Il film di Luca Miniero Sono Tornato esce nelle sale italiane in prossimità delle elezioni del 4 marzo, dunque in un periodo di ribollente fermento politico. Come è già noto, il film è un remake del tedesco Lui è tornato (2015), il quale metteva in scena il surreale ritorno di Hitler nella Germania odierna, e il suo comico, quanto inquietantemente efficace, tentativo di riprendere il potere nel paese. Miniero ne riprende i moduli narrativi ed estetici e li cala nel contesto storico e sociale italiano, cercando attraverso questi di far satira e riflessione su una delle figure dittatoriali che, insieme ad Hitler, sconvolse la storia del ‘900: Benito Mussolini.

Il Duce – interpretato da un Massimo Popolizio in gran forma – si ritrova dunque catapultato, a sua insaputa, in una Roma multietnica e globalizzata, specchio della società di un intero paese. Sconvolto e spaesato, egli crede di vivere ancora nel ’45, e congettura di terribili invasioni straniere che hanno sconvolto il suolo italico, complotti della Wermacht per trasportarlo in realtà parallele e toglierlo di mezzo. Non gli ci vorrà molto a capire che il suo corpo ha davvero attraversato il tempo fino ai giorni nostri, e a leggere tale avvenimento come un dono della Provvidenza. È necessario dunque riconquistare lo stivale! A tal proposito trova l’aiuto di Andrea Canaletti – un Frank Matano non sempre all’altezza della parte -, aspirante regista dalle dubbie doti professionali. Egli, credendo di aver trovato un’eccellente quanto eccentrico attore, decide di girare un documentario dal piglio ironico atto a registrare le impressioni del popolo di fronte alla figura del Duce. Le interviste effettuate, come già accadeva nel modello tedesco, non appartengono alla sceneggiatura, ma si affiancano ad essa con reale intento documentaristico: Massimo Popolizio si aggira, calato nella sua parte, in mezzo ai cittadini, i quali non perdono tempo a scattare fotografie, alzare il braccio destro per il saluto romano e ad esprimere le proprie concezioni politiche. Ne fuoriesce il ritratto di un’Italia esausta e disillusa, la quale, tra indifferenza ed odio, si dimostra capace di guardare alla democrazia come ad un corpo ormai putrefatto, e di riflettere l’inefficienza politica sulla stessa moralità ed intelligenza dei cittadini, “gregge” che secondo taluni avrebbe bisogno di un governo forte e autoritario: “una dittatura, ma un po’ meno dittatura” rispetto al fascismo, come afferma un cittadino intervistato.

Massimo Popolizio che Interpreta Benito Mussolini. Fonte: images.everyeye.it

Mussolini trae forza dal malcontento popolare, e sfruttando le paure e l’ignoranza dei cittadini comincia a diffondere la propria retorica attraverso uno show televisivo, il quale, con superficialità e ingenuità ha l’idea di servirsi del Duce come di un nuovo personaggio, promuovendo così una comicità politicamente scorretta e satirica. È proprio attraverso lo spettacolo dunque che Mussolini ha modo di muovere l’inconscio dei cittadini, facendo rivivere in loro le stesse suggestioni, le stesse idee con cui poterono facilmente essere assoggettati dal potere fascista del secolo scorso.

Luca Miniero dunque – ed è questa la cosa che più funziona nel film – muove una critica al sistema mediatico italiano, colpevole, attraverso i suoi contenuti banali e pericolosi, di promuovere un abbruttimento delle coscienze, le quali circondate da una società dello spettacolo sempre più pervasiva e degradante, hanno perduto il loro rapporto con la Storia ed il presente, trovandosi schiave di un’incessante lobotomia comunicativa.

La Tv appare come la patinata vetrina di un sistema politico sempre più esibizionista e spettacolarizzato, la cui credibilità è pari al sorriso edulcorato di un presentatore televisivo. Questo Mussolini ritornato, questo inconscio sepolto e sempre pronto ad essere disseppellito, si muove come le lingue dei nostri politici, intonandosi ai loro discorsi sullo sfacelo, sulla rivalsa e sulla promessa. Miniero sembra voler attualizzare la figura mussoliniana riverberandone la medesima pericolosità agli odierni politicanti, e all’intero sistema di pensiero di un popolo avvinto da una mancata coscienza storica.

Mussolini in uno studio televisivo. Fonte: rollingstones.it

Proprio perché al popolo italiano è mancata, e continua a mancare una coscienza storica e politica del periodo fascista, il film, in certe sue mancanze, in certa sua comicità incerta e forse semplicistica, rischia di essere frainteso, ed il suo messaggio antifascista stupidamente travisato.

Miniero di certo dipinge il personaggio di Mussolini come razzista ed ingenuamente volto all’ottenimento del potere assoluto, ma non riesce a promuovere una riflessione davvero forte e tenace sull’orrore del pensiero fascista, sulle nefandezze di un periodo storico che ha visto l’Italia sgretolarsi e sfigurarsi con ferite così profonde che tutt’oggi, silenziosamente, continuano a pulsare. Mussolini, lungo l’intero arco del film, intona discorsi con cui facilmente potremmo essere d’accordo: getta parole di odio sulla classe politica, sul popolo reso schiavo dai social network ed impossibilitato a rendersi conto del malcontento in cui vive. Se da un lato questi discorsi non fanno che rendere chiara la vicinanza del duce ai politici d’oggi – i quali son soliti sferzare la massa con parole che vorrebbero essere a loro modo dedite alla riflessione e al cambiamento – dall’altra rischiano di essere pericolose perché qualunquiste, ovvero prive di quella coscienza ideologica che dia loro un senso storico e contingente.

Se con Lui è tornato il regista David Wnendt poteva permettersi un certo tipo di comicità – dal momento che la Germania ha ampiamente studiato ed analizzato il periodo nazista facendone ammenda -, Luca Miniero avrebbe dovuto spingere maggiormente la sua critica allo stato attuale del paese affrontando una riflessione sul periodo fascista che dal dopoguerra in poi è stata più volte soppiantata. Il film mette paura ed incertezza, e le vicine elezioni non fanno che acuire questi sentimenti.