Pochi giorni fa sono stati resi noti i nomi dei finalisti del Word Press Photo 2018. Ogni foto svela una storia, racconta un’esperienza, un fatto del mondo.
Tra tutte, una foto: due letti vicini, delle lenzuola a fiorellini e due ragazze che sembrano dormire. C’è un dettaglio, però, che induce a chiedersi cosa rappresenta questa immagine, chi sono i due soggetti della fotografia? Entrambe le ragazze hanno dei tubicini trasparenti che si infilano nel naso.

word press photo sindrome della rassegnazione

Magnus Wennman – Sindrome della Rassegnazione

Sindrome della rassegnazione, così viene chiamata questa strana malattia che sembra esistere soltanto in Svezia e soltanto tra i rifugiati e che il fotografo svedese Magnus Wennman ha deciso di documentare. Il primo caso risale alla fine degli anni Novanta, ma da allora tutto rimane avvolto dal mistero: non ci si spiega il limite geografico né perché si diffonda soltanto in certi gruppi di rifugiati, quelli provenienti dall’ex blocco sovietico.

I giornali italiani ne parlano pochissimo, o quasi per niente, ma è una realtà inquietante, enigmatica: si tratta di una specie di disconnessione dal mondo, di una sorta di  apatia. Si smette di parlare, di giocare e piano piano ci si spegne, ci si rassegna. Non si apre più nemmeno la bocca per mangiare, come se si dormisse, ma è un sonno che dura troppo a lungo.

“Credo che si tratti di una forma di autodifesa. Sono come Biancaneve”

osserva Elisabeth Hultcrantz che lavora come volontaria con Medicos del Mundo. I valori, infatti, sono corretti, i riflessi intatti, il battito normale, ma la voglia di vivere manca.

Dal 2005 sono più di quattrocento i bambini ‘affetti’ da questa sindrome. I genitori arrivano in ospedale certi che il figlio stia per morire, ma non capiscono di cosa, proprio non possono perché non c’è una spiegazione medica che possa soddisfare. Molti medici sono dell’idea che la malattia sia una reazione a due traumi, quello subito nel paese d’origine e quello dovuto alla consapevolezza di doverci ritornare dopo essersi ambientati e integrati in Svezia, nel paese che li ha accolti.

I più scettici, i più sospettosi, come è facile intuire, puntano il dito dicendo che è tutto falso, che quei bambini decidono di andare in coma o che, peggio, sono i genitori a indurli ad un gesto del genere per rimanere  più a lungo in Svezia. La cosa sembra priva di fondamento, medici e ricercatori spiegano che, molto spesso, chi si ammala non conosceva la sindrome.

I bambini più vulnerabili sembrano essere quelli che sono fuggiti da ambienti insicuri o che hanno assistito a violenze, come nel caso di  Sophie, 9 anni: fugge con i genitori dall’ex Unione Sovietica, durante il viaggio assiste al linciaggio e al rapimento del padre e, una volta arrivata in Svezia, diventa sempre più silenziosa, sempre meno allegra. Le cose precipitano quando la famiglia viene informata che non può rimanere in Svezia; a quel punto Sophie si arrende, smette di parlare, smette di mangiare e si ‘addormenta’.

Le ragazze fotografate da Wennman sono due sorelle provenienti dal Kosovo che vivono in una casa per rifugiati al centro della Svezia. Si ammala prima la dodicenne Djeneta, poi, dopo un anno, quando arriva la notizia che la richiesta di rimanere non è stata accettata, la sorella più grande, 15 anni, perde la capacità di camminare; il padre la spinge ad andare a scuola, ma, quando la riporta a casa, la mette a letto dove rimane per più di sei mesi.
In un lungo articolo comparso su The Newyorker, Rachel Aviv ci restituisce un particolare che è l’emblema di questa malattia: la madre si avvicina ai corpi delle figlie, tira su le palpebre prima dell’una e poi dell’altra. Lo sguardo di Djeneta, dice Rachel Aviv, pare quello di un morto, fisso davanti a sé, immobile.

Dal profilo Instagram di Magnus Wennman