Il 29 dicembre è sbarcata su Netflix la quarta stagione di Black Mirror, la serie distopica britannica ideata da Charlie Brooker, inizialmente prodotta e distribuita da Channel4, e poi rilevata, dal 2015, dalla nota piattaforma americana.

Questa attesissima stagione è composta da 6 episodi che, come nelle serie precedenti, raccontano ciascuno una storia diversa, scollegata dalle altre. L’episodio più lungo è il primo, con una durata di 76 minuti, mentre il penultimo, Metalhead, è il più breve (dura circa 40 minuti) e si differenzia dagli altri per un ulteriore dettaglio: è girato tutto in bianco e nero. In totale tutta la serie ha una durata complessiva di meno di sei ore (i più appassionati siamo sicuri se la siano divorata in un solo giorno), una lunghezza tutto sommato contenuta e in controtendenza rispetto ai telefilm a cui siamo abituati oggi (basti pensare agli ormai celeberrimi House of Cards o, ancor di più, Games of Thrones).

Ma se tutte le puntate sono auto-conclusive, con un cast e una regia sempre diversi, qual è l’elemento in comune che riesce a tenerle unite e a rendere Black Mirror sempre riconoscibile? Sicuramente il rapporto fra tecnologia e umanità, il suo sviluppo e soprattutto i pericoli e le conseguenze che ne derivano in un futuro non troppo lontano da noi sono al centro di questa serie tv, che da sei anni ci tiene tutti incollati allo schermo nero (da qui l’espressione in inglese “black mirror”, per l’appunto) dei nostri pc e tablet. Un’altra delle caratteristiche di questa serie televisiva a tinte noir che la rende inconfondibile è il suo ormai proverbiale pessimismo, catastrofismo, spesso ai limiti del sadismo, che contraddistingue tutti gli episodi di questa serie, nonostante importanti eccezioni, come nel caso dell’ormai celebre episodio della terza stagione, San Junipero, esaltato dai fan in un vero e proprio cult del genere.

Una scena tratta dell’episodio “Crocodile” della quarta stagione

La visione della società umana e dei rapporti interpersonali, nonché virtuali, collocati in un futuro prossimo, alla base di Black Mirror è quindi fondamentalmente negativa: gli episodi sono spesso ambientati in scenari post-apocalittici, la tecnologia è diventata un elemento imprescindibile e a volte ingombrante, opprimente, della vita quotidiana e professionale, e gli esseri umani sembrano sempre più distanti tra loro fisicamente, intrappolati dentro l’infinita rete di connessioni virtuali che domina completamente spazio e tempo di una società non così distante dalla nostra. Pochi sono i pallidi sprazzi di luce aperti da questa nuova stagione che, nonostante le critiche e la delusione generale che serpeggia fra gli appassionati e gli esperti della serie, continua a gettare un’ombra minacciosa e oscura sul futuro dell’umanità, dove non sembra esserci più spazio per l’empatia e la solidarietà.

+ Attenzione: da qui in avanti l’articolo contiene SPOILER sulla nuova stagione +

Passiamo ad analizzare nello specifico i sei episodi che compongono la quarta stagione, i motivi che stanno spingendo molti dei fedelissimi a scrivere lunghi post e commenti di disappunto e delusione sui social network e perché, invece, secondo noi Black Mirror ha ancora un altissimo potenziale evocativo e sociologico e costituisce un importante monito, quanto mai attuale, all’utilizzo incontrollato e sfrenato della tecnologia e degli apparecchi digitali.

Una scena tratta da “USS Callister”, prima puntata della quarta stagione di Black Mirror

Tre sembrano essere le puntate più amate e apprezzate di questa stagione (almeno stando alle votazioni su IMDb e alle recensioni sulle varie testate online): USS CallisterHang the DJ Black Museum.

Il regista della prima è Toby Haynes, che ha diretto alcuni episodi di Dr Who e l’ultimo episodio della seconda stagione di Sherlock. Come tutti gli altri episodi è stato scritto da Charlie Brooker, lo sceneggiatore della serie, che, a differenza degli altri episodi, per questo si è fatto aiutare da William Bridges. Questa è sicuramente la puntata che più si distacca dal tipo di format a cui ci ha abituati Black Mirror. In quest’episodio, infatti, viene mescolato il genere del dramma a quello umoristico, dando vita ad una sintesi efficace e, allo stesso tempo, inquietante. L’omaggio e la parodia del colossal Star Trek è palese: i protagonisti sono vestiti come nel celebre cult di fantascienza e si ritrovano a vivere un’esperienza terrificante che, tutt’altro che fantastica, si rivela essere virtuale. Il geniale programmatore Robert Daly, ha infatti intrappolato le loro coscienze in una complicatissima realtà virtuale che riproduce esattamente il suo videogioco preferito: Infinity. Nonostante il lieto fine, curiosamente insolito per Black Mirror, gli utenti su Internet hanno apprezzato la recitazione, la sperimentazione del genere e l’omaggio alla celebre serie tv americana.

Una delle scene di “Hang the DJ”, l’episodio più apprezzato dai fan della quarta stagione

Hang the DJ è, dati alla mano, l’episodio più apprezzato di questa stagione: il voto medio su IMDb è 9,2. Ma non si fatica a capire il perché, gli ingredienti per il grande successo ci sono tutti. Il regista è Tim Van Patten, produttore di Boardwalk Empire, direttore di alcuni episodi dei Soprano e del primissimo di Game of Thrones. La storia parla di un’app (il riferimento a Tinder e alle app di incontri dei nostri giorni è chiaro) che promette di far incontrare la persona ideale, dopo vari tentativi e partner occasionali, e che addirittura è in grado di stabilire il tempo che la coppia passerà insieme (12 ore, 3 mesi, o chissà, l’eternità). Ma non tutto è oro quel che luccica: quando i protagonisti, stanchi di dover obbedire alle regole del sistema, decidono di scappare, capiscono che quella che hanno vissuto è in realtà nient’altro che una simulazione virtuale. Quella a cui tutti noi abbiamo assistito per circa un’ora non è una bellissima storia d’amore, ma solamente una velocissima simulazione – una delle migliaia – fatta da questa app, per provare a capire se quelle due persone nella vita vera sono destinate a stare insieme oppure no. Come ha scritto Liz Shannon Miller su IndieWire«È il più interessante perché ha una svolta finale alla Black Mirror ma il modo in cui arriva è totalmente imprevedibile». Non a caso la puntata è stata paragonata all’ormai rinomata San Junipero, l’episodio della terza stagione vincitore, nel 2017, dell’Emmy Award come “miglior film per la televisione”.

Al terzo posto sul podio troviamo Black Museum, la storia di un museo in cui sono conservati oggetti tecnologici bizzarri, legati ciascuno ad un delitto efferato. Il regista è Colm McCarty, quello della seconda stagione di Peaky Blinders, e tra i protagonisti c’è Douglas Hodge, che ha recitato in The Night Manager. Forse il più fedele agli standard di Black Mirror, questo episodio è stato molto apprezzato dalla critica, soprattutto per la crudezza delle storie raccontate dal proprietario del museo, Rolo Haynes, e per il consueto colpo di scena finale, che riesce, di nuovo, a spiazzare lo spettatore e a fargli mettere in discussione le idee che si era fatto sui protagonisti e il limite a cui può spingersi la crudeltà e il desiderio di vendetta dell’uomo.

Una scena tratta da “Arkangel”, secondo dei sei episodi della quarta stagione

Fra gli episodi meno amati di questa quarta stagione troviamo ArkangelCrocodileMetalhead.

Nonostante la garanzia del nome alla regia (Jodie Foster) dell’episodio, questo non basta a rendere convincente la storia di Arkangel, secondo molti utenti, scontata e un po’ banale, rispetto agli standard di Black Mirror. Al centro del racconto una madre che, avendo paura di perdere sua figlia Sara, sperimenta una nuova tecnologia per provare a controllarla in ogni modo possibile perché «Il segreto dei genitori perfetti è il controllo». L’opinione generale è che, nonostante la premessa sia buona e la regia e la recitazione siano ottime, la storia sia un po’ claudicante e il finale abbastanza prevedibile: Sarah si ribella alla madre e fugge di casa. Giudizi degli internettologi a parte, a noi sembra che questo episodio, seppur non eccellente come gli altri, accenda un faro su una problematica quanto mai attuale e spinosa: quella del controllo dei genitori sulla vita e la privacy dei figli.

Passiamo a Crocodile: la protagonista del terzo episodio di quest’ultima stagione è una donna, Mia Nolan, un’architetta affermata che per coprire un omicidio a cui ha assistito ne commette uno dopo l’altro, trasformandosi in una spietata serial killer. Il sofisticato marchingegno che permette di vedere i pensieri e i ricordi delle persone, e che è il vero protagonista di questo episodio, si rivelerà alla fine l’elemento determinante per incastrarla. Il regista è John Hillcoat, famoso soprattutto per aver diretto il film Lawless. È senza dubbio l’episodio più cupo di questa stagione e la fotografia contribuisce a rendere il tutto più drammatico: posti freddi, asettici, anche loro spesso tenebrosi. Romano, su Vox, ha scritto che ci sono anche «echi di Fargo e Soldi sporchi». Su Atlantic, David Sims ha scritto che «è un noir nordico nichilista» e che secondo lui la tesi di Brooker è: «La sorveglianza intensa crea tanti crimini quanti ne previene».

Una scena di “Metalhead”, il penultimo episodio della quarta stagione, girato tutto in bianco e nero

Infine analizziamo quello che risulta essere l’episodio meno apprezzato di questa stagione: Metalhead. Il regista dello “sfortunato” corto è David Slade, che arriva da American Gods. La puntata è girata tutta in bianco e nero e ambientata in una sorta di futuro post-apocalittico in cui ci vivono degli spietati cani-robot che spargono terrore sulla Terra. Durante tutta la durata del mini-film non ci è dato sapere nulla del mondo in cui si svolge l’episodio né della vita della protagonista Makine Peake, che tenta ostinatamente e senza successo di sopravvivere. Anche in questo caso la fotografia è forse l’elemento più interessante dell’episodio, assieme alla spietata crudeltà degli esseri robotici, che non si fermano davanti a niente e a nessuno.

La critica più forte che viene mossa a questa nuova stagione è indirizzata direttamente a Netflix: la grande piattaforma di streaming online viene accusata di aver in qualche modo “annacquato” l’originale pessimismo distopico della serie, per renderlo più pop e più vicino agli standard della televisione di massa. La crudezza e il cinismo delle prime stagioni di Black Mirror sembrano essersi offuscati, secondo gli appassionati della serie, per aprire nuovi sprazzi di ottimismo e di lieti fine che poco hanno da spartire con l’intento iniziale di questa serie drammatica.

Nonostante l’oggettiva trasformazione del genere e delle tecniche narrative della serie, noi di Artwave ci sentiamo rassicurati dal fatto che le premesse iniziali portate avanti da Black Mirror non ci sembra siano state tradite, o per lo meno non del tutto. La sensazione di ansia, di vertigine e di vuoto che ci pervade alla fine di ogni episodio di questa stagione, come di tutte quelle passate (alcune più di altre, ovviamente), ci permette di sostenere con fermezza che gli obiettivi di chi ha creato questa serie sono stati centrati appieno. A distanza di sei anni Black Mirror continua a farci riflettere, a destabilizzarci e soprattutto a incuterci timore, perché la realtà rappresentata sullo schermo nero non è poi così lontana e irraggiungibile dai nostri giorni. Le derive catastrofiche e imprevedibili che potrebbero prendere la tecnologia e i suoi sviluppi futuri sono tematiche al centro di questa serie fin da sempre, e riescono a toccare le corde più profonde del nostro animo, sempre più diviso fra la vita reale e concreta di tutti i giorni e quella virtuale, ipoteticamente infinita e sempre più minacciosa.

Il monito di fronte a cui ci pone Black Mirror è il seguente e ci riguarda tutti: se non impareremo a gestire responsabilmente e in modo saggio le nuove tecnologie, saranno loro stesse a impadronirsi di noi e del nostro futuro. Con gli esiti, non troppo inverosimili, che ci mostra questa serie.