Un tavolo è pur sempre un tavolo, ma ogni volta trova in sé la forza espressiva per raccontare storie, le stesse di chi si siede a parlare. O a giocare. Questo di cui parliamo è un tavolo da gioco, un gioco molto pericoloso: perché quando non esistono regole ma la regola sei tu, la democraticità tra i giocatori cade, e allora non è più gioco ma autorità, è dittatura e non democrazia. Signore e signori, ecco a voi Suburra: un tavolo di scacchi privo di alfieri e pedoni, di torri e cavalli; una questione di soli re e regine, che mangiano tutto e tutti finendo per mangiarsi a vicenda.

Fonte: arcor.de

Suburra. La serie, in onda su Netflix dal 6 ottobre scorso, altro non è che il primo revival dell’omonimo film di Stefano Sollima uscito nelle sale nel 2015. La regia vanta – tra gli altri – il nome d’eccezione di Michele Placido, che guardando in retrospettiva alla pellicola cinematografica (che – ricordiamo – è stata ispirata a sua volta dal romanzo Suburra di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, edito nel 2013), ricostruisce la fitta rete del malaffare capitolino attraverso le politiche d’interessi portate avanti dai grandi protagonisti sulla scena. Il risultato è la costruzione di una Roma sparita ma non scomparsa, risucchiata dal suo stesso buco nero, sommessa e nascosta dietro l’estetica, il gusto e la morale della sua faccia dabbene. Quella che più conosciamo – o meglio, quella che più ci è dato conoscere.

Michele Placido e il cast di Suburra. La serie alla 74esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia
Fonte: cinematographe.it

Il gioco per i più è un sogno: Roma è Caput Mundi da Cicerone a Ovidio, da Orazio a Virgilio. E se è vero che chiunque sognerebbe di sedere in capo al mondo, lo è altrettanto per un romano rispetto alla sua città. Ma la vaghezza del possesso Capitale si dissolve nell’immaginare una toga al posto dei jeans, un triclinio al posto della poltrona di casa: niente più. Per chi vive Suburra, invece, il sogno è un gioco nella sua reale concretezza: è un gioco di potere, di controllo e amministrazione che trascende la Legge. Un affare a tre, tra la famiglia ostiense degli Adami, la Anacleti di etnia sinti e Samurai, il vero grande «amministratore» della criminalità romana che, appoggiato dalle mafie del sud affacciatesi su Roma con vista sugli interessi capitolini, di volta in volta si avvale del sostegno di chi è più congeniale alla situazione, muovendo le persone come pedine – sì, il vero scacchista è lui.

Samurai
Fonte: 4.bp.blogspot.com

Ostia. Il sogno realizzato nel gioco delle parti inizia da qui. Senza dubbio il posto più congeniale per la nascita di un Impero, adesso come nell’avanti Cristo, quando il re Anco Marzio la fondò come colonia commerciale e portuale, legata al rifornimento di annona (il grano per la Capitale). Solo che ora l’annona è droga. Un traffico gestito da vicino da Tullio Adami, padre di Aureliano e Livia, uomo importante e dissoluto in collera col figlio maschio. Aureliano appunto, il leader indiscusso del romanzo in una prima stagione che lo segue passo passo nel percorso di crescita “professionale” che farà di lui il celebre “numero 8“. Un leader però ancora acerbo, non considerato pronto a conoscere i veri piani del malaffare che padre e sorella conducono alle sue spalle. Così il leader si fa ribelle, e con lui a ribellarsi è anche Alberto «Spadino» Anacleti, lo zingaro sui generis che si muove fuori dal contesto familiare presidiato dal fratello maggiore Manfredi, che costringe Spadino – omosessuale – ad un intollerabile matrimonio d’interesse utile a rafforzare la posizione del suo nome su quei tavoli che contano.

Livia e Aureliano Adami sulla spiaggia di Ostia
Fonte: iodonna.it

L’interesse criminale muove anche quelle pedine che (magari) non t’aspetti. Il Vaticano, ad esempio, chiamato ad esprimere il suo voto nel consiglio riunito per la vendita della sua parte sui terreni all’azienda di un imprenditore vicino agli affari della Santa Sede. È monsignor Teodosiu, capo della commissione vaticana, il vero bandolo della matassa, colui che ha in mano le chiavi per sciogliere tutto. E quando hai la dote da risolutore sei un piatto appetibile: per il ricatto dei criminali come anche per le lusinghe di Sara Monaschi, moglie dell’imprenditore coinvolto nell’affare. «Roma ama e nun perdona, Roma te divora come un barracuda». Se entri nel giro ti omologhi alla delinquenza, ti vesti da cattivo e scopri che quel vestito ti piace. È la fregatura delle facce pulite di chi come Gabriele «Lele» Marchilli vanta il titolo di bravo ragazzo universitario, e di chi come Amedeo Cinaglia è il bravo uomo di politica, incorruttibile pragmatico e sognatore ottimista. Entrambi si lasceranno conquistare dal canto sirenico della clandestinità: dalla Chiesa ai finti buoni, sono tutti peccatori. E così sia.

Gabriele ‘Lele’ Marchilli
Fonte: pad.mymovies.it

La riflessione nasce in automatico. Suburra è uno dei tanti – recenti – esempi tesi a dimostrarci il bene attraverso il male, a farci la predica sulla morale ricorrendo al polo opposto. Questa politica sembra attecchire: la trasformazione della violenza in entertainment garantisce ascolti mostruosi, seguaci assetati di nuove stagioni. Suburra come Gomorra, Gomorra come Romanzo Criminale, tutti questi come Narcos. Ma una considerazione resta appesa ad un filo: abbiamo notato quanto sia attraente il “cattivo”? Per quanto infatti si palesi (e spesso anche emblematicamente) la distinzione tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, queste realtà virtuali ci proiettano dentro un mondo ribaltato che a modo suo riesce a corrompere anche noi, inguaribilmente sedotti dallo sbagliato. È un fattore interessante, studiato anche dalla sociologia, che spesso è giustificato dalla volontà di rompere con gli schemi di una morale predefinita, di una vita all’insegna delle regole scritte e non scritte: il tutto si lega all’automatismo critico del riconoscimento ed emarginazione del colpevole e dell’atto criminale, che inconsciamente porta però all’immedesimazione, anche fuggente, istantanea, parziale. Ma è quanto basta per farci sentire vivi “dall’altra parte”, a sostegno del tarlo che corrode il sistema.

Fonte: i0.wp.com

Sottoponiamo il dato sociologico alla cortese attenzione dei confusi, chiamiamoli così. Di chi ammaliato dallo sbagliato finisce col tradurlo in sistematico consenso, travisando la fiction e scambiandola per realtà. È la schiera di quei sognatori di cui sopra, che della fantasia del gioco proprio non si accontentano, e così giocano per davvero a quel gioco inopportuno, sconsigliato. Pericoloso. Genuflessi con sulla spalla la Spada (la maiuscola non è errore di battitura), votati a sostenere la conquista di qualcosa che conquistare non si può, semplicemente perché tutto è di tutti e niente è di nessuno. O almeno così dovrebbe essere. Però, forse, il ribaltamento è così fortunato proprio nella sua reale riuscita: la realtà non è mai stata così vicina alla finzione.

Suburra, così, si scopre molto più di un romanzo: è la fotografia di un nuovo impero romano. Un impero tutto sbagliato.