“Com’è inestimabile essere ignoranti, perché significa tenere tutto in serbo ed è un’estasi così economica”.

Emily Dickinson

A nascere stupidi si soffre di meno. Si rimane ben serrati all’interno dei propri schemi precostituiti, chiusi in un cantuccio caldo e protetto mentre fuori c’è il temporale, si chiudono gli occhi e si riaprono solo per guardare a un palmo dal proprio naso.

Alle domande: Chi sono? Che ci faccio al mondo? Cos’è la vita? E il tempo? Il futuro? si risponde vagamente e con poco interesse, con un’alzata di spalle.

E se si richiede un ragionamento che sfugge alla logica, si utilizzano frasi standard, di cui spesso si conosce il suono, ma non il significato.

Gli stupidi sono qui quelli che Pasolini definiva i “Normali”, prodotti da una borghesia che secondo lui aveva massificato il genere umano e reificato l’uomo.

Sapere di non sapere può essere un peso difficile da portare per una vita intera, eppure l’uomo non conosce nulla. C’è a chi sta bene così, chi non si arrovella. Chi sa che non riuscirà mai a raggiungerla quella Verità, ma che non riesce a smettere di pensarci. Il pastore di Giacomo Leopardi nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” si rivolge al gregge libero dall’affanno, dalla sofferenza, inconsapevole della propria condizione e si chiede:

Dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Lo sa bene il perché, perché l’uomo è condannato: la pena è l’ignoranza e l’aggravante è l’incapacità per molti di farsi da parte e smettere di pensare. La condanna può essere dolce perché a pensare non si fa mai male: si aprono nuove frontiere, si scavalcano confini, si scopre il mondo.

Controindicazioni del cercare risposte che non esistono: sentirsi stretti nella morsa della cecità, del dubbio, dell’indeterminato.

Lo sa bene Oskar Shell, il novenne che in “Molto forte incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer dice : “Per la prima volta in vita mia mi sono chiesto se la vita valeva tutta la fatica che serve per vivere. Perché, esattamente, valeva la pena di vivere? Che c’è di così orrendo nell’essere morti per sempre e non provare niente, non sognare nemmeno? Che c’è di così fantastico nel provare sensazioni e fare sogni?”.

Domande, nient’altro che domande. Il giovane Oskar ha una sola certezza: che la vita è impossibile. E non ha tutti i torti, perché tutte quelle domande possono portare in alto, oppure in basso, con lo stomaco aggrovigliato e un mucchio di risposte interrotte in bocca. La vita è impossibile, sì, perché forse, alla fine di tutto, il senso che ricerchiamo non esiste. Ci sono gli uomini che non si voltano, oppure quelli che lo fanno e scorgono il vuoto, che si accorgono dell’inganno consueto, ma lo tengono per sé.

E per evitare questa sensazione di incapacità meglio nascere stupidi, dicono alcuni. Flaubert diceva che per essere felici occorrono tre cose: essere stupidi, essere egoisti e godere di una buona salute; ma che se manca la prima, è tutto inutile; nel “Grande Gatsby” di Fitzgerald, si legge:

“Lei mi disse che era una bambina e così voltai la testa dall’altra parte e piansi. “Perfetto” dissi io “sono felice che sia femmina. E spero che sia una sciocca, che è la miglior cosa che una ragazza possa essere a questo mondo, una bella sciocchina”.

Una scena tratta da "The Great Gatsby", 2013

Una scena tratta da “The Great Gatsby”, 2013

Lo ha detto spesso la letteratura che a farsi domande che non hanno risposta si vive con più difficoltà, che a stare al sicuro tra case alberi colli che conosciamo bene è più semplice. Ne “L’idiota” di Dostoesvskij leggiamo:

“Più che alla categoria dei limitati, Gavrila Ardalionovic Ivolgin apparteneva alla schiera dei meno limitati – o a quella dei più intelligenti, se si vuole […]. Ma coloro che appartengono a questa categoria, come abbiamo già notato, sono molto meno felici di quelli che appartengono all’altra”

La poetessa polacca Wistawa Szymborska dedica una poesia a questa faccenda e, per un attimo, solo per un attimo, crede di invidiare chi vive sulla superficie della vita, chi non si immerge mai, chi non conosce il buio del fondale, chi appone timbri a verità assolute. 

C’è chi […]Pensa quel tanto che serve,
non un attimo in più,
perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.

Szymborska c'è chi

poesia di Wistawa Szymborska

Essere “militanti del dubbio”, come si definisce Concita De Gregorio in un’intervista a Vanity Fair, vuol dire moltiplicare i punti interrogativi e rendersi conto che tutte le risposte che ci daremo non saranno altro che punti di partenza per porci domande migliori. Perché per avere una buona risposta, la domanda deve essere posta correttamente. Goethe diceva, infatti, che il dubbio cresce con la conoscenza.

A rimanere aggrappati alle proprie quattro verità, a nascere stupidi, forse si vive meglio, è vero, ma è solo apparenza. La Szymborska invidia chi non si addentra nel bosco, chi si difende dal mondo vestendosi di verità assolute, ma poi per fortuna le passa.

La letteratura è un buon modo per allenare la nostra capacità di chiedere. Leggere, infatti, non fornisce risposte, ma moltiplica le domande. Ed è proprio questo il compito della buona letteratura, riuscire a farci incantare e disperare insieme, riuscire a farci affondare in luoghi sconosciuti che ci spaventano.

La letteratura ci fa essere leggeri, che secondo la lezione di Calvino non vuol dire superficiali: senza macigni sul cuore, ma con un grumo di domande che si addensa.

Come ha detto Annie Ernaux, sublime scrittrice francese: “Non sono sicura che la scrittura mi aiuti a capire. Alla fine del libro non arrivo dicendo: ho capito tutto. Mi sembra, però, di aver aperto delle piste, di aver intuito dei percorsi”.

Isabella Leardini a nascere stupidi si soffre di meno

Una poesia di Isabella Leardini, “Una stagione d’aria”

L’immagine di copertina riporta i versi finali della poesia “C’è chi” di Wistawa Szymbrosa, tratta dalla raccolta “Basta così”, Adelphi