A leggerlo così, non suscita una grande attrazione. Senza stavolta poter nemmeno incolpare l’adattamento in italiano, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (in italiano tradotto letteralmente come Tre manifesti a Ebbing, Missouri) costituisce probabilmente il peggior titolo possibile per presentare i 115 minuti che compongono il fresco vincitore dei Golden Globes come miglior film drammatico, in una competizione che ha evidenziato ancora una volta tutti i limiti di una categorizzazione incapace di slegarsi da quella binarietà, per forza di cose lacunosa, che caratterizza da sempre la corsa ai premi della Hollywood Foreign Press Association. Infatti, se alla vigilia aveva destato più di qualche dubbio l’inclusione di un film dalle tinte cupe come Get Out nella rosa dei candidati come miglior commedia (categoria in cui ha poi trionfato Lady Bird), i medesimi dubbi potrebbero con pieno diritto riguardare anche l’ultimo lavoro di Martin McDonagh, che ha dotato il suo ultimo film di un canovaccio capace di travalicare sapientemente ogni classificazione precostituita di genere, in una misura anche maggiore di quanto avesse saputo già fare con i suoi precedenti In Bruges e 7 psicopatici.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un titolo quasi di wertmülleriana memoria che ha però, dalla sua, il merito di catapultare lo spettatore immediatamente nel cuore pulsante della storia che McDonagh sceglie di raccontare al suo pubblico. È infatti proprio lì, nel bel mezzo del midwest americano più profondo, che tre cartelloni pubblicitari su una strada dismessa riusciranno, in modo impetuoso ed irrefrenabile, a dar vita ad un crescendo di eventi che necessitavano solamente di un minimo innesto scatenante per potersi dipanare in modo tremendamente concatenato tra loro. Il tutto, come detto, partito da tre messaggi collocati alle porte di un paesino ferito in cerca della sua tranquillità smarrita, ancora alle prese con la sistemazione di un tappeto grande abbastanza per poter permettere la comoda collocazione al di sotto di esso di tutta quella polvere che sarebbe meglio non vedere.

I tre manifesti da cui ha inizio la scomposta e sofferta lotta per la verità di Mildred. Fonte: roguesportal.com

Stuprata mentre moriva

E ancora nessun arresto

Come mai, sceriffo Willoughby?

Così recitano quei tre manifesti al centro di tutto, e recuperare in fretta dal pugno nello stomaco che essi infliggono ad ogni conducente che passi su quella strada si rivela da subito impresa ardua per chiunque. D’altronde, viene facile intuire che quella domanda tanto scomoda è nei fatti un j’accuse in piena regola, allo sceriffo del paese, rappresentante in loco della polizia e dello stato americano in generale, ma forse anche di una comunità intera, agglomerato di tante anime diverse accomunate dal loro essere solidali sì a parole, ma che, nei fatti, si rivelano seccate e disturbate da quell’ingombrante pulce messa nei loro orecchi da Mildred (una Frances McDormand meritatamente premiata col Golden Globe come miglior attrice protagonista), madre privata della figlia nel modo più brutale che si possa immaginare da un uomo senza nome. La disperazione di questa donna, adagiata sulla corazza di rudezza e caparbietà che la contraddistingue per ciò che è, contribuisce a creare un personaggio magnificamente complesso e sfaccettato, e nei cui confronti risulta semplice provare una sincera empatia, nonostante ogni singolo spigolo del suo carattere, e senza neppure la necessità, da parte della sceneggiatura, di dover ricorrere ad evitabili quanto melodrammatici artifici narrativi qui in effetti del tutto assenti.

Mildred Hayes è interpretata da una Frances McDormand in stato di grazia. Fonte: ytiming.com

Il dramma vissuto dalla figlia Angela, da vero motore delle vicende qual è, non può quindi che essere onnipresente in ogni venatura della storia, costituendo una sorta di peccato originale da cui nessuno possa davvero sfuggire. Un esonero di colpevolizzazione che d’altronde Mildred, vuoi per il suo carattere e vuoi per l’importanza della posta in palio, non si dimostra altresì disposta a concedere ad alcuna delle parti in causa, neppure a chi è impegnato a combattere con una malattia terminale che scandisce impietosa uno straziante conto alla rovescia a breve termine. Un dramma dunque sempre presente e motore di tutto, ma che al tempo stesso riesce a non risultare mai prevaricante sui fatti, permettendo alla storia di fluire con naturalezza. La malinconia si fa dunque sfondo di una tavolozza di colori capace di coprire in modo più che soddisfacente le più variopinte situazioni di quell’America di provincia che, risvegliata da un sonno letargico da tre manifesti impolverati, si ritrova a mostrarsi senza filtri in tutte le sue contraddizioni e storture, in una resa registica finale per nulla intenzionata a concedere assoluzioni a nessuna delle istituzioni che ne costituiscono, almeno nelle intenzioni, la colonna portante: a questo proposito, il dialogo che intercorre tra la protagonista ed il parroco del paese è particolarmente significativo e ricco di ulteriori sottotesti, ed offre nella circostanza solo uno dei tantissimi picchi di una sceneggiatura, scritta dallo stesso McDonagh, che si rivela essere il principale punto di forza del lungometraggio.

Il rapporto tra Mildred e lo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson) è uno snodo centrale del film. fonte: ex-press.com

Una sceneggiatura magnificamente congegnata, tipica dei lavori di McDonagh, e che aspettava da otto anni di essere tramutata in film, in cui tutti gli elementi paiono essere stati dosati col contagocce per poter raccontare nel modo più asciutto e coinvolgente possibile una storia carica di quel pathos offerto dalla situazione provocatrice originaria e sviluppato con notevole naturalezza grazie a personaggi selvaggi ed istintivi, miniera d’oro per reazioni potenti capaci di dare la possibilità all’intero plot di svilupparsi con coerenza e credibilità, pur procedendo rischiosamente attraverso atti forti e provocatori, ma che mai o quasi cadono nella pateticità, risultando invece portatori a piene mani di quell’humor nero che caratterizza in modo sferzante il film nella sua interezza. Qui i meriti, oltre che del rurale e arido panorama del Missouri, culla di estremismi verbali e ideologici (che sfociano, ad esempio, nel razzismo più becero per nulla celato delle forze dell’ordine, teoriche tutrici di legalità), sono da attribuire ai due personaggi che più di tutti sparigliano di continuo le carte in tavola: se abbiamo già citato l’indiscussa protagonista Mildred, menzione assolutamente di rilievo va fatta anche per il vicesceriffo Dixon (uno straordinario Sam Rockwell, non a caso anche lui premiato con il Globe), personaggio apparentemente portatore di ogni tipo di stereotipo immaginabile dalle circostanze, ma capace anche di offrire, con il suo comportamento sopra le righe ai limiti dello schizoide, i migliori momenti umoristici e, soprattutto, il più complesso ed articolato arco narrativo dell’intera storia. Per quanto probabilmente durante la pellicola sia necessaria qualche leggera sospensione dell’incredulità da parte dello spettatore, queste vengono comunque ripagate appieno però da situazioni via via sempre più originali e brillanti, e da un epilogo carico di quello stesso sapore stranamente agrodolce che permea l’intera visione. Una visione che finisce col saziare con la stessa soddisfazione spettatori con esigenze diverse tra loro, permettendo a tutti di fare il pieno di emozioni tra di loro in contrasto e proprio per questo disarmanti, ma sempre e comunque inesorabilmente autentiche. E a questo punto, far tornare il film di McDonagh a mani vuote dalla corsa agli Oscar sarà impresa davvero ardua.

Il trionfo di “Tre Manifesti” ai Globes potrebbe essere solo il preludio di quello agli Oscar. Fonte: mymovies.it