in vita la vacua e sfuggevole sensazione che esso possa far parte ancora di questo mondo. Se vi state chiedendo il perché del nome dello strano team, è presto detto: “[Le Alpi] con la loro figura possono rappresentare qualunque altro monte nel mondo, ma non potranno mai essere scambiate per altri”. Con delle premesse così sbagliate, c’è proprio bisogno di dirlo che naturalmente molto presto il tutto finirà per mettersi malissimo? Ovviamente no.

Per entrare al meglio nei panni del defunto i protagonisti di Alpeis hanno bisogno di conoscerne quanti più dettagli possibili

“Credevo che il successo di Kynodontas avrebbe reso le cose più facili, ma non è stato così. Non so per quanto tempo ancora le persone continueranno a sacrificare loro stesse per l’arte”.

(Yorgos Lanthimos al Guardian, 27 agosto 2011)

A differenza dei film di Lanthimos, la Tsangari con Attenberg dimostra di voler sì utilizzare l’assurdo come mezzo espressivo, ma di volerlo fare partendo da situazioni plausibili: un padre malato terminale, una figlia anaffettiva e che non capisce cosa ci sia di bello nel sesso, la sua amica che tenta di farglielo capire (ma il bacio tra le due che dà inizio al film è probabilmente la cosa meno erotica che vedrete nella vostra vita). Quello che succede dopo è frutto della degenerazione dei rapporti tra i personaggi e del fronteggiare gli scogli imposti dal paese reale greco, tra le frustrazioni di una stanca burocrazia e l’ipocrisia di leggi fin troppo facili da aggirare.

Attenberg riesce a rimanere un buon film nonostante i terribili balletti delle due protagoniste inseriti come intermezzi

In quello che sembra essere sempre di più un cinema tutto in famiglia, è impossibile non notare anche una somiglianza di stile a livello tecnico e stilistico, con ambientazioni pallide, personaggi trincerati dietro un contesto di incolore apatia, quasi fossero arresi all’interno dei recinti dentro i quali vivono le loro vite. Fino allo scoccare di una scintilla che causa un moto di profondo turbamento e che provvede a sparigliare le carte in gioco. Fino a capire improvvisamente che no, tanto inermi questi personaggi non sono, e che proprio gli ambienti più de-umanizzanti finiscono per essere quelli in cui è più probabile veder nascere mostri e veder lanciati stracci. Il tutto condito da emozioni centellinate vissute e gestite da personaggi instabili quasi come fossero un imprevisto, un intervento chirurgico a cuore aperto affidato a qualcuno incapace di sostenere la sola vista del sangue.

Malgrado tutto però, Lanthimos, interpellato a riguardo, rifiuta l’idea che in Grecia esista una corrente nuova con più autori che rincorrono e reinterpretano uno stile basato sui medesimi tratti distintivi, con la crisi a fare da propellente a storie di ordinarie ebollizioni. Come ha affermato al The Guardian, infatti, “La verità è che a un certo punto le persone sentono il bisogno di accorgersi di qualcosa. Ma ho paura che sia un’ipotesi infondata. Non c’è una filosofia comune, e credo che questo sia un bene. L’unica cosa in comune che abbiamo è la mancanza di fondi, che ci fa fare i nostri poveri e piccoli film”. Chissà se potendo vedere lo sviluppo del cinema greco negli anni successivi Lanthimos sarebbe ancora dello stesso parere: tentando di emulare il successo dei sopracitati pionieri, sono stati tanti i registi greci che hanno provato a rifarsi ai canoni che tanta fortuna (più a livello di fama che economica) avevano portato a Lanthimos e la Tsangari: i due esperimenti più riusciti escono nel 2013 e sono Luton di Michalis Konstantatos e Miss Violence Alexandros Avranas. I due film hanno più di un qualcosa in comune che va oltre una questione prettamente stilistica, ma in questo caso essere più specifici significherebbe rovinarne la visione. Tentando di usare una metafora che renda l’idea, diciamo che se i primi film della Greek Weird Wave sono il latte, questi due lavori sono lo yogurt, in alcuni momenti particolarmente acidulo. La rabbia qui viene declinata in forme diverse ma ugualmente efficaci, spaventose: come se, spogliate di tutte le loro maschere, alle famiglie e alle persone più comuni rimanesse una devianza e un orrore sempre più difficili da mantenere ingabbiate.

Le cene della famiglia protagonista di Miss Violence fanno trasparire un clima felice e un’atmosferma di indubbia convivialità

Chissà se Lanthimos avrà avuto modo di visionare questa cascata di nuovi autori greci dalla casa londinese in cui ha deciso di trasferirsi dal 2012, ovvero da quando in lui è imperata la delusione per i mancati finanziamenti da parte del governo greco per il suo Alpeis. Un cambio di rotta importante e derivante da un moto d’orgoglio, il suo, che ha coinciso con una pausa di quattro anni utile a mettere in piedi una coproduzione internazionale che potesse finalmente farlo lavorare su un nuovo progetto senza l’assillo economico. È da queste premesse che nel 2015 prende vita il suo primo film in lingua inglese, The Lobster. Dotato stavolta di una diffusione nelle sale stavolta davvero capillare, il film, che vede protagonista un imbruttito Colin Farrell, traspone il linguaggio di Lanthimos in una chiave in un certo senso apolide. Senza possedere più i rimandi a quella grecità che, in un modo o nell’altro, era sempre stata presente nei suoi film, qui Lanthimos affronta però la narrazione con lo stesso approccio di sempre: in questo caso il punto di partenza della sua riflessione sono i rapporti umani, a partire da quelli di coppia. In una chiave come al solito intrisa di grottesco: in un futuro distopico ogni persona single viene reclusa all’interno di una sorta di albergo in cui nel giro di 45 giorni sarà obbligata a trovare una nuova dolce metà, seguendo regole rigide e inflessibili. Cosa accade nel caso in cui dopo 45 giorni non si sia trovato ciò che si stava cercando? Molto semplice: si viene trasformati in un animale. A propria scelta. Appare dunque evidente il voler forzare la mano di Lanthimos verso un cinema che travalichi i limiti dell’incredibile pur di fornire con tutto il suo impeto determinati messaggi e riflessioni mai però svelati esplicitamente. A rivelare però i territori sui quali il suo lavoro ha voluto concentrarsi è stato proprio il regista greco nella conferenza stampa della presentazione del film al Festival di Cannes: “Volevamo parlare dei rapporti umani. È un po’ il tema ricorrente dei miei film, ma volevamo forse affrontarlo in maniera più romantica. Il film è strutturato in modo tale che ci si può effettivamente porre delle domande. Ad esempio, sul perché esistono le pressioni, su come viene percepita la solitudine. In realtà, è un dibattito aperto e il film ha più lo scopo di sollevare delle questioni che di dare risposte. Cerco di vedere il modo in cui sono organizzate le nostre vite. Bisogna ribellarsi? Bisogna lanciarsi in nuove relazioni?”. Se su questi temi ognuno è libero di trovare le proprie risposte, sono invece oggettive quelle dell’accoglienza di critica e pubblico, con un incasso al botteghino che ha superato gli otto milioni di dollari nei soli Stati Uniti e che nel giro dei vari Festival si è portato a casa un totale di 28 vittorie, tra cui l’ambitissimo Premio della Giuria al Festival di Cannes e 71 nominations, tra cui quella all’Oscar come Miglior Sceneggiatura, grazie anche al lavoro del fido Efthymis Filippou, fin dagli esordi imprescindibile collaboratore di Lanthimos.

The Lobster ci insegna che se ascoltate solo musica elettronica probabilmente avete pochi amici

Dopo un film così acclamato e dopo essersi finalmente creati una fama sufficiente per non dover fare salti mortali alla ricerca di finanziamenti non c’era davvero motivo per restarsene con le mani in mano per tanto tempo. Non deve quindi sorprendere come, dopo due anni, Lanthimos sia già pronto a tornare. Il suo nuovo The Killing of a Sacred Deer, che tra i suoi protagonisti vede di nuovo Colin Farrell e Nicole Kidman, è stato presentato al Festival del Cinema di Cannes di quest’anno, dove ha ricevuto un’ottima accoglienza portandosi a casa il premio per la miglior sceneggiatura. In attesa dell’uscita delle sale che dovrebbe avvenire entro la fine dell’anno, quello di cui siamo già certi è che finalmente dopo anni un trailer riesce nell’intento di far venire voglia di vedere il suddetto pur senza svelare nulla del film, se non che, con ogni probabilità, ci aspetta per l’ennesima volta una pellicola pronta a toccare le più alte vette dell’inquietudine e a metterci davanti demoni sempre nuovi.

Il cinema di Lanthimos appare via via dotato di un marchio sempre più internazionale che permane con  una sempre maggiore difficoltà nelle scomode ragnatele della definizione di “Cinema Greco”. Lanthimos ha però anche lasciato sulla sua scia un manipolo di autori giovani, coraggiosi e capaci, che dovranno dimostrare di saper andare oltre un certo tipo di impostazione stilistica e di contenuti che potrebbe correre il rischio, in breve tempo, di apparire come sempre meno sincera e necessaria. Insomma, occorre un cinema che sappia andare oltre gli strascichi da “Cinema della Crisi” e che sappia invece riaggiornarsi, senza però perdere di interesse e di qualità. Una missione difficile, ma di certo non impossibile. Alla ricerca del prossimo Lanthimos.