Messina, una casa, una madre, un matrimonio stanco, un nome, un corpo, una voce: sono questi, e tanti altri, i fantasmi che Nadia Terranova si trascina dietro in Addio Fantasmi, ultimo romanzo pubblicato per Einaudi.

“Addio fantasmi” è il racconto di una sopravvivenza, di una scomparsa che assedia, di un ritorno, di un’ossessione che batte ininterrottamente il tempo nella mente di Ida, la donna rimasta attaccata alle cose accadute e per la quale lo scorrere del tempo rimane la grande fatica con cui fare i conti ogni giorno.

Ida è attaccata con gelosia ed egoismo buono al suo dolore, quello provocato dal padre scomparso, dissolto nel nulla una mattina di ventitré anni prima, di cui non rimane un corpo, né una tomba su cui andare a piangere. Ida si concede il lusso di avvitarsi intorno a quel dolore, di andare a scegliersi i ricordi più tormentati, di intossicarsi la memoria.

In questa storia c’è l’inganno dei ricordi, la fatica dei rapporti umani, lo scorrere ossessivo del tempo, la consapevolezza che siamo tutti dei sopravvissuti, ognuno al proprio lutto.

Scrittrice sublime, intima, autentica, Nadia Terranova ha aperto le ferite, ci si è infilata dentro, le ha sviscerate e ne è uscita con un miracolo di letteratura.

Avviene di rado e questa volta è accaduto: si inciampa in un libro per caso e ci si rialza con delle risposte in tasca e con un grumo di domande nuove che sanno indicarci la strada per esistere davvero.

L’intervista:

Addio Fantasmi più che una storia, sembra un pensiero ossessivo che ritorna, che si approfondisce, che si scandaglia, quasi come una psicosi. C’è il ricorso ossessivo a determinate espressioni: la scia di dentifricio come bava di lumaca, l’orologio che segna le sei e sedici da ventitré anni, il battito di ciglia. Anche la memoria può essere un’ossessione?

Sì, decisamente. È un’ossessione perché è come se vivessimo su due binari paralleli. Quello che ci succede e quello che mandiamo in scena nella nostra mente. E questo è anche il motivo per cui ho voluto lavorare sulla scissione tra corpo e memoria che c’è nel personaggio di Ida. Volevo esasperare il personaggio.

Quando mi veniva in mente una frase che ricorreva come un’ossessione decidevo di usarla più volte, senza remore, perché volevo ricreare esattamente quest’aspetto. Questo è un romanzo progressivo, ma è soprattutto un romanzo con molta circolarità. Non ci poteva essere una progressione dei fatti come nei romanzi tradizionali. Ida doveva sempre essere riacchiappata e riportata al suo mondo della memoria, che è senza dubbio un mondo ossessivo.

 

Il libro si apre con il richiamo verso una casa che viene definita nostra. Cosa è per te casa. Dici che nella vita se ne possono abitare tante, ma che poi in fondo sappiamo chiamare casa soltanto una tra quelle che abbiamo calpestato.

È la domanda che mi sono fatta scrivendo questo libro, o meglio che questo libro ha posto a me mentre scrivevo.
La casa era un elemento troppo forte, non potevo inventarmela. Doveva essere vera fino negli angoli. La città e la casa dovevano essere le mie, esattamente nel modo in cui le avevo vissute.

Quindi, se volevo ragionare intorno al nome casa dovevo chiedermi cosa fosse per me. Mi sono data due risposte. La prima è che casa è la casa di infanzia, la casa di Messina. La seconda è che casa è dove io scelgo di essere, quindi in nessun posto perché, in fondo, io sono una migrante. Quando me ne sono andata avevo 25 anni. Ma forse, casa per me oggi è quel tratto di mare durante la traversata dello Stretto. Quando sono lì spengo il telefono, guardo tutte due le terre e sono felice. Quando sto proprio al centro esco sempre sul ponte a guardare le due coste equidistanti, ed è bellissimo.

 

Sembra che due dei fulcri intorno a cui ruota la scrittura di questo libro siano il tempo e la memoria. Che rapporto hai con loro?
Ad un certo punto scrivi: “Litigavamo come esseri eterni che si permettevano il lusso di sprecare tempo”: secondo te, si impara mai a non sprecare tempo? O meglio: la consapevolezza del tempo, ci insegna a farlo?

Forse sì, in parte si può imparare, ma in fondo fa parte della vita, sprecarne un po’. Io a volte penso a una quantità di tempo che ho perso a fare delle cose. Poi, però, mi rispondo: ho la scrittura e tutto quel tempo “sprecato” finisce nelle cose che scrivo. La frase più mia, in tutto il libro, è quella sulla fatica (“Il trascorrere del tempo restava, per me, una grande fatica”). Osservare i cambiamenti, fare le tacche del tempo che passa, buttare i calendari, vedere i cambiamenti nelle foto, per me, rimane una cosa faticosa.

 

Quando Ida si rivolge alla foto di se stessa sedicenne, si legge tutta la consapevolezza di un tempo che scorre, che non si può governare e che, per questo, ci addolora e meraviglia contemporaneamente. È così?

A sedici anni ricordo perfettamente di avere avuto l’impressione che la mia vita si sarebbe fermata lì. Forse perché li avevo attesi tanto, li avevo attesi per sbocciare, un po’ come fa Ida. Ho avuto l’impressione che sarei stata così per sempre, che il mondo mi si sarebbe spalancato davanti. Era un’impressione davvero nitida. E invece quei sedici anni sono passati. Non pensavo che mi sarei trasformata ancora perché mi ero già trasformata dalla bambina all’ adolescente, alla giovane donna.


Tutta la storia, o gran parte di essa, vive nella mente di Ida, ma il corpo in questo romanzo può essere considerato come un protagonista. C’è il corpo di Sebastiano Laquidara, il corpo di Ida da ragazza, il corpo di Sara dilaniato dall’aborto…

L’ho capito ad un certo punto che questo sarebbe stato un libro sul corpo. Sono i sogni ad avermi portata lì, due in particolare: quello in cui Ida pensa di essere il corpo di suo padre, e quello in cui il corpo del padre viene disseppellito. Quest’ultimo è un sogno che ho fatto veramente, moltissimi anni fa. Ero poco più che una bambina. Mio padre non è scomparso, è morto. Probabilmente quello è stato un sogno che mi è servito per elaborare un lutto. Da quei due sogni, allora, ho pensato che non sarebbe stato un libro solo mentale.

 

Gli oggetti, invece, che ruolo hanno?

Dagli oggetti invece sono partita. Quando gli oggetti si sono accumulati, significa che hai già fatto un bel pezzo di vita. Li guardo e mi fanno un effetto molto strano, come se mi guardassero e mi dicessero: “tu sei stata questo e quest’altro e ora chi sei?”. Ed è un po’ inquietante quando li rivedi tutti insieme per un trasloco, o uno sgombero.

 

Quindi pensi che sia meglio buttarli via…

Sono dell’idea di conservarli, anche se ora lo faccio sempre meno. Soltanto che quando poi me li ritrovo davanti, un po’ di inquietudine c’è. Bisogna sempre tenere presente che conservare è un gesto confortevole, ma che gli oggetti si portano dietro anche le parti dolorose della propria vita, della propria storia…

 

È esistita, per te, una scatola rossa?

Esiste. C’è. E non l’ho buttata via. A differenza di Ida, anche se in maniera lentissima e lunghissima, io ho potuto elaborare un lutto, essendoci una morte. Ci ho messo dieci anni, sono andata al cimitero, ho avuto la possibilità di elaborare dei riti. Ida, invece, non può. Quindi deve crearsi da sola una tomba e, affinché fosse una tomba vera, doveva fare qualcosa di molto profondo, di molto forte.

 

Questo viaggio di immersione nel passato sembra essere stato quasi una terapia per Ida. Lei impara a dire addio, impara a lasciar andare e a salutare i suoi fantasmi. Si può dire che, alla fine, Ida abbia elaborato il suo dolore e abbia trovato una sorta di pace?

Sì. Intanto perché può andare ad un vero funerale con la madre. E quella è una cosa che a loro è mancata. Ida aveva bisogno di qualcosa di concreto. Volevo che la realtà irrompesse in questo circolo di simboli. La scatola rossa alla fine è un simbolo, anche se contiene qualcosa di concreto come possono essere la voce e l’odore. Invece, la perdita di un altro corpo maschile mi serviva per fare in modo che le realtà bussasse prepotentemente alla mente di Ida.

 

Ad un certo punto dici: “Veniamo tutti da un funerale”. Siamo tutti dei sopravvissuti: perché?

Perché tutti noi abbiamo subìto una perdita; c’è chi ce l’ha più prossima, più devastante, chi ne ha sperimentate di più, ma, in fondo, tutti dobbiamo fare i conti con una scomparsa. Noi tutti siamo sopravvissuti a un lutto, a un abbandono, a un cambiamento, semplicemente a un trasloco. Credo che effettivamente vivere sia un apprendistato della sopravvivenza. La vita ci insegna ad andare avanti intorno ad un vuoto che c’è, che qualcuno ti ha lasciato o che ti sei creato da solo con delle scelte.

 

Ida dice: “Siamo tutti ancora vivi”…

Quello purtroppo è la nostra finitezza ed è un argomento che mi ha interessato sempre. Quando studiavo filosofia le cose che mi interessavano di più erano quelle che avevano a che fare con il fatto che siamo sulla terra per un periodo determinato.

 

Si muore un po’ ogni giorno…

Sì, da quando si nasce.

 

C’è una linea sottile, eppure profondissima, che divide scomparsa e morte. Tu hai lavorato su questa spaccatura: come mai?

Alcuni lutti assomigliano alle scomparse perché sono difficili da elaborare, creano un tabù e non si riesce ad accettare fino in fondo che quella persona se ne sia andata. Ci sono delle condizioni per cui tu hai bisogno di continuare a credere che quella persona, in realtà, ci sia. Questo è quello che è successo a me. La scomparsa mi serviva proprio a raccontare questa cristallizzazione nel tempo. Ho studiato molto la scomparsa, cosa provochi quell’angoscia senza requie…Una morte non avrebbe avuto la stessa valenza.

 

Perché la morte sarebbe stata definitiva…

Sì, mi serviva qualcosa che non lasciasse via d’uscita, un qualcosa per cui la via d’uscita dovevi creartela tu. Della morte puoi fartene una ragione. Della scomparsa no. Non hai un rito, vaghi.

 

C’è un altro tema che viene affrontato: quello dei figli. Leopardi, nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, diceva: “Perché reggere in vita/Chi poi di quella consolar convenga?”. Ida mi sembra totalmente immersa in questi versi.

È proprio questo. Ida non si sente di mettere al mondo qualcuno e di tollerare il dolore di qualcun altro anche perché ne ha talmente tanto dentro di sé che l’idea di doversi occupare di qualcuno, quindi anche di un’eventuale infelicità, non riesce neanche a contemplarla.

 

Ida, però, impara a mettersi da parte e a far posto al dolore degli altri.

Impara. Per la prima volta impara a farlo quando parla con Nikos e non le viene in mente di raccontare la sua di storia. Finalmente è pronta.

 

Ida sembra essere stata un po’ un’egoista inconsapevole.

Sì, come nel dolore. Quando proviamo dolore non pensiamo di poter avere spazio per gli altri. Si pensa che il proprio dolore sia il più forte di tutti e, forse all’inizio, in realtà lo è. Non è comunicabile.

 

In questa storia c’è l’assenza di un padre con cui non si possono scambiare parole e la presenza di una madre con cui, invece, si può parlare. Ida e la madre, però, parlano evitando certe parole, certi nomi con lo scopo condiviso e sottaciuto di non avvicinare quel dolore che le accomuna e di cui hanno sempre fatto finta di niente. Un dolore spesso avvicina, questo non è avvenuto per loro due…

In realtà secondo me nei nuclei familiare il dolore divide, più che avvicinare. Ognuno pensa di vivere quel dolore in maniera unica. C’è anche della rabbia per essere sopravvissuti. Da una parte c’è unione, dall’altra, però, ognuno si rintana dentro di sé.

 

La storia potrebbe essere completamente un’altra se fosse la madre a raccontarla? La memoria, in fondo, inganna…

Questa è la storia di Ida. La storia della madre potrebbe essere radicalmente diversa, è vero. Quando Ida e la madre ad un certo punto dialogano, il lettore può anche pensare che quella donna abbia le sue ragioni. Chissà cosa ha vissuto, che rapporto reale avesse con il marito depresso; in fondo, la madre era una donna giovane. Ida si occupa pochissimo del suo dolore, lo riconosce solo dalla voce dell’audiocassetta.

Perché i sogni li chiami Notturni?

Perché è una parola che richiama il mondo della musica. E poi non sono sempre sogni, sono dormiveglia, sono visioni. Nei notturni c’è una dimensione onirica, sfocata, come a volte capita nella nostra vita.

 

I sogni rivelano…

 Sì, infatti scrivo sempre la mattina, quando posso, perché ho i sogni freschi.

Annie Ernaux una volta ha detto che la scrittura, in fondo, è violenza. Sei d’accordo?

Sono molto d’accordo sulla violenza. Scrivere è un gesto di profonda violenza verso se stessi. Se scrivi in maniera autentica, se scrivi scavando dentro quello che ti è successo, la scrittura ti costringe a stare sempre lì, sul punto delle tue ossessioni. Ti inchioda.

 

Domanda banale, ma: perché scrivi?

Forse perché non credo tantissimo nei rapporti umani. È come se sentissi la mancanza di una comunicazione reale. Lo avverto anche nei momenti più intensi. Sono pochissimi questi momenti, troppo pochi per una vita intera. La scrittura quindi per me è comunicazione intensa, fortissima, ferocissima in cui tocco tutte le mie parti più intime. E l’idea di raccontarla a sconosciuti mi dà tantissima libertà, libertà che forse non sono capace di concedermi nella vita reale.