di Virginia Zettin

Laureata in Fisica Nucleare al Politecnico di Milano con alle spalle – tra gli altri – anni di collaborazione con l’ École polytechnique di Palaiseau a Parigi, Gabriella Greison potrebbe sembrare più che mai lontana dal mondo delle arti umanistiche.

Eppure oggi questa fisica con la passione per la vita di quegli scienziati che hanno cambiato la storia del mondo – e non solo per le loro scoperte – riempie i teatri di tutta Italia con l’ambizione e la capacità di far appassionare alla Fisica anche il pubblico più romantico… almeno per la durata dello spettacolo! Con i suoi monologhi la Greison infatti svela vizi, fobie, ossessioni e abitudini dei grandi Premi Nobel, rendendoli un po’ più simili a noi.

Fisica, attrice, drammaturga, ma non solo: i suoi spettacoli sono ispirati infatti ai romanzi che l’hanno fatta apprezzare da numerosi lettori e chissà che prima o poi non la portino anche in TV.

Dopo il successo de “L’incredibile cena dei fisici quantistici” sei da poco tornata in libreria con il suo seguito: “Hotel Copenhagen”. Parlaci di questo tuo ultimo libro.

Hai ragione, il mio primo romanzo è stato un grande successo. Ha venduto 50.000 copie: tantissime! La cosa che mi ha colpito di più, poi, è che i lettori si appassionavano veramente alle storie dei “miei” fisici e mi chiedevano continuamente che fine avessero fatto.

Il mio obiettivo è quello di andare da tutti questi scienziati che si sono ritrovati nel 1927 a Bruxelles per raccontare nel dettaglio le loro vite. Ho “incontrato” così Marie Curie e ho scritto “Sei donne che hanno cambiato il mondo”. Adesso invece sono andata da Niels Bohr e ho scritto della sua attività a Copenhagen.

Un Niels Bohr non ai convegni ma a casa sua, quindi.

Sì, il titolo “Hotel Copenhagen” fa riferimento a un luogo preciso. Un po’ come l’ “Hotel Sopramonte” di De Andrè. Sarebbe la sua casa o il suo istituto di fisica: il luogo dove lui accoglieva i giovani talentuosi del Ventesimo Secolo e li faceva crescere. Molti poi ne uscivano con un Nobel.

Una sorta di grande famiglia?

Esatto. E siccome il libro l’ho scritto dal punto di vista della moglie di Niels, Margrethe, questa umanità viene fuori ancora di più. Lei, che amava soltanto lui, stava costantemente al suo fianco e lo aiutava occupandosi dell’accoglienza dei ragazzi. I suoi occhi mi hanno permesso di scrivere il lato umano di Einstein, Heisenberg, Schrödinger, continuando sulla scia dell’ “Incredibile cena”.

Questo lato umano colpisce molto non solo nei tuoi romanzi, ma anche negli spettacoli che tu porti a teatro e rispecchia la tua capacità di far appassionare alla Fisica un pubblico che magari non l’ha mai capita né apprezzata.

Molto probabilmente ci riesco perché io stessa sono una fisica. Quindi non invento, né ricucio delle storie, ma per scrivere i miei romanzi mi baso sulla mia esperienza, le mie passioni e le mie numerose ricerche, possibili anche grazie ai contatti con i numerosi istituti di Fisica, disponibilissimi a collaborare. Un particolare che mi ha colpito molto è stato scoprire che Margrethe, la quale è sopravvissuta vent’anni al marito, ha trascorso i suoi ultimi due anni in una casa di cura per anziani, che io stessa ho visitato durante le mie ricerche a Copenhagen. Lì ho scoperto i suoi tormenti, le sue ossessioni e le sue paure. Nel libro racconto proprio la vita di Bohr ripercorsa dai suoi ricordi mentre era in questa casa di cura. Si scopre così che questi fisici avevano tante manie e tutte divertenti. È per questo inoltre che possiamo identificarci in loro! Nessun libro prima ci ha fatto vedere come mangiava Einstein, come si sedeva sul divano Schrödinger, come Eisenberg fosse così timoroso e a volte impacciato nei rapporti umani. Insomma, prendo dei premi Nobel – che sarebbe il massimo riconoscimento nella vita – e li spoglio per quello che sono.

Possono anche ricordare le manie e i vizi che hanno gli attori o i personaggi della letteratura, no?

Esatto! Ad esempio Max Born era un ansioso ipocondriaco. Durante i pasti aveva l’abitudine di farsi schioccare le dita delle mani a ogni portata e aveva un orario fisso in cui ogni giorno si misurava la pressione del sangue e i battiti cardiaci…tutto manualmente! Oppure Bohr che con i suoi orari fissi rasentava il comico: si tagliava i capelli sempre allo stesso giorno del mese e faceva la pipì sempre alla stessa ora. Perché la cosa bella è che questi fisici non sapevano comportarsi nella vita di tutti i giorni. È questo che mi piace tantissimo: le cose che noi diamo per scontate loro le trovano difficilissime e poi magari scrivere la Teoria dell’atomo è stata la cosa più semplice per Bohr.

Insomma, dei fisici non così distanti, per certi versi, dai grandi artisti!

È questo il bello! Diciamoci la verità, la Fisica non è calcio, non è un argomento da bar. Però come diceva anche Einstein «Non saranno i fisici teorici, non saranno i fisici sperimentali a far arrivare la Fisica e la sua vita nella vita di tutti i giorni degli altri, ma saranno i fisici che apprenderanno l’arte di farlo».

Un po’ come te insomma.

Ho messo in pratica le sue parole, esatto!

A proposito: da dove è nata questa tua voglia di raccontare i fisici del Novecento?

Einstein diceva anche che «i fisici più di altri hanno un mondo dentro e quindi per questo riescono a tenere la scena in qualsiasi teatro». Ecco, questa frase mi ha fatto pensare che tre anni fa quando ho iniziato “a tenere la scena nei teatri” effettivamente venivano in tanti e tutti mi ascoltavano. E lo facevano consapevoli che fosse proprio un fisico a parlare. Così ho cercato di reperire sempre più informazioni possibili. Non smetto mai di studiare infatti, per cercare di trovare informazioni, dati e aneddoti tutti reali. L’idea di andare a teatro anche con “Hotel Copenaghen” si ispira al fatto che Niels Bohr negli anni ’30 metteva in piedi delle rappresentazioni teatrali con i fisici nel suo Istituto perché secondo lui così potevano esprimersi. Lì nel ’32, ad esempio, per la commemorazione dei cento anni della morte di Goethe hanno messo in scena il “Faust”. La copertina di “Hotel Copenhagen” racconta proprio questo. Si vede che i fisici hanno davanti una trombetta, un cannone e una statuetta raffigurante l’Oscar, che è nato nel ’29. In pratica premiavano con l’Oscar l’esibizione più bella, Heisenberg suonava la trombetta quando erano veramente bravi e Pauli lanciava palle con il cannone a chi invece faceva una cattiva rappresentazione.

Questi tuoi racconti hanno un sapore molto cinematografico.

Effettivamente mi hanno contattata per fare un film da “L’incredibile cena dei fisici quantistici”. Per ora siamo solo in una fase iniziale in cui ne stiamo parlando, vediamo se si realizzerà. Sarebbe bellissimo!

Altri progetti futuri? Magari più imminenti?

Nel mio futuro c’è il teatro. Sto attualmente girando i teatri con il mio Monologo “1927 Monologo quantistico”, “Due donne ai raggi X” e poi con le storie su Niels Bohr. Il 24 e 25 marzo ha debuttato a Milano il mio spettacolo corale “Il Faust a Copenhagen”, ispirato proprio alle rappresentazioni messe in scena da Bohr, dove sono in scena insieme a degli attori. È stata la prima volta che il Faust tornava in scena a Milano, dopo la rappresentazione del 1988 di Strehler al Piccolo. Replicherò a Roma, allo Spazio Diamante, il 22, 23 e 24 maggio 2018.

Sogni nel cassetto invece?

Beh portare in televisione tutto questo che sto facendo a teatro. Trovare qualcuno che punti su questi racconti e punti su di me soprattutto. Perché io come fisica ho l’esperienza in entrambi i campi e mi basta trovare qualcuno che ci creda.

Infine, se ti chiedessi un’opera d’arte che ti fa pensare alla Fisica..?

Mi vengono in mente i quadri di Picasso. Perché sono immagini astratte. Quando io penso ai fisici del Ventesimo Secolo penso a un collage di tante forme, situazioni e città messe insieme in cui ognuno ci vede quello che vuole. Ma in realtà, quando racconto queste storie, il mio punto di riferimento è Calvino. La grandezza di questi fisici riguarda in particolare un luogo che Calvino ha raccontato molto bene: “Le Città Invisibili” che lui crea. Ciò mi ricorda un po’ quello che sto facendo io, Copenhagen è la mia città invisibile.