La fotografia parla: in un mondo dominato dall’immagine, la notizia è fotografica, il lettore s’arresta a ciò che vede, si lascia trascinare via dopo l’impatto e – semplicemente – legge guardando, senza leggere.

È un po’ questa la filosofia alla base del World Press Photo, il più prestigioso concorso fotografico al mondo che ormai dal 1955 decide di dar voce agli scatti, al contempo narratori e protagonisti della narrazione. L’anno scorso era stato il turco Burhan Ozbilici a raccontare Un Assassinio in Turchia, col primo piano di un rabbioso Mevlüt Mert Altıntaş dopo l’attentato all’ambasciatore russo in terra turca, che gli giace di fianco. Quest’anno è stata la volta di Ronaldo Schemidt, 46enne venezuelano in servizio per l’agenzia France Press. La foto non racconta omicidi, ma quasi. La punta del dramma è comunque affilatissima, la tensione tagliente come lame. La vediamo qui sotto.

worldpressphoto.org

Nella sua lettura metaforica, il fuoco può assumere diverse sfumature interpretative: passione, per esempio, ma pure distruzione, paura e soffocamento. Il capolavoro di Schmeidt si chiama Venezuela Crisis, e dentro c’è tutto questo: una condensazione di pathos nelle sue diverse tonalità, tutto quanto renda lo scatto potente. Tenendo l’immagine sotto gli occhi e giocando con l’associazione didascalica, il rimando è abbastanza automatico: si parla di guerra, ma di una guerra più popolare che non di milizia. La t-shirt bianca – o ciò che ne rimane – del ragazzo in primo piano tradisce l’impegno di civili, scesi per le strade a protestare contro le forze dell’ordine.

Si chiama José Víctor Salazar Balza, è sopravvissuto alle gravi ustioni riportate dopo l’esplosione di una motorella della polizia poco distante da lui. La sua sagoma viva e inseguita dalla morte esce come fuori da un tunnel di fiamme, le cui curve fanno il paio con l’incedere scalpitante di Balza che fugge, a fornire un dinamismo spietato all’immagine, a movimentare il dramma già alimentato dalla maschera antigas, quasi icona di alienazione verso una società tossica, tutto fumo e niente pace.

“Ho sentito un intenso calore, mi sono girato e ho visto una palla di fuoco correre verso di me. Non sapevo cosa fosse, l’ho solo seguita scattando a ripetizione. Poi ho sentito le urla e ho capito cosa stesse succedendo. Pochi secondi dopo era già tutto finito”. R. Schemidt
lettera43.it

Allora come sempre accade il contesto va allargato per prestarsi a letture più ampie, cosicché la fotografia è sì un ritratto, ma paesaggistico; il primo piano è soltanto formale, artificio della tecnica, ma acquisisce un significato attribuito da ciò che si nasconde dietro, lontano dal focus. È la ribellione venezuelana alla pseudodittatura di Nicolas Maduro, responsabile di una rovinosa crisi economica che ha inginocchiato il paese, a livello finanziario e morale. E per le strade sono scontri, guerriglie, spari ed esplosioni, più o meno fortuite: tante altre come questa, appunto.

E l’umanità corre insieme a Balza, portandosi dietro il fuoco che corre pure lui e che correndo mangia, mangia la speranza e la libertà, brucia diritti e futuro. Fiamme che il mondo condivide col Venezuela, pur non accusandone direttamente il calore: per questo i toni caldissimi di Venezuela Crisis sono stati votati patrimonio fotografico internazionale, perché parlano.

Come la fotografia, in generale. Senza conoscere lingua, ma vivendo d’impatto.