Nel manifesto del Futurismo, pubblicato il 20 febbraio 1909 sul giornale francese «Le Figaro», il fondatore dell’avanguardia Filippo Tommaso Marinetti presenta gli undici punti programmatici con cui introduce il movimento al pubblico degli intellettuali.

Carlo Carrà, Filippo Tommaso Marinetti

Marinetti, nato nel 1876 ad Alessandria d’Egitto e formatosi nel clima del Naturalismo e del Simbolismo, era anzitutto uno scrittore e un poeta: dal 1905 si occupava della direzione della rivista «Poesia» e, simpatizzando nei confronti degli aspetti più progressisti della moderna civiltà industriale, si faceva sostenitore del sovversivismo del verso libero. A definire in Marinetti la volontà di costituire un’avanguardia che inneggiasse alla velocità, all’aggressività e alla distruzione, si suppone sia stato l’incidente automobilistico del quale egli fu protagonista nell’ottobre nel 1908, mentre guidava la sua cento cavalli nei pressi di Milano. Sopravvissuto all’impatto, incolume e trionfante, Marinetti decideva così di dare impulso a una rottura culturale, volta a traslare nel panorama intellettuale quella vitalità distruttiva tipica del nuovo mezzo borghese per eccellenza, l’automobile, emblema veloce e scattante dell’orientamento al futuro.

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Il Manifesto del Futurismo

Marinetti decanta la necessità di diffondere in tutti i campi artistici quegli stessi caratteri tecnologici e innovativi della società industriale, così da integrare armoniosamente la produzione culturale all’interno del nuovo mondo meccanico. Il movimento, inizialmente letterario, si estende in breve tempo alla scultura, al disegno, alla musica (e anche alla politica), tra convegni e diatribe intellettuali: la più celebre disputa è senza dubbio quella che i futuristi intrattennero con il letterato e pittore fiorentino Ardengo Soffici, il quale criticò aspramente l’arte dell’avanguardia marinettiana in occasione di una mostra milanese; il giudizio negativo di Soffici trovava senz’altro la sua genesi nel carattere anomalo dell’arte futurista, che rigettava ogni tipo di legame con la tradizione e in particolar modo con il mondo classico. Probabilmente per primo, Marinetti comprese l’enorme potenza mediatica della pubblica indignazione.

Abilissimo teorico, sostenitore dell’editoria autofinanziata (aiutò Palazzeschi nella spedizione di mille copie omaggio del suo Incendiario), nel 1912 pubblica il Manifesto tecnico della letteratura futurista, incentrato sulla potenza del “paroliberismo”, una teoria che potrebbe essere definita di “palingenesi” del verso: l’idea è quella di distruggere la sintassi disponendo i sostantivi a caso, incoraggiando l’abolizione dell’aggettivo e della punteggiatura, dando spazio sul foglio bianco all’immaginazione senza fili. Ne risulta una rivoluzione dell’impaginazione: caratteri disuguali e forme divergenti esprimono i pensieri del poeta futurista, conferendo alle parole una grande carica emotiva, e dunque, una forte espressività.

Nel manifesto del 1912 Marinetti afferma che questo tipo di rivoluzione della parola è possibile solo per la letteratura e per la poesia: tutte le altre tipologie di comunicazione, come «la filosofia, le scienze esatte, la politica e il giornalismo […] dovranno per molto tempo ancora valersi della sintassi, della punteggiatura e della aggettivazione». Lo stesso anno segna l’esordio internazionale dei maggiori pittori futuristi, come Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo e Gino Severini, dei quali vengono mostrate le opere durante l’esposizione Les peintres futuristes italiens, tenutasi a Parigi. Il movimento dissacratore creato da Filippo Tommaso Marinetti, dunque, è uno dei maggiori casi di permeabilità tra letteratura e arte, che si influenzano a vicenda nell’esperienza futurista intrattenendo a loro volta un radicato e acceso rapporto con la vita degli uomini del primo Novecento.