Forse vi sarà giunta la notizia del missionario che è stato ucciso da una tribù sperduta, i Sentinelesi, nelle Isole Andamane. John Allen Chau, giovane americano, si era imbarcato nell’impresa di portare il Vangelo fino in quell’angolo sperduto del globo verso la metà di Novembre, violando così la regolamentazione che vieta di avvicinarsi all’arcipelago per tutelare la cultura e la pace della popolazione qui residente. Lasciando da parte le motivazioni della scelta e la questione prettamente religiosa, l’occasione incita alla riflessione, e dal punto di vista politico e da quello culturale.

Quando pensiamo al mondo globalizzato, ci riesce difficile, oramai, conciliarlo con realtà sociali che riescono a mantenere le proprie tradizioni intatte e inviolate; nell’era di Internet e delle generazioni social che spazio può rimanere alle comunità indipendenti che nulla vogliono dal progresso scientifico e tecnologico a noi tanto familiare?

È il caso della tribù dei Sentinelesi, ma non solo: in Amazzonia, pur minacciati dal disboscamento continuo, alcuni gruppi sociali vivono separati dalla civiltà; lo stesso avviene in Africa e in Asia. In tempi recenti, si è deciso di difendere legalmente il diritto di tali entità a vivere in maniera indipendente (soprattutto dopo le esperienze coloniali), ma quello che la legge sancisce viene messo a repentaglio dalla politica individuale e Statale : incursioni personali e pressioni politiche fanno sì che queste realtà siano continuamente messe in discussione, e con esse la sopravvivenza stessa delle persone che ne fanno parte. Sì, perché nel momento in cui una comunità vive separata da un’altra è esposta a diversi agenti patogeni, ma anche a diversi rischi culturali: le malattie giocano allora un ruolo tanto importante quanto vizi come l’alcool e le droghe (basti pensare all’alcolismo dei nativi americani all’arrivo dei cowboys) nel momento in cui le due vengono a contatto.

Alcune isole dell’arcipelago delle Andamane; è in questa zona che il missionario ha provato ad avvicinare una tribù indipendente da 60.000 anni.

Il discorso non si esaurisce qui: con la sua spedizione, il missionario americano puntava a stravolgere le tradizioni di un popolo altrimenti coerente con sé stesso, rompendo un equilibrio esistente per un beneficio percepito solo da sé. Così facendo, il complesso culturale della tribù ne sarebbe uscito trasformato, e non necessariamente per il meglio. Una tale idea presuppone un preconcetto di superiorità della propria cultura su un’altra, ed è un aspetto fondamentale dell’intera questione.

È sempre necessario ricordare che ogni contatto interpersonale è una interazione dell’insieme dei valori e delle convinzioni degli interlocutori. Questo, però, non garantisce che entrambi possano imparare dalla relazione, perché molto spesso ciò che si realizza è che il complesso di idee di una persona si imponga su quello dell’altra. Quando è che ciò avviene?

L’Italia è interessata a questa domanda in prima persona, soprattutto per quanto riguarda il discorso delle migrazioni e le campane d’allarme che, regolarmente, vengono suonate in occasione delle festività e delle tradizioni ritenute sotto costante minaccia da persone che provengono da contesti differenti dal nostro. Partiamo da esempi pratici: il sincretismo religioso brasiliano è un’importante testimonianza di come una prima imposizione possa trasformarsi, quando non mantenuta, in mutua influenza; l’Imperialismo è caso lampante di attacco culturale (il fardello dell’uomo bianco era proprio il suo dovere di “portare una cultura superiore ai selvaggi”).

Una cultura si impone sull’altra quando il suo rappresentante dispone di una forza sproporzionata rispetto all’interlocutore, e lo reputa in posizione sottoposta non solo politicamente, ma anche civilmente. È importante notare che la sproporzione di potere è una condicio-sine-qua-non perché l’imposizione avvenga, ma non è di per sé fattore necessario e sufficiente.  Quando i nostri genitori ci impartiscono degli insegnamenti, impongono la propria cultura sulla nostra cultura di bambini; aldilà dell’accezione negativa o positiva che questo possa avere, un insegnamento in senso contrario può provenire solamente dalla messa in discussione, da parte del genitore, della superiorità del proprio retroterra.

Se gli usi di un’altra cultura si fanno una scelta, è chiaro che si è in posizione politicamente paritaria, se non sovrastante, rispetto a tale complesso di tradizioni.

Nel momento in cui un popolo non si trova politicamente oppresso dall’esterno, allora, più che proteggere l’idea di cultura e identità nazionale (concetti che, per definizione, sono in continuo cambiamento), si potrebbe porre l’attenzione su ciò che li trasforma e come questo avvenga, perché i costumi mutano in seguito ad una volontà condivisa, seppure magari inconscia. I cambiamenti culturali non sono altro che il frutto di negoziazioni continue delle tradizioni proprie con quelle delle realtà con cui si viene a contatto; i nuovi usi, allora, sono il risultato di una scelta che, ripetuta nel tempo e nello spazio, si instaura come convenzione, e diviene di diritto parte della cultura ospite nelle sue nuove peculiarità (il couscous italiano è diverso dal marocchino, la festività di Halloween anche; non parliamo poi di Natale e delle sue usanze).

Quando, allora, pensiamo ai migranti, dovremmo renderci conto che il nostro potere (in questo caso, economico e geografico) si traduce in un’imposizione culturale ogniqualvolta esiste, nell’individuo o nello Stato, una volontà in tale senso. Al contrario, le realtà tradizionali di tali persone si fanno nostre solo se e nella misura in cui esse vengono viste come positive, perché manchiamo dell’obbligo alla conformazione cui loro, invece, sono generalmente sottoposti.

In conclusione, basti ricordarsi che in qualunque interazione potere e credenze individuali rappresentano componenti essenziali, così da saper comprendere, ogni volta, se ciò che facciamo, diciamo, scegliamo, sia un’imposizione sugli altri, viceversa, o frutto di un sincero dialogo.