In occasione dell’uscita del suo nuovo libro, “Domare il drago”, in cui la poesia si fa belva incredibile da portare allo scoperto e affrontare con metodo, abbiamo intervistato Isabella Leardini, poetessa, responsabile di laboratori di scrittura poetica per adolescenti, direttrice artistica del festival Parco Poesia di Rimini.

Parlaci di te. Come sei arrivata dove sei ora? Hai dovuto affrontare scelte difficili?

Non ho affrontato scelte difficili, anzi in poesia ho sempre seguito una specie di istinto innato, è qualcosa che per natura mi corrisponde e per cui non c’è scelta. Mi sono sempre sentita a mio agio anche nell’ambiente letterario, come se sapessi già abitarlo, ma non significa che non ne soffra le contraddizioni violente. Fin dall’inizio ho avuto la fortuna di incontrare dei maestri e il mio percorso non è stato difficile, perché da loro sono sempre stata scelta, qualche volta anche senza saperlo; più difficile è stato trovare dei compagni di strada, spesso mi sono sentita sola. Ho sempre avuto una passione per l’editoria di poesia, credo che ogni opera abbia un destino anche in questo, e il nostro compito è essere così rigorosi da riconoscerlo e seguirlo: ho lavorato per tredici anni a ”Una stagione d’aria”, con lunghe attese, finché non ho incontrato Elisa Donzelli e il libro presto si è compiuto. Invece ho scritto in pochissimo tempo il saggio appena uscito per Mondadori, è un libro che voleva esistere subito e mi ha attraversato come fossi un canale aperto; cerco sempre di seguire l’imperativo di ciò che sto scrivendo.

Gli ultimi due libri di Isabella Leardini: Domare il drago, saggio sulla poesia; Una stagione d’aria, raccolta di componimenti

Sei l’organizzatrice del festival Parco Poesia e del premio letterario per la poesia giovane “Premio Rimini”; sei soddisfatta dello sviluppo di questa iniziativa? Credi abbia contribuito a far emergere realtà interessanti?

Credo che Parco Poesia abbia lasciato un piccolo segno nella poesia degli ultimi 15 anni, lo si può riconoscere in positivo o in negativo, ma di certo ha rappresentato e generato qualcosa, fosse anche solo un’occasione di ascolto per diverse generazioni che lo hanno attraversato. Il Premio Rimini in 4 anni ha saputo proporre una formula che ha favorito la pubblicazione di alcuni esordi di valore e creato qualche giovane lettore. Di questo sono soddisfatta, ma non sono un organizzatore, non mi diverte più organizzare e non so trovare fondi; infatti Parco Poesia resiste contro ogni logica. Ho iniziato da sola a 23 anni, mossa dalla volontà di creare un luogo in cui i giovani poeti potessero trovare maestri e compagni di strada. Molte volte ho pensato di liberarmi da questa ingombrante creatura, ma quando qualcosa deve vivere te lo dimostra… Parco Poesia continua a farlo e ne sento la responsabilità. Quest’anno avevo deciso che il festival non ci sarebbe stato, poi nella mia Riccione, nel luogo in cui Parco Poesia è nato nel 2003, ho trovato l’entusiasmo per continuare.

Ad oggi per alcuni capire il panorama creativo letterario non è facile: molti scrivono, non altrettanti leggono, e il web pare moltiplicare le casse di risonanza rischiando però di creare “cacofonie”. Sei d’accordo con questa visione confusionaria?

Credo che il problema non sia questo: il web è solo uno strumento, ciò che oggi si dice del web qualche secolo fa lo si diceva della stampa. Non è vero che le persone non leggono, stanno tornando a leggere poesia, ma la questione che dobbiamo porci è l’orizzonte di ciò che viene proposto e percepito. Che la poesia viva per la prima volta una dimensione anche commerciale è ormai un cambiamento irreversibile, una novità a cui né la letteratura né l’editoria forse erano preparate, ciò comporta uno spostamento profondo le cui conseguenze positive si vedranno solo sulla lunga distanza. Non è di per se negativo il fatto che molte persone scrivano, che trovino nel linguaggio poetico più istintivo un modo per ascoltare la propria interiorità, sono proprio loro i primi lettori a cui la poesia contemporanea dovrebbe guardare, è nostra piuttosto la responsabilità di avvicinarli e indicare loro i grandi autori di questa epoca, in modo che possano scrivere e leggere con più consapevolezza e che possano scegliere ciò che leggono avendo di fronte un orizzonte completo.

Isabella Leardini a ParcoPoesia

Hai una tua definizione di cosa sia la poesia? Se sì, come l’hai scelta? Se no, perché non credi nell’ importanza di definire l’ambito della poesia?

Mi piacciono le definizioni di poesia, i poeti che amo si sono misurati con questa vertigine pur sapendo di rischiare e anche io non riesco ad evitare di farlo. Nei miei laboratori e nel mio libro per esempio dico che la poesia è un drago: una grande belva alata, capace di attraversare il sommerso, il cui corpo non appare mai intero, resta sempre in parte invisibile, inviolabile come un segreto. Come tutti i simboli, non l’ho scelto, si è presentato da sé e io l’ho fatto parlare.

Credi vi siano elementi che fanno una poesia bella? O è solo il sentimento personale che rende uno scritto meritevole di attenzione?

Non è affatto il sentimento personale, anzi il sentimento in poesia è inutile se non si trasforma in visione e linguaggio. Una poesia è bella quando forma, senso, ritmo, suono, sono stretti in un unico organismo perfetto, quasi vivo, animato da qualcosa di misterioso, questo sì davvero indefinibile: un respiro, una specie di elettricità.

Nella situazione attuale secondo te esiste una spaccatura nei circoli letterari e poetici di Italia? Ci sono aree più ricettive e attive di altre nella tua esperienza?

No, io credo che sia un momento estremamente fertile, mai come ora la poesia è stata tutta ”in rete’’, non sono circoli letterari ma piccoli nuclei di compagni di strada che inevitabilmente nascono per geografia o per età, bellissimi per un po’, ma spesso destinati a disgregarsi presto nella competizione. Potrei dirti che noi, all’inizio degli anni 0, quando ancora scrivevamo lettere ed editoriali sulle riviste letterarie, dialogavamo con più serietà e meno chiacchiera, ma commetterei il grave errore di chi sottovaluta il presente; io credo che invece ci siano dialoghi e confronti serrati tra i giovani poeti delle nuove generazioni. Se c’è un punto debole, non soltanto loro ma di tutto questo tempo, è forse la superficialità di giudizio e di ricezione: anche nel piccolo mondo della poesia, il rischio del conoscere tutti è non leggere bene nessuno.

Hai qualche consiglio letterario per i nostri lettori che vogliono avvicinarsi alla poesia (sia creandola che leggendola?)

Il mio saggio appena uscito, Domare il drago, affronta proprio questo tema. Sono sette sì da dire alla poesia, dal silenzio in cui la parola può nascere, fino alla forma compiuta che trasforma in bellezza ciò che prima era sepolto sul fondo. Attraverso le voci dei grandi poeti, i miti, le fiabe, ho cercato di toccare alcune questioni centrali dell’arte: l’ispirazione o la sua assenza, il rigore dello stile, la ricerca di autenticità della propria voce, il demone della perfezione, il talento, il limite. Il libro affronta la poesia come uno strumento che tutti possono usare nella propria vita, uno strumento di visione e di conoscenza, un linguaggio rivelatore. Non significa diventare tutti poeti, ma imparare dai grandi poeti un modo di guardare: fare quello che ho mostrato con le storie e i versi di tanti ragazzi incontrati nei miei laboratori: affrontare l’indicibile e dargli una forma che ci assomigli.

Vuoi condividere con noi una poesia della tua ultima raccolta “Una stagione d’aria”?

Visto che qui si parla di arte, scelgo per voi una poesia nata per una bellissima opera dell’artista Giulia Napoleone.

 

Desiderare è una questione di distanze,

di corpi freddi che riescono a brillare.

Cercavo la costellazione esatta

che riunisse i tuoi punti con i miei

la congiunzione fatale negli anni

lo squilibrio infallibile del cielo.

Il vero amore regge il capogiro

con la testa piantata nell’aria

di una logica che splende se si avvera.

Sovrappone come una mappa

il tuo buio di pianeti con il mio

la precisione muta delle stelle.

L’ho studiato come una scienza

il codice dell’ora in cui sei nato,

amare è un atto di interpretazione

che riempie il giorno dopo l’evidenza.

da Una stagione d’aria, (Donzelli, 2017)